Doppio incontro a Roma per il Segretario di Stato Marco Rubio, prima con il governo e poi con il Papa mentre l’Italia si prepara alla tregua e guarda con cautela alle mosse imprevedibili di Trump
I punti dell’agenda-Rubio sono chiari: ripristinare la piena circolazione navale nello Stretto di Hormuz che era e resta la priorità vista le conseguenze economiche; l’Italia segue la linea decisa a livello europeo, ovvero mai far venire meno il dialogo con gli Stati Uniti, alleato storico nell’Occidente ma liberi di dire cosa non ci piace e non va bene; per quello che riguarda l’impegno sul campo, una volta decisa una vera tregua – che non può essere «basta, abbiamo finito» come ogni tanto dice Trump – l’Italia con altri paesi europei è già pronta ad inviare una missione a tutela del traffico marittimo. «Per il resto ci sarà soprattutto da ascoltare cosa che faremo con attenzione» è lo stato d’animo che filtra da ambienti di governo.
Alla vigilia dell’incontro doppio e separato che il Segretario di Stato Marco Rubio avrà domattina con la premier Meloni (ore 11.30 a palazzo Chigi) e subito prima (alle 10) con il ministro degli Esteri Antonio Tajani alla Farnesina. Anche perché, è il non detto che si “ascolta” a palazzo Chigi, «chissà cos’altro potrà succedere da qui a venerdì mattina». E cioè chissà cos’altro potrà dire Donald Trump prima che il suo Segretario Marco Rubio venga ricevuto stamani in Vaticano da Papa Leone e dal sottosegretario Parolin. Le due visite sono autonome.
PER APPROFONDIRE:
Le tensioni tra Trump e la Santa Sede
L’incontro in Vaticano è stato «pianificato da tempo» ha detto l’amministrazione Usa ma non c’è dubbio che caschi in uno dei momenti più difficili nella storia delle relazioni tra Washington e Santa Sede dopo gli attacchi frontali di Trump a Leone: «debole» in politica estera, «uno che mette a rischio la vita di milioni di cattolici perché non combatte l’arma atomica». Affermazioni che il Pontefice ha liquidato con freddezza: «La missione della Chiesa è predicare il Vangelo, predicare la pace. Se qualcuno vuole criticarmi per annunciare il Vangelo che lo faccia ma con la Verità». E non con le balle spaziali che usa Trump.
ll segretario di Stato americano, Marco Rubio, è arrivato a Roma. L’aereo è atterrato all’aeroporto di Ciampino tra rigide misure di sicurezza

L’incontro con il governo italiano è arrivato dopo. O meglio, con Tajani era previsto da settimane visto anche gli ottimi rapporti tra i due che non sono mai stati interrotti neppure quando Trump ha dichiarato «non più amica» Giorgia Meloni. Ora è chiaro che i due incontri sono parte di una stessa strategia. «Ascolteremo Rubio – ha spiegato ieri il cardinale Parolin, omologo di Rubio in Santa Sede – l’iniziativa è partita da loro, poi immagino si parlerà di quello che è successo in questi giorni, non potremo non toccare questi argomenti.
Un po’ in generale tratteremo i temi di politica internazionale, temi come l’America Latina, immagino anche Cuba, ci saranno tutti i temi più caldi». Assai meno chiari e convinti sono gli staff di Meloni e Tajani. È possibile che i due si dividano i compiti. Tajani, ad esempio, dovrebbe portare la discussione sull’Africa e il Libano: la missione Unifil sta per concludersi e ci si chiede cosa fare visto il fallimento delle regole d’ingaggio di quella missione.
Il ruolo dell’Italia in Libano
La missione va mantenuta ma anche rafforzata, ripeterla così com’è non avrebbe senso. È stato Rubio, prima di partire, ad indicare il dossier Libano e ad indicare il ruolo diretto per l’Italia. «Gli italiani – ha detto – sono coinvolti nella regione da tempo nell’addestramento della polizia e delle forze locali, quindi sarei lieto di ascoltare il loro contributo. In generale accogliamo con favore l’aiuto di tutti.
Quello che deve accadere in Libano, quello che tutti vogliono vedere, è un governo libanese con la capacità di affrontare Hezbollah e smantellarlo». Su questo non ci sono divergenze. Poi dipende sempre dai modi. Il segretario di Stato ha aggiunto anche che «bisogna costruire le capacità dei libanesi per farlo» e che «l’Italia può essere utile in questo senso». Per questo motivo sarà coinvolto nei colloqui anche il ministro della Difesa Guido Crosetto.
Con la premier Meloni il confronto dovrebbe essere maggiormente sui temi più generali, ovvero quali le vere intenzioni di Trump e dell’amministrazione Usa: sulle basi militari in Europa, circa il minacciato disimpegno dalla Nato, sull’Ucraina di cui si parla sempre meno ma la guerra uccide ogni giorno. «Più ascoltare che parlare visto che sono loro a cambiare sempre le carte in tavola» suggeriscono fonti di governo.
E sempre che Rubio abbia “mandato pieno” per parlare e decidere. Non sfugge, infatti, a Chigi e alla Farnesina, ciò che scrivono apprezzati think tank americani dove scrivono accreditati analisti. Ovvero che a Washington sia in corso, in modo neppure sotterraneo, una sorte di guerra di successione che vedrebbe Trump nel ruolo di colui che silura piano piano vice ed “eredi”, Vance e Rubio, per poi preparare la strada all’investitura del figlio più grande.
La linea italiana tra Europa e crisi energetica
Una sceneggiatura da House of cards che nessuno però si sente di escludere a priori considerate certe dinamiche di queste settimane. In ogni caso Meloni terrà un punto fermissimo: l’Italia segue le decisioni europee e la linea dei Volenterosi. In politica estera. E sui dazi, ovviamente. Piuttosto, sarà fatto notare il costo elevatissimo che la chiusura di Hormuz sta provocando sull’economia europea.
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In realtà, non sono troppo alte le aspettative rispetto all’incontro. Che tanto alla fine l’ultima parola spetta sempre e solo a Trump. Il vertice di ieri mattina a palazzo Chigi è servito alla maggioranza anche per fare il punto sulle tante questioni interne. Sul caro carburanti sono arrivate buone notizie dal calcolo del gettito dell’Iva: molto più alto dell’atteso, significa che ci sono soldi per sostenere ancora per un po’ il taglio delle accise.
Si è parlato anche di legge elettorale: Meloni, Tajani, Salvini e Lupi dicono di voler andare avanti sullo Stabilicum. La premier vorrebbe chiudere la prima lettura alla Camera entro la pausa estiva. Poi, quando ci parli uno ad uno, le cose sembrano diverse: nessuna fretta anzi. Nessun passo avanti invece sulle nomine.






















