7 Maggio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

7 Mag, 2026

Perché per migliorare la scuola non basta bocciare di più

In Italia abbiamo uno tra i tassi di diplomati più bassi in Europa e la scuola dell’obbligo non opera alcuna selezione. Che fare allora?


Istituzione moderna per definizione, è abbastanza prevedibile che la scuola sia il terreno sul quale siamo chiamati a verificare di volta in volta il grado di arretratezza delle nostre strutture sociali. All’ordine del giorno della questione scolastica sta oggi un nodo di problemi i cui estremi sono l’immigrazione, l’invecchiamento della popolazione e la produttività della forza lavoro.
In una società la cui struttura demografica si restringe nella sezione che conta la popolazione attiva e si allarga nelle fasce degli inattivi, il tasso di scolarizzazione dei giovani e l’efficacia degli anni della loro formazione sono due elementi fondamentali sia dal punto di vista della capacità di questa stessa società di proiettarsi nel futuro che della sua efficienza.

Con sempre più vecchi e sempre meno nuovi nati, con una quota crescente di persone che esce troppo presto dal sistema di istruzione, portandosi appresso lacune fatte apposta per aggravarsi nel corso del tempo, il nostro Paese ha a che fare con i sintomi di una crisi gravissima. Se a questo aggiungiamo la perdita costante di giovani che al contrario sono altamente scolarizzati e vanno a cercare fuori dal paese le occasioni per far fruttare i propri talenti, l’emergenza Italia assume il profilo evidentissimo di uno scollamento tra le nuove generazioni e i meccanismi fondamentali della riproduzione sociale.

Il basso tasso di diplomati

Noi sappiamo, perché abbiamo tutti i dati che ci servono a disposizione, due cose fondamentali. La prima è che la popolazione adulta compresa tra i venticinque anni di età e i sessantaquattro ha al proprio interno una quota di diplomati che è al di sotto di quattordici punti rispetto alle medie europee. Stiamo parlando di persone che sono nate tra l’inizio degli anni Sessanta e la fine del ventesimo secolo. Che ci dicono questi estremi cronologici?

Essenzialmente, che alla generalizzazione dell’istruzione post-elementare, di fatto l’istituzione della scuola media unificata nel 1963, gli sforzi per consolidare l’innalzamento effettivo dell’obbligo e su questo costruire l’edificio della scolarizzazione secondaria sono stati largamente deficitari nel nostro Paese. L’Italia repubblicana, dopo il Sessantotto, non è stata in grado di concepire una politica dell’Istruzione che fosse capace di fare fronte alle complesse esigenze di un Paese che nel frattempo stava cambiando radicalmente pelle. È accaduto così che ci modernizzassimo in assenza di strutture culturali moderne.

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La scuola dell’obbligo

L’altra informazione che ci forniscono i dati a nostra disposizione riguarda una caratteristica specifica del funzionamento della scuola dell’obbligo, che opera essenzialmente come grande meccanismo di occultamento del fallimento scolastico dei bambini e dei preadolescenti. È vero che negli ultimi anni i tassi di abbandono scolastico sono diminuiti, ma è altrettanto vero che quelli che noi chiamiamo low performer, e cioè studenti dallo scarso rendimento alle prove di valutazione delle competenze acquisite al terzo anno della scuola media, sono di fatto dei predestinati al fallimento. E qui parliamo di cifre che rasentano la metà della popolazione scolastica, ben oltre questa soglia in alcune realtà meridionali e tra i figli degli immigrati.

Studenti la cui fuoriuscita dal sistema scolastico è solo rimandata; studenti che vengono incanalati in percorsi variamente formativi dove stagnano per un certo numero di anni, accumulando se possibile ulteriori ritardi e aggravando inevitabilmente le lacune iniziali; studenti infine che pure riuscendo in qualche modo a strappare un certificato educativo quale che sia entrano poi in quell’area che abbiamo identificato con un acronimo inglese, Neet, e che altro non indica che giovani scarsamente scolarizzati incapaci di immaginare una qualsiasi ulteriore carriera, che sia di studio o lavorativa.

I nodi al pettine

Detta in altri modi la scuola, e quella scuola dell’obbligo in particolare, costruisce, anno dopo anno, il fallimento di una sezione consistente della generazione crescente, a cui non è in grado di fornire gli strumenti alfabetici di base necessari per proseguire con successo nella carriera degli studi e per inserirsi efficacemente nel mondo del lavoro. Questo accumulo di incompetenza viene nascosto per il semplice fatto che nella scuola dell’obbligo non ci sono praticamente bocciati, che esplodono poi in maniera solo apparentemente clamorosa nel momento in cui l’ombrello rappresentato dal principio che la scuola dell’obbligo non deve selezionare viene meno. I nodi si ingarbugliano quando finiscono le medie, come si diceva un tempo.

Le bocciature

Che fare? Bocciare, si dice, non risolve il problema. È vero. Se il punto è innalzare i livelli di istruzione, decimare gli studenti non è proprio la scelta migliore. Le bocciature però sono una spia di allarme. Aver abolito le bocciature nella scuola dell’obbligo ha di fatto privato il Paese, la sua opinione pubblica, di un importante elemento segnaletico circa il mal funzionamento del sistema. Dove si produce questo mal funzionamento? Innanzitutto nell’acquisizione delle competenze di base. La lettura, su ogni altra cosa. Un bambino che legge male è un adolescente che fatica a comprendere quello che studia.

La fatica produce noia e disaffezione, convince chi stenta che la scuola non faccia per lui. Lo spinge sulla soglia dell’abbandono e a quel punto basta solo una spinta e il ragazzo cade. Non bocciamo più nessuno, ma i meccanismi effettivi di selezione attivi nel nostro sistema scolastico hanno una caratteristica fondamentale, sono lo specchio del nostro cinismo. Preferiamo non vedere. Quando diciamo che la scuola produce il fallimento scolastico, parliamo di questo. Da qualche tempo abbiamo smesso di cullarci nel falso mito progressista di avere la scuola elementare migliore del mondo. Forse è arrivato il momento di fare un passo ulteriore: avviare una seria politica di alfabetizzazione di massa degli italiani, vecchi e nuovi non ha importanza. Perché a non saper leggere sono tanto gli uni che gli altri.

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