Dopo continui annunci di tregua e rivendicazioni opposte, la guerra nel Golfo si avvia verso una chiusura che lascia l’Iran ancora in piedi e gli Usa e Israele in difficoltà
Se l’Iran dovesse accettare tutto ciò che è già stato concordato tra le parti, la guerra finirà oggi stesso. Questo almeno secondo Donald Trump, fonte che solleva almeno qualche dubbio sull’assioma in questione. Se non altro perché non si capisce perché se la pace è già stata concordata l’Iran debba accettarla. Ma, al di là della credibilità fumosa del tycoon, se il conflitto è davvero vicino a una conclusione è lecito domandarsi: chi ha vinto?
La risposta, scomoda per Washington e Tel Aviv, è che l’Iran ha resistito. Non solo militarmente, ma politicamente e strategicamente. E che un conflitto nato con ambizioni di regime change si sta chiudendo, ammesso che si chiuda, su termini che assomigliano molto a una vittoria iraniana di fatto, anche se a Teheran il prezzo pagato in vite umane e infrastrutture è stato altissimo. Per capire chi ha perso bisogna ricordare cosa si voleva ottenere. L’obiettivo implicito dell’asse israelo-americano era far collassare il regime degli Ayatollah sotto la pressione militare, privarlo della sua leadership e del suo programma nucleare in un solo colpo.
Non è andata così. I bombardamenti israeliani e statunitensi hanno ucciso molti leader, compresa la Guida Suprema Alì Khamenei, ma la struttura del regime è rimasta in piedi. Le Guardie della Rivoluzione hanno tenuto. Il regime non è caduto. E ora gli Stati Uniti, sfumato il sogno israeliano di un Iran destabilizzato, si trovano a negoziare proprio con quell’apparato che volevano spazzare via e con dalla sua buone carte da giocare, come la chiusura di Hormuz.
Hormuz, la leva strategica globale
Il 4 marzo scorso infatti, l’Iran ha annunciato la “chiusura” dello Stretto di Hormuz, snodo strategico per il trasporto di petrolio, gas naturale e altre merci, minacciando di colpire qualsiasi nave avesse tentato di attraversarlo. Trentatré chilometri di acqua, da cui transita però circa il 20% del petrolio trasportato via mare e del gas naturale liquefatto ogni anno.
La chiusura di Hormuz è stata la mossa più efficace di Teheran: non un attacco convenzionale ma una leva economica globale. Tale da costringere la comunità internazionale a occuparsi dell’aggressione americana invece di limitarsi al ruolo di spettatore distratto riservato ad altri interventi militari statunitensi come quello in Iraq.
«Non esiste una soluzione militare a una crisi politica», ha dichiarato infatti il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi. Insomma, lo stretto non si riapre con le portaerei. Lo si riapre con un accordo. E questo significa che Teheran ha ancora in mano la chiave. Il controllo di Hormuz si traduce così in una forza negoziale decisiva, capace di riequilibrare un confronto altrimenti dominato dalla superiorità militare occidentale.
Il nodo del programma nucleare
Il programma nucleare iraniano era l’obiettivo primario degli attacchi. Ma anche qui il risultato è lontano dalle ambizioni. L’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica ritiene infatti che gran parte delle scorte di uranio arricchito del regime iraniano (circa 440 chili) sia rimasta intatta e sia stata spostata in un complesso di tunnel sotterranei segreti. Pronte per essere tirate fuori e lavorate per costruire un’arma nucleare, un processo che richiederebbe comunque circa un anno di lavoro nelle condizioni attuali. Un elemento che conferma la resilienza strategica iraniana.
Trump si trova in una posizione paradossale. Ha attaccato l’Iran promettendo di risolvere il problema in modo definitivo. Ora deve spiegare agli americani perché negozia con lo stesso regime, perché le basi americane sono state colpite, e perché il petrolio è tornato a costare quanto non costava da anni. È una partita di braccio di ferro in cui entrambe le parti dichiarano di vincere, ma in cui le condizioni strutturali premono più sulla Casa Bianca che su Teheran. Un equilibrio che evidenzia le contraddizioni della strategia americana.
Se Washington ne esce male, Israele rischia di uscirne peggio. L’Iran infatti è ferito ma non finito, anzi. Non solo, ma per Netanyahu la tregua in Libano è una sconfitta. Israele ha inseguito infatti la distruzione totale del “cerchio di fuoco” che la circonda — Gaza, Hezbollah, Pasdaran — e si ritrova con le stesse minacce intatte e una reputazione internazionale ai minimi storici. Un esito che mette in discussione la strategia di sicurezza israeliana.
Una guerra senza soluzione militare
Al di là della narrazione trionfale, la sostanza è questa: i successivi negoziati chiuderanno la guerra con il regime iraniano e i Guardiani della Rivoluzione saldamente al comando del Paese. Il regime non è caduto. Il programma nucleare esiste ancora. Hormuz è ancora in mano iraniana come leva negoziale. Le basi americane nel Golfo sono state colpite. Hezbollah è operativo. Un quadro che riflette una vittoria incompleta ma significativa per Teheran.
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Se anche si arrivasse a un accordo, il contesto rimarrebbe quello che è. L’Iran ha dimostrato di poter sopravvivere a un attacco militare congiunto della prima potenza mondiale e della nazione militarmente più avanzata del Medio Oriente, due potenze nucleari tra le tecnologicamente più dotate del mondo. Ha dimostrato di poter usare Hormuz come arma strategica con effetti globali immediati e di poterlo conservare nonostante gli sforzi per annullare il suo controllo sulla strategica via d’acqua. Ha dimostrato che il suo regime è più resiliente di quanto i suoi nemici credessero.
E ha guadagnato tempo per proteggere il proprio programma nucleare. La storia ricorderà questa guerra non come la fine del problema iraniano, ma come il momento in cui divenne chiaro che non esiste una soluzione militare al problema iraniano.


















