La Squadra Mobile di Campobasso ha perquisito lo studio di Gianni Di Vita. Marito e padre di Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita, morte avvelenate dalla ricina. Il fascicolo per duplice omicidio resta al momento senza indagati
Nuovo passaggio nell’inchiesta sulla morte di Antonella Di Ielsi e della figlia quindicenne Sara Di Vita, avvelenate dalla ricina a Pietracatella, in provincia di Campobasso. Questa mattina gli agenti della Squadra Mobile di Campobasso, guidata da Marco Graziano, hanno perquisito lo studio di Gianni Di Vita, marito e padre delle due vittime.
Subito dopo la seconda perquisizione, lo stesso Di Vita è stato condotto in Questura a bordo dell’auto degli agenti della Squadra Mobile.
I locali si trovano proprio di fronte all’abitazione dove, nei giorni a ridosso del Natale scorso, Antonella e Sara morirono dopo essere state avvelenate.
I poliziotti hanno lasciato lo studio intorno alle 9. Al momento non è stato reso noto se durante la perquisizione sia stato sequestrato materiale o se siano state svolte altre attività investigative mirate.
Un dato resta fondamentale: nel fascicolo aperto dalla Procura di Larino per duplice omicidio non risultano al momento persone indagate.
Le tracce di ricina e l’ipotesi del duplice omicidio
La nuova attività investigativa arriva mentre il giallo di Pietracatella sembra avvicinarsi a un passaggio decisivo. Le perizie effettuate dagli esperti del Robert Koch-Institut di Berlino, secondo quanto riferito da fonti qualificate, avrebbero confermato la presenza di tracce di ricina. Tracce che farebbero propendere per l’ipotesi di un duplice omicidio.
L’ipotesi di un’ingestione accidentale di semi di ricino non troverebbe riscontro negli elementi raccolti nell’inchiesta sulla morte di Antonella Di Ielsi e della figlia Sara.
Il quadro costruito in quasi nove mesi di accertamenti, a partire dalle risultanze medico-legali e tossicologiche e dagli elementi acquisiti attraverso l’attività investigativa, continua a sostenere l’ipotesi sulla quale procede la Procura di Larino. Duplice omicidio volontario aggravato dal mezzo venefico, tuttora a carico di ignoti.
Il Centro Antiveleni di Pavia
La posizione degli inquirenti era stata ribadita a metà settembre dopo le dichiarazioni di Carlo Locatelli, direttore del Centro Antiveleni Maugeri di Pavia. Il primo a individuare la ricina nei campioni biologici delle vittime.
Intervenendo anche in televisione, Locatelli aveva ribadito di non poter stabilire come il veleno fosse entrato negli organismi di Antonella e Sara e di ritenere che, fino a prova contraria, non potesse essere esclusa un’intossicazione accidentale. Lo specialista aveva comunque precisato che stabilire la dinamica e l’eventuale volontarietà dell’avvelenamento non rientra nelle sue competenze.
La posizione del legale di Di Vita
Una possibilità sulla quale aveva richiamato l’attenzione anche Vittorino Facciolla, legale di Gianni Di Vita. L’avvocato ritiene che l’incidente debba essere valutato «come tutte le altre ipotesi che sono in campo, senza escluderla» e attende gli esiti degli accertamenti affidati agli specialisti del Robert Koch-Institut di Berlino.
Diversa è la valutazione maturata sul versante investigativo. Procura e investigatori continuano a lavorare sull’ipotesi dell’omicidio sulla base di una pluralità di elementi acquisiti nel corso dell’inchiesta.
Duecento persone ascoltate e 131 campioni
Sono circa 200 le persone ascoltate finora e nelle ultime settimane diverse testimonianze sono state nuovamente approfondite, con particolare attenzione alla ricostruzione dei rapporti personali e familiari.
A fornire nuovi elementi sono gli accertamenti scientifici, sia sugli alimenti repertati nelle abitazioni di Pietracatella dopo le morti sia sui 131 campioni prelevati durante il sopralluogo del 30 luglio e successivamente trasferiti in Germania.
Gli specialisti del Robert Koch-Institut stanno completando le verifiche e, al 16 settembre le relazioni non risultavano ancora formalmente depositate.
Sul versante investigativo, fonti qualificate riferivano che gli elementi acquisiti continuavano a orientare l’inchiesta verso l’ipotesi di un avvelenamento volontario, mentre non erano emersi elementi sufficienti a sostenere la ricostruzione di un’ingestione accidentale di semi di ricino, dei quali non era stata trovata traccia né nei cibi consumati a ridosso di Natale né nell’abitazione di via Risorgimento.
































