14 Settembre 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

14 Set, 2026

Cacace pestato in carcere, il legale: «Fu tortura di Stato»

Un fermo immagine delle violenze nel carcere di Santa Maria Capua Vetere

Al maxiprocesso per le violenze nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, il legale del detenuto in sedia a rotelle picchiato: “Tortura di Stato”


«Nella vicenda di Vincenzo Cacace, risulta pienamente integrato il delitto di tortura cosiddetta di Stato». Sono le parole dell’avvocato Paolo Conte, difensore dei familiari del detenuto pestato mentre era sulla sedia a rotelle dagli agenti penitenziari. I fatti si sarebbero svolti nel carcere di Santa Maria Capua Vetere il 6 aprile del 2020. L’arringa del legale al maxiprocesso in corso all’aula bunker dello stesso carcere.

Le immagini delle videocamere

Un caso noto quello di Cacace, perché immortalato nei video interni dell’istituto mentre veniva manganellato nonostante l’evidente stato di invalidità. Cacace, iperteso, anemico, diabetico insulino-dipendente, cardiopatico, costretto alla deambulazione assistita mediante sedia a rotelle e supportato da altro detenuto con il ruolo di piantone, è poi morto nel giugno 2022. Per la sua posizione il legale ha chiesto la condanna di 65 imputati sui 105 totali. Tutti tra agenti penitenziari, funzionari del Dap e medici, associandosi alle richieste di pena del pm.

Sofferenza fisica e psichica

«Cacace – ha ricostruito l’avvocato Conte – ha subìto non solo percosse con l’uso del manganello, ma anche una ferita lacero-contusa alla testa, oltre a una sofferenza psichica intensa, segnata da paura, umiliazione e dal timore di ulteriori ritorsioni. A Cacace sono state negate visite mediche e controlli sanitari, nonché le cure. Dopo la scarcerazione ha sofferto ansia e depressione. Tali eventi – ha spiegato il legale – integrano un pregiudizio grave, sia sul piano psico-fisico, sia sul piano morale ed esistenziale».

I difensori degli agenti

Nel corso del processo i difensori di alcuni agenti imputati hanno cercato di sminuire il grado di invalidità di Cacace, mostrando delle immagini in cui si vedeva che camminava. «Vincenzo Cacace non era affetto da paraplegia – ha specificato il suo difensore – né tale patologia è l’unica che giustifichi l’uso della sedia a rotelle. Le patologie di cui Vincenzo Cacace era affetto non gli impedivano di sollevarsi sulle proprie gambe, seppure con estrema difficoltà. Ciononostante, era invalido e necessitava dell’uso della sedia a rotelle per brevi e lunghi spostamenti, prescritta dai medici interni all’istituto detentivo, e fornita dall’istituto detentivo stesso».

«Nessuno ha fermato le violenze»

L’agente che manganella Cacace non è mai stato identificato, così gli altri agenti imputati che erano attorno al detenuto si sono difesi dicendo di non averlo toccato, senza peraltro indicare di chi l’avesse pestato. Il punto valorizzato dal legale è che però nessun agente presente «è intervenuto a fermare le violenze», né alcun agente ha effettivamente «preso le distanze da quanto accadeva anche soltanto allontanandosi dal carcere», ed inoltre «la stessa presenza di tanti agenti, anche se qualcuno non ha usato violenza, ha contribuito ad agevolare il disegno complessivo», quello «di una rappresaglia fatta per riaffermare la supremazia della polizia penitenziaria in carcere».

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