Il Pd insiste sulla consultazione per scegliere la leadership, mentre Orlando chiede prima un programma comune. Renzi apre a due liste centriste e l’ipotesi di una nuova formazione di Grillo agita il M5S
Il campo largo prova ad allargarsi, ma intanto si stringe attorno alla questione della leadership. Dopo i paletti piantati da Giuseppe Conte alla Festa del Fatto Quotidiano, il Pd rilancia e trasforma le primarie nel terreno sul quale misurare i rapporti di forza dell’alleanza. Elly Schlein non arretra: «Vinciamo le primarie, poi battiamo Meloni con l’alleanza progressista». La segretaria dem, chiudendo la Festa nazionale dell’Unità a Reggio Emilia, ha scandito anche i tempi della sfida:
«Prima si vota meglio è: siamo pronti».
Prima il programma o prima le primarie?
È la risposta politica al Movimento 5 Stelle, che contesta la possibilità di affidare automaticamente al partito più forte la scelta del candidato premier e chiede che il perimetro dell’intesa venga definito prima della competizione per Palazzo Chigi. Il confronto, però, non riguarda soltanto chi debba guidare la coalizione. Sul tavolo ci sono il programma, la politica estera, il rapporto con il centro e soprattutto il metodo con cui arrivare alla scelta del candidato.
Nel Pd non tutti sembrano convinti che la corsa alle primarie debba precedere il lavoro sui contenuti. Walter Verini avverte che Conte «pensa più a diventare presidente del Consiglio che a fornire al Paese un quadro di stabilità politica con una nuova maggioranza», ma aggiunge anche che primarie non sorrette da «un programma davvero condiviso e blindato» rischiano di trasformarsi in un fattore divisivo.
Sulla stessa linea Andrea Orlando, che propone di invertire l’ordine dei fattori: prima una traccia programmatica comune, poi la scelta della leadership. «Dobbiamo cominciare a scrivere una traccia prima ancora di fare le primarie», sostiene l’ex ministro, chiedendo ai leader della coalizione di avviare un giro di ascolto nel Paese.
E insiste: «Le primarie vadano fatte dopo il programma», perché soltanto indicando risposte comuni sui problemi economici e sociali la consultazione potrebbe acquistare credibilità.
Il nodo Renzi e la partita al centro
Resta poi il nodo del perimetro della coalizione, a cominciare da Matteo Renzi. Conte FieriFaveva bocciato l’idea di attribuire centralità a Italia Viva. Dal Pd Stefano Bonaccini prova invece a spostare la discussione dalle sigle agli elettori: il centrosinistra, dice, non può rinunciare a moderati, liberali e conservatori che non intendono riconoscersi nell’attuale destra. «Dobbiamo avere anche loro con noi per provare a vincere le elezioni».
Renzi raccoglie il guanto e, nella sua Enews, accetta di fatto l’ipotesi di due liste distinte nell’area centrale della coalizione. «I Cinque Stelle sanno che un veto su di noi è inspiegabile», scrive il leader di Italia Viva, ricordando i risultati ottenuti dal suo partito in alcune competizioni regionali e accusando gli ex grillini di contribuire alla costruzione di una nuova lista con amministratori e personalità come l’ex pm Antonio Ingroia.
Per Renzi, a questo punto, «è giusto andare con due liste diverse», anche perché il centro deve essere «una cosa diversa dalla sinistra di Avs o dai Cinque Stelle». L’obiettivo resta però comune: moltiplicare l’offerta elettorale per provare ad aumentare i voti della coalizione.
La distanza sull’Ucraina
Sul confronto tra Pd e M5S pesa inoltre la distanza sull’Ucraina. Bonaccini riconosce esplicitamente che quello della politica estera è «un punto che non ci unisce del tutto». Il Pd conferma la linea indicata da Schlein: sostegno a Kiev, anche militare, finché necessario, accompagnato dalla ricerca di un tavolo negoziale europeo per arrivare a «una pace giusta e duratura». È un altro dei nodi destinati a finire nel programma che dovrebbe precedere, accompagnare o seguire le primarie.
E alle spalle di Conte rispunta Grillo
E proprio mentre Conte prova a definire regole e confini del futuro centrosinistra, alle sue spalle riappare Beppe Grillo. L’ipotesi è ancora tutta da verificare, ma le indiscrezioni su una nuova lista del fondatore del Movimento sono diventate un’altra variabile della partita. Il progetto, secondo quanto riferito, dovrebbe collocarsi a sinistra del campo progressista e potrebbe sottrarre consensi proprio al M5S e alla coalizione costruita attorno a Pd, pentastellati, Avs e Italia Viva.
Grillo intanto ha aggiornato la propria immagine Whatsapp con un simbolo eloquente: «Movimento zero stelle». E il prossimo 21 settembre, il giorno successivo alla kermesse pentastellata Nova, tornerà pubblicamente sulla scena come ospite del podcast “Pulp” condotto da Mister Marra e Fedez (già autori della puntata con Giorgia Meloni).
L’ipotesi del «guastatore»
Una possibile operazione da «guastatore», dunque, che arriverebbe nel momento più delicato per Conte: quello in cui il leader Cinque Stelle cerca di aumentare il proprio peso negoziale nell’alleanza e contemporaneamente di difendere lo spazio elettorale del Movimento sulla sinistra. Secondo le indiscrezioni, la lista di Grillo sarebbe pensata proprio per erodere voti al campo largo. Ma, al momento, il materiale disponibile parla soltanto di una suggestione e di elementi indiziari, non di un progetto già formalizzato.
Silvia Salis, tirata in ballo nel dibattito, sceglie di non alimentare il caso: «Le critiche degli ex non mi hanno mai appassionato, né nella vita privata né in quella pubblica», dice la sindaca di Genova, senza commentare l’eventuale discesa in campo di Grillo.

































