In quanto si apprende dell’indagine sull’attentato a Ranucci tante cose non tornano. Bisogna fare come suggeriva Falcone: seguire i soldi
Sono ancora molte le questioni da chiarire sull’attentato a Ranucci. Una bomba non si paga con le parole. Neanche se di «bomba d’amore» si tratta, neanche se è per un amico, anzi per un «fratello». Eppure, in questa storia, da dieci mesi conosciamo soltanto parole. Sotto il rumore delle dichiarazioni più o meno spontanee resta un fondo di cose materiali che nessuna interpretazione può sciogliere. Perché, mentre la difesa lavora sul movente e sulle modalità, l’inchiesta della Dda di Roma ha davanti diverse questioni concrete, e nessuna di esse si risolve parlando.
Il metodo Falcone
In questi giorni, a sproposito, in questa vicenda è stato citato Giovanni Falcone, il magistrato che portò alla sbarra Cosa Nostra nel maxiprocesso. Seguire il denaro era il suo metodo. Perché anche qui i soldi sono decisivi. Il commando campano avrebbe ricevuto alcune migliaia di euro. Ma il conto non finisce lì: secondo gli inquirenti ci sono le schede telefoniche dedicate, l’assistenza legale garantita agli esecutori dopo l’arresto, un piano di fuga all’estero predisposto per loro, e poi un sondaggio da ottomila euro e i viaggi africani. Chi ha pagato, in che forma, con quale provvista. È la domanda che può chiudere o aprire l’ipotesi di un secondo livello, e la risposta sta negli estratti conto, più che nei verbali.
LEGGI: Caso Ranucci, se la politica si decide al tavolo del bistrot
Il nodo dei soldi
Perché il punto è: da dove prende i soldi Valter Lavitola? Va ricordato che ha alle spalle una condanna della Corte dei conti a restituire allo Stato 23,9 milioni di euro, i contributi pubblici incassati dal quotidiano L’Avanti! tra il 1997 e il 2009. Denaro che con ogni probabilità non tornerà mai nelle casse pubbliche. Lui stesso, dopo oltre quattro anni di carcere, ha raccontato di essere uscito «senza una lira». Oggi gli vengono ricondotti il bistrot di pesce Cefalù a Monteverde e un bed and breakfast a cinquanta metri, ma nelle visure camerali non compare alcuna società a lui intestata. In Brasile, dove ha ammesso di avere interessi, come ne ha in Camerun e a Panama, risultano quattro inchieste per riciclaggio, in parte secretate, a Brasilia e a Rio de Janeiro, su fatti del 2015. È la posizione di un uomo ufficialmente indebitato fino al collo, senza nulla di proprio, che continua a muovere capitali su tre continenti.
Gli accertamenti patrimoniali della Procura, avviati a metà luglio, cercano esattamente questo: prelievi in contanti, entrate di difficile giustificazione, passaggi di denaro verso il factotum. C’è poi il paradosso del carbon credit, che Lavitola descrive come l’affare capace di farlo «ridiventare ricco» e per il quale, dice, si è indebitato. Ma quel mercato non paga in anticipo: un credito si vende solo dopo che il progetto è stato validato e certificato da un ente terzo, e chi parte da zero attende uno o due anni prima di cedere i primi titoli. Non risulta che nell’ottobre del 2025 quel progetto avesse generato un solo credito vendibile. Una voragine di costi, non di entrate. E il contante, invece, in quei giorni si muoveva.
L’esplosivo
C’è poi la questione dell’esplosivo. L’ordigno era composto da gelatina da cava, materiale obsoleto ma di straordinaria capacità distruttiva, tanto che la Procura aveva chiesto per gli esecutori la contestazione di strage, non accolta dalla gip. La provenienza di quel materiale ha aperto un filone investigativo autonomo di cui non si è più saputo nulla pubblicamente. Chi fornisce gelatina da cava non è un fornitore occasionale, ed è l’unico anello della catena che non appartiene al mondo delle chiacchiere da ristorante.
Il factotum
C’è il capitolo Gomes Clesio Tavares, il presunto intermediario, latitante in Africa e destinatario di un’ordinanza di custodia cautelare, che però continua a rilasciare interviste ai telegiornali italiani annunciando che tornerà «prestissimo». È l’unico in grado di dire se la catena si fermi a Lavitola o prosegua oltre, e la sua latitanza così loquace è un’anomalia che nessuno commenta.
La soffiata
Un altro interrogativo riguarda la lettera anonima, dimenticata dalle cronache. Il 6 aprile 2026 una mail arriva al pm Carlo Villani e fa il nome di uno degli esecutori poi arrestati, Antonio Passariello, attribuendolo a un clan, circostanza esclusa dalla gip. Una fonte anonima che accelera un’indagine in un momento preciso è essa stessa materia d’indagine. Chi sapeva, e soprattutto perché ha parlato proprio allora.
Il sondaggio
Infine il sondaggio. Commissionato secondo Il Centro alla società Izi per circa ottomila euro e mai portato a termine, con l’ex senatore leghista Michelino Davico coinvolto nella parte demoscopica. A un interlocutore Lavitola avrebbe indicato come committenti «ambienti del Partito Democratico americano», e circolano anche l’ipotesi di un leader straniero e quella di una colletta: nessuna di queste piste ha oggi un riscontro pubblico. Il dettaglio più istruttivo è però un altro: dopo la perquisizione del 4 luglio, Lavitola si affanna a recuperare fatture e riscontri di quel sondaggio. Un uomo che documenta un progetto reale e un uomo che si costruisce una spiegazione alternativa compiono esattamente lo stesso gesto. Distinguere i due casi è il lavoro che resta da fare.
Legittime domande, nessuna delle quali riguarda i sentimenti, l’amicizia o la premura. Riguardano una provvista di denaro, un candelotto di gelatina, un’email, un latitante loquace e una fattura. Finché la discussione pubblica resterà inchiodata al movente, cioè all’unica cosa che sta dentro la testa dell’indagato e che perciò può essere raccontata come si preferisce, il resto continuerà a stare esattamente dov’è. Sul tavolo della Dda, in attesa che qualcuno vada a guardare i conti.
































