26 Giugno 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

26 Giu, 2026

Armaroli: La Carta? Liberale e universale ma non inemendabile

Paolo Armaroli

Il costituzionalista Paolo Armaroli commenta il discorso di Mattarella per gli 80 anni dalla prima seduta dell’assemblea Costituente


«All’assemblea costituente c’erano dei giganti che oggi ci sogniamo, ma sulla seconda parte della Costituzione ha influito la “paura del tiranno” ed è rimasta deficitaria». Paolo Armaroli, a lungo docente di diritto costituzionale comparato e di diritto parlamentare all’Università di Genova, riflette sull’eredità dell’Assemblea Costituente celebrata ieri in Parlamento da Sergio Mattarella. «Ammesso e non concesso che fosse mai esistita – ricorda – durante i lavori si rompe l’unità antifascista. Ma gli antifascismi furono due: quello di chi combatteva per avere istituzioni democratiche e quello di chi voleva una dittatura ancora più dura come quella comunista».

“La Repubblica è di tutti”, ha detto ieri Mattarella. È ancora così?

«Quello che dice Mattarella è verissimo. Nel referendum istituzionale i monarchici erano quasi 11 milioni, oggi siamo tutti repubblicani. C’erano anche milioni di comunisti: e anche se oggi resta uno spirito illiberale in una certa sinistra, la Repubblica è di tutti».

Che intende dire?

«La libertà di manifestazione del pensiero è a fasi alterne. C’è ancora chi – specie tra i più giovani – vorrebbe stabilire chi può parlare in certi luoghi come l’università, ma questo è profondamente illiberale. Del resto, quando si dice che la costituzione è antifascista c’è un equivoco…»

Quale?

«È giusto dire che quelli che hanno scritto la Costituzione erano tutti antifascisti. Ma non lo è il prodotto: la nostra è una costituzione liberale, quindi contro tutte le dittature. Ecco perché la Carta vieta la ricostituzione del disciolto partito fascista ma chiunque può dire di essere fascista o comunista: ciò rientra nella libertà di manifestazione del pensiero».

Molti inneggiano alla Costituzione più bella del mondo, ma gli stessi costituenti erano consapevoli dei suoi limiti…

«Il primo a dirlo è stato Piero Calamandrei. In sede di discussione generale disse: «Si vede a occhio nudo che il progetto non è stato scritto da Ugo Foscolo». E i comunisti votarono guardando alle dittature dell’est. Luigi Einaudi disse di Palmiro Togliatti: «Bravo, ma non ha autonomia di giudizio». Certo: era intelligente e colto, ma anche un puntuale referente di Giuseppe Stalin. Disse sì alla Costituzione perché fece la politica dell’entrismo, ma non poteva sperare di interpretarla a suo uso e consumo: gli americani non lo avrebbero mai permesso».

Quali sono le grandi riforme che ancora dovremmo fare?

«La prima parte va bene anche se, a mio avviso, bisognerebbe aggiungere che la Repubblica è fondata sulla libertà, non solo sul lavoro. Nella seconda parte bisognerebbe migliorare la governabilità, ma le tre commissioni bicamerali hanno fatto tre buchi nell’acqua. Già l’ordine del giorno di Tomaso Perassi alla costituente chiese che la forma di governo parlamentare fosse irrobustita con meccanismi capaci di evitare l’assemblearismo, ma questa razionalizzazione non c’è stata».

Perché è stato difficile fare le riforme?

«Le riforme in Italia si fanno di fatto. Meloni ha realizzato il premierato grazie alle sue caratteristiche: lei è un primo ministro che ha le chiavi dello scioglimento parlamentare perché non esistono alternative. Ha già realizzato il premierato senza fare la riforma».

L’estrema polarizzazione è diventata un impedimento alle riforme come mostrano i referendum del 2016 e del 2026?

«Sì, c’è una tendenza centrifuga nel paese. Nelle società omogenee la contesa punta a strappare i voti al centro. Oggi non è più così. Basti guardare l’emersione del generale Vannacci a destra e la crescita di Avs che schiera Ilaria Salis che andava con il manganello retrattile in Ungheria».

Questa tendenza centrifuga mette a rischio la democrazia?

«Secondo me no. La storia d’Italia, fin dal connubio di Cavour con Rattazzi, ci insegna che abbiamo sempre governato grazie al trasformismo. E quando una forza estrema va al governo le cose cambiano. La Meloni dell’opposizione e quella del governo sono due figure distinte: la prima incarna una forza di destra autentica, la seconda invece, parafrasando De Gasperi, incarna una forza di destra che guarda al centro. Una forza che arriva al governo non è più la stessa di prima: la coperta è corta e si diventa moderati».

Intanto l’Italia non riesce ad avere una democrazia governante…

«Le forze politiche sono spappolate e si muovono all’insegna dell’improvvisazione. Mi si accappona la pelle a pensare che una persona come Silvia Salis, senza nessuna esperienza politica, sia candidata a fare la leader del campo largo. Viviamo in una democrazia a rimorchio degli umori dell’opinione pubblica».

Le condizioni internazionali ci hanno sempre salvato, ma oggi Trump cerca di destabilizzarci. Basterà l’ombrello europeo per un’Italia che non riesce a riformarsi?

«Sicuramente sì, ma l’operazione di Meloni era intelligente: faccio un ponte con l’America per contare di più in Europa. Se l’Italia aderisce supinamente all’Europa saremo sempre il fanalino di coda di Francia, Germania e Regno Unito».

In questo clima ci sarebbero lo spazio e le condizioni per una assemblea costituente?

«È un falso problema: non conta il metodo, ma il contenuto. Se c’è accordo tra le forze politiche non c’è bisogno di un’assemblea costituente, se non c’è accordo non si fa niente. E se mancano gli statisti come oggi non caveremo un ragno dal buco. Adesso questo Andy Burnham vuole passare alla proporzionale: così provocherà dei danni enormi all’Inghilterra. La governabilità si ottiene di fatto: è un principio valido in tutto il mondo».

Come giudica la riforma elettorale del governo?

«Il vantaggio di questo sistema è che c’è un vincitore. Ma il fatto che sia stato accantonato l’emendamento sulle preferenze fa riflettere. La Corte costituzionale potrebbe intervenire per imporre il voto di preferenza come fece in passato quando dichiarò l’illegittimità delle liste bloccate lunghe».

Introdurre le preferenze sarebbe stata una buona idea?

«Certo, il cittadino è elettore, l’articolo 48 della Costituzione parla chiaro. Noi invece stiamo eliminando i collegi uninominali del Rosatellum. Il sistema migliore in assoluto non c’è, ma il Mattarellum mi piaceva perché allargava a figure di valore nel loro campo che però non avevano mai fatto politica. Nella riforma in discussione sarà decisivo il premio di maggioranza».

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