La vicepresidente del Parlamento europeo Pina Picierno critica il progetto del campo largo, spiega le ragioni dell’addio al Pd e rilancia la costruzione di una nuova area politica riformista ed europeista
La vicepresidente del Parlamento europeo Pina Picierno torna a spiegare le ragioni della sua uscita dal Pd e del tentativo di costruire una nuova area politica europeista. Nel corso del confronto organizzato da l’Altravoce in occasione di “Quo Vadis Urbs”, intervistata dalla giornalista Rai e conduttrice di Tg2 Post Monica Giandotti, Picierno traccia una linea di demarcazione netta sia con il centrodestra di Giorgia Meloni sia con il cosiddetto campo largo, accusato di tenere insieme visioni incompatibili su Ucraina, crescita, energia e politica estera. L’ex dirigente del Pd racconta anche le ragioni dell’addio al partito che contribuì a fondare, parla del «lutto» vissuto sul piano umano e lancia un appello ai riformisti rimasti nel Partito democratico.
Onorevole, dopo la fotografia del campo largo molti hanno parlato di una possibile alternativa alla destra. Lei non sembra convinta.
«Le coalizioni non si costruiscono a partire dalle fotografie. Quella immagine è una falsa partenza, perché mette insieme visioni dell’Italia, dell’Europa e del mondo profondamente diverse. Basta pensare all’Ucraina, all’energia nucleare, all’eolico offshore, alla crescita economica, al fisco. Su ciascuno di questi temi ci sono posizioni radicalmente incompatibili. In queste condizioni è difficile convincere gli italiani di poter offrire una proposta credibile e seria».
Lei non crede che sia l’unica strada per battere Giorgia Meloni?
«Io penso che gli italiani chiedano qualcosa di diverso. Da un lato c’è il sovranismo della destra di Giorgia Meloni, che ha confuso la stabilità con l’immobilismo e ha inchiodato il Paese a una crescita che non c’è. Dall’altro c’è un pezzo dell’opposizione che si rifugia in posizioni sempre più ideologiche. Tra questi due estremismi esiste uno spazio per una proposta europeista, riformista e credibile».
Lei ha lasciato il Partito democratico sostenendo di non riconoscersi più nella sua evoluzione. Cosa è cambiato?
«C’è stato uno slittamento progressivo, ma direi ormai una vera e propria trasformazione della natura del partito. Quando non vengono più riconosciute tutte le culture fondative e prevale una sola ortodossia, quella ex diessina ed ex comunista, allora il cambiamento è strutturale. Ho chiesto più volte un congresso, ho provato ad aprire una discussione vera, ma non mi è stata concessa nemmeno quella possibilità».
Qualcuno sostiene che quella battaglia avrebbe dovuto continuare a combatterla dall’interno.
«Ci ho provato in tutti i modi. Attraverso le interviste, chiedendo direzioni di partito, chiedendo un congresso. Ho tentato davvero di salvare l’anima di quel partito, che peraltro ho contribuito a fondare. Ma a un certo punto ho dovuto prendere atto di una deriva verso posizioni populiste, identitarie e massimaliste che non appartengono alla mia cultura politica».
In che senso?
«Il Partito democratico ha rinunciato a rappresentare un elemento di equilibrio rispetto al populismo di Giuseppe Conte e ha finito per inseguirlo. Questo è incompatibile con il mio riformismo e con il mio europeismo. L’Europa per me è una comunità di destino. Non posso accettare che forze che dovrebbero essere naturalmente europeiste arrivino a mettere in discussione gli impegni assunti dall’Italia in sede europea».
Lei parla spesso della necessità di costruire un nuovo soggetto politico. Come lo immagina?
«Non mi piace neppure definirlo centro. Preferisco dire che dobbiamo stare al centro dei problemi irrisolti del Paese. Io penso a un fronte europeista e democratico. Mi piace la parola fronte perché richiama l’idea di una sfida, di un’avanguardia, ma anche di un argine rispetto ai populismi. È una sfida ambiziosa, ma questo è il tempo in cui i riformisti devono trovare il coraggio di costruire una casa politica comune».
Negli ultimi anni, però, tutti i tentativi centristi sono falliti.
«È vero, spesso a causa di personalismi e divisioni. Ma questo non significa che ci si debba arrendere. Non credo che basti costruire cartelli elettorali contro qualcuno. Il limite del campo largo è proprio questo: essere nato soprattutto in funzione anti-Meloni. Le alleanze, invece, devono fondarsi su una visione comune dell’Italia, dell’Europa e del mondo».
Con l’attuale legge elettorale non rischia di essere una scommessa destinata a favorire il centrodestra?
«Si ricorre sempre all’argomento del voto utile. Ma il voto utile è spesso l’argomento di chi non ha altri argomenti. Chi può dire oggi che gli italiani non possano scegliere in maniera massiccia un’offerta europeista e democratica? Non abbiamo ancora celebrato le elezioni. La politica non può vivere di rassegnazione preventiva».
Con chi potrebbe allearsi questo fronte?
«Le alleanze si fanno sui contenuti e non esistono veti pregiudiziali. Ma oggi non vedo le condizioni né con la destra di impronta trumpiana né con un campo largo che contiene pulsioni antinucleari, ambiguità sull’Ucraina e un’idea del pacifismo che coincide con il disimpegno. Oggi, molto serenamente, dico che non ci sono le condizioni per allearsi con nessuno dei due schieramenti».
In questo progetto c’è spazio per Carlo Calenda?
«Certamente. Su molti temi abbiamo una visione comune e condividiamo l’idea che serva un’offerta politica seria e coerente. Del resto, se mi si dice che diciamo le stesse cose, io rispondo: viva Dio».
E Matteo Renzi?
«Su Matteo Renzi vedo una situazione più difficile da interpretare. Tutti gli riconoscono coraggio e determinazione, ma oggi faccio fatica a capire quale sia la sua strategia. Mi auguro che possa assumere una posizione chiara sul futuro del riformismo italiano».
Lei pensa che altri esponenti riformisti possano lasciare il Pd?
«So che esiste un malessere diffuso. Conosco bene le preoccupazioni di tanti amici e amiche riformisti che sono rimasti nel partito. A loro dico che questo è il tempo del coraggio. Esiste la possibilità di costruire una casa politica per i riformisti italiani e credo che questa occasione non debba essere sprecata».
Se un giorno cambiasse la guida del Partito democratico, prenderebbe in considerazione un ritorno?
«Non credo nelle preclusioni eterne. Oggi però il Partito democratico non è più quello che abbiamo fondato. Se un domani dovesse tornare a esserlo, allora si aprirebbero scenari nuovi. Ma oggi le condizioni sono profondamente diverse».
Quanto è stata dolorosa questa scelta?
«Moltissimo. È stato un vero e proprio lutto. In quel partito c’è stata tutta la mia vita politica, dai manifesti attaccati da ragazza alle campagne elettorali dell’Ulivo. Ho dedicato vent’anni della mia vita al Partito democratico. Se sono arrivata alla decisione di andarmene significa che, purtroppo, ho maturato la convinzione che non ci fosse più speranza di cambiarlo dall’interno».































