Il ministro Pichetto Fratin ospite di Quo Vadi Urbs, il forum organizzato dall’Altravoce: «Le energie rinnovabili non bastano a soddisfare la domanda di energia, sul nucleare andremo fino in fondo. A dicembre i decreti delegati, impianti attivi nel 2033»
In occasione di Quo Vadis Urbs, il confronto sulle sfide delle città tra sostenibilità, energia e sviluppo, il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin è stato intervistato dal direttore Alessandro Barbano.
Al centro del dialogo, lo stato della transizione energetica nelle grandi città, il ruolo delle infrastrutture e le prospettive del sistema energetico italiano tra rinnovabili e nuove tecnologie.
Ministro, a che punto è il processo di transizione energetica delle grandi città italiane?
«Il percorso della transizione energetica va inserito dentro un processo più ampio di consapevolezza. Si è passati dal concetto di transizione ecologica a una presa di coscienza globale. Ricordiamoci l’Accordo di Parigi del 2015 e, più recentemente, la COP28 di Dubai, che per la prima volta ha inserito in un documento finale il riferimento ai combustibili fossili. È un passaggio culturale importante: anche Paesi produttori di petrolio riconoscono che questa risorsa non è infinita. Non possiamo limitarci a parlare di riduzione delle emissioni, ma dobbiamo affrontare temi come la crescita della domanda elettrica e la capacità del sistema di reggerla. In Italia consumiamo circa 315 miliardi di chilowattora l’anno e nei prossimi 10-15 anni è previsto un aumento di almeno 100 miliardi. Questo significa che le città, che sono i principali centri di consumo, dovranno essere sempre più efficienti ma anche sempre più alimentate da un sistema energetico più ampio e robusto. Le città stanno già cambiando: aumentano le rinnovabili, la digitalizzazione delle reti, l’efficienza degli edifici e i sistemi di teleriscaldamento. Ma allo stesso tempo emergono nuovi grandi consumatori, come i data center, che impongono una capacità energetica continua e stabile. Per questo la transizione nelle città non può essere separata dal sistema energetico complessivo: richiede infrastrutture adeguate, produzione sufficiente e un mix energetico che garantisca sicurezza e continuità. Senza questo equilibrio, la transizione rischia di essere incompleta».
I numeri della domanda energetica mostrano una crescita molto forte. Le rinnovabili saranno sufficienti o il nucleare diventerà indispensabile?
«Oggi consumiamo circa 315 terawattora e ne produciamo circa 260. Ci mancano già 40-50 miliardi di chilowattora che acquistiamo soprattutto dalla Francia, oltre che da altri Paesi confinanti. Se aggiungiamo i 100 miliardi di chilowattora di domanda in più previsti nei prossimi anni, superiamo abbondantemente i 400 terawattora. Quando sono arrivato al Ministero ho trovato una situazione in cui le rinnovabili crescevano troppo lentamente: nel 2021 erano stati installati circa 1,5 gigawatt, nel 2022 circa 3, nel 2023 siamo arrivati a 5, nel 2024 a 7,3 e nel 2025 siamo a oltre 7 gigawatt. Nonostante le difficoltà autorizzative e i contenziosi, il percorso previsto dal PNIEC per le rinnovabili oggi è rispettato. Ma proprio per questo serve anche il nucleare. Il percorso è iniziato il 23 settembre 2023, con la nascita di una piattaforma nazionale con circa cento tra i maggiori esperti italiani. Da quel lavoro è nato il disegno di legge delega. Il nostro compito oggi è dare al Paese il quadro giuridico necessario. Non stiamo decidendo domani di costruire una centrale: stiamo creando le condizioni normative perché l’Italia possa scegliere».
Lei può impegnarsi sul fatto che il nucleare si farà davvero? Con quali tempi e quale impatto potrà avere sul sistema energetico italiano?
«L’obiettivo è arrivare fino in fondo. La piattaforma ha lavorato per due anni e ha prodotto una serie di valutazioni che sono state tradotte nel disegno di legge delega. Io ho cercato di non ideologizzare la questione, perché il Parlamento deve valutarla nel merito. Oggi Governo e Parlamento hanno il dovere di costruire il quadro giuridico. Anche approvando subito la delega, non sarà la prossima legislatura a installare i reattori. Stiamo parlando di un percorso lungo. Se va tutto liscio, entro Natale avremo i decreti delegati. Poi bisogna istituire l’autorità di controllo, renderla compatibile con le normative internazionali e completare tutti i passaggi autorizzativi. Per questo le date di cui si parla sono il 2033-2035 per l’entrata in funzione dei primi impianti, considerando che le nuove tecnologie saranno commercialmente disponibili verso la fine di questo decennio. La mia convinzione è che solo un mix energetico completo possa garantire sicurezza, prezzi competitivi e indipendenza energetica».
La piattaforma sul nucleare è nata in un clima politico molto polarizzato. È possibile portare avanti questo percorso in una fase elettorale permanente?
«Proprio per questo ho scelto di non ideologizzare il tema. La piattaforma nazionale ha lavorato lontano dai riflettori e ha prodotto valutazioni tecniche. Oggi chiedo al Parlamento una discussione sul merito. Il punto è semplice: abbiamo il dovere di prepararci. Chi è contrario per ragioni ideologiche può continuare a esserlo, ma questo non può impedire al Paese di costruire gli strumenti normativi necessari. Fare oggi il lavoro della delega significa consentire all’Italia di avere una scelta domani. Dobbiamo anche essere realisti. Chi sostiene che bastino esclusivamente le rinnovabili deve confrontarsi con la realtà del sistema elettrico. Le rinnovabili sono fondamentali e stiamo accelerando, ma serve un mix equilibrato di tecnologie per garantire continuità e competitività».
Sul fronte delle accise, il Governo ha scelto di prorogare misure che molti economisti considerano poco efficaci e potenzialmente inflazionistiche. Condivide queste perplessità?
«Le misure emergenziali vanno valutate come tali. Mi auguro che l’emergenza energetica stia rientrando: il prezzo del petrolio è sceso sotto gli 80 dollari al barile e anche il gas sta registrando un andamento più favorevole. Più in generale, credo che la flessibilità concessa all’Italia debba essere utilizzata soprattutto per investimenti. Parliamo di risorse italiane e quindi vanno impiegate con attenzione. Gli investimenti che considero prioritari sono quelli che accompagnano la modernizzazione del Paese. Penso agli accumuli energetici e alle grandi infrastrutture come le dighe. Certo, qualcuno può obiettare che una diga richiede dieci anni per essere realizzata, ma sono opere che producono benefici per generazioni. L’Italia dispone già oggi di una delle reti elettriche migliori d’Europa. Dobbiamo continuare a investire con una visione di lungo periodo, evitando approcci ideologici e puntando su scelte che garantiscano sicurezza energetica e competitività alle future generazioni».

































