Il giurista Sabino Cassese ospite di “Quo Vadis Urbs”: «Il ruolo e le funzioni delle città sono da ripensare. Occorre guardare alle esperienze degli altri Paesi, assumere personale qualificato e garantire servizi più efficienti»
Ad aprire i lavori di “Quo Vadis Urbs” è stato Sabino Cassese, professore emerito della Scuola Normale Superiore di Pisa e giudice emerito della Corte Costituzionale, intervistato dal direttore Alessandro Barbano. Al centro del confronto, il rapporto tra crescita delle città, crisi della democrazia e nuovi modelli di governo delle metropoli. Per Cassese, di fronte a un mondo sempre più urbanizzato la sfida principale è rafforzare le capacità amministrative delle grandi città più che moltiplicarne i poteri legislativi.
Professor Cassese, che rapporto esiste tra la rivoluzione urbana e la crisi della democrazia?
«Fino alla metà del Novecento le città erano un fenomeno essenzialmente nazionale. Oggi si muovono in una dimensione globale. È questo il cambiamento più radicale nel rapporto tra città e democrazia, perché la democrazia è sempre stata pensata in una dimensione nazionale. Le città hanno ormai assunto una voce mondiale. Da un lato gli Stati si sono indeboliti, schiacciati dalle grandi aggregazioni geopolitiche e superati da poteri privati sovranazionali come le Big Tech. Dall’altro ci sono le migrazioni e il multiculturalismo, oggi sono 304 milioni i cittadini che vivono in Paesi differenti da quelli di nascita. A questo si aggiunge il fenomeno dell’urbanesimo: oggi sei persone su dieci vivono nelle città e, secondo le previsioni, a metà secolo saranno sette su dieci. Questo significa che il mondo sarà sempre più fatto di città e sempre meno di nazioni».
Che conseguenze produce questo cambiamento sulla democrazia?
«Comporta uno spostamento del luogo della democrazia. Il suo teatro tradizionale era la nazione. Oggi, invece, il livello superiore e quello inferiore acquistano maggiore rilevanza. Eppure continuiamo a ragionare culturalmente con categorie del passato. C’è un libro inglese dell’Ottocento che definiva il self-government come la possibilità per i cittadini di governare il proprio Paese stando sull’uscio di casa. Ma come si applica questa immagine a megalopoli (33 nel mondo, ndr) da trenta milioni di abitanti?».
Anche la partecipazione sembra in crisi.
«Negli ultimi trent’anni l’affluenza alle elezioni comunali italiane è diminuita di diciotto punti. Il livello di governo più vicino ai cittadini ha registrato una caduta della partecipazione addirittura superiore a quella verificatasi nei confronti dello Stato. Questo ci fa capire quale rivoluzione stiamo attraversando».
LEGGI Quo Vadis, le città del futuro: il programma del festival dell’Altravoce
In che modo le grandi città sono cambiate?
«Pensiamo a Roma: tre milioni di abitanti e circa trenta milioni di arrivi turistici all’anno. Oppure a New York, con sessantacinque milioni di visitatori. L’overtourism produce effetti enormi sull’abitare, sul traffico, sulla raccolta dei rifiuti, sui servizi pubblici e sociali. L’impatto è gigantesco».
E questo produce anche nuove disuguaglianze?
«Certamente. Se il costo della vita cresce troppo, chi vorrebbe trasferirsi nelle grandi città rinuncia. Il problema non riguarda soltanto chi è già dentro, ma anche chi resta fuori perché non può più permetterselo».
Dunque bisogna ripensare il ruolo delle città?
«Dobbiamo organizzare i nostri ordinamenti in maniera completamente diversa. Occorre pensare alle città non più dentro la nazione, ma nel mondo. L’impatto del mondo sulle città e quello delle città sul mondo sono diventati decisivi. Saskia Sassen, sociologa americana, ha mostrato quanto le grandi metropoli siano capaci di attrarre talenti e cervelli, sviluppando una forza che supera i confini nazionali».
Come si può regolare questo sviluppo?
«Prima di tutto studiando. Abbiamo precedenti importanti, come il caso della Greater London, che è stato oggetto di molte riforme. Bisogna ricordare che autonomia significa differenziazione. Le differenze possono derivare dalle dimensioni oppure dalle funzioni svolte. Nel caso delle grandi città, la questione dimensionale è fondamentale e richiede regimi particolari».
Roma presenta anche una specificità legata al suo ruolo di capitale?
«Certamente. Una capitale svolge una duplice funzione. Deve servire i cittadini che vi abitano, ma contemporaneamente è al servizio dell’intera nazione. Storicamente i ministeri furono collocati lungo via XX Settembre perché vicini alla stazione ferroviaria e dunque funzionali al Paese, non alla città».
Lei ha sostenuto in passato l’idea dello Sdo (Sistema Direzionale Orientale). È ancora convinto di quella soluzione?
«Ho lavorato per anni su quel progetto. In una città come Roma, con un centro storico di straordinario valore, avrebbe senso concentrare alcune funzioni in un Sistema direzionale orientale. Ricordo anche uno studio sulla possibilità di trasferire alcune strutture della Presidenza della Repubblica, così da rendere il Quirinale più accessibile ai cittadini».
Quale modello di governance suggerirebbe per Roma e per le altre grandi aree metropolitane?
«Il primo consiglio è di passare qualche giorno in biblioteca e studiare le esperienze degli altri Paesi. Il secondo riguarda la capacità amministrativa. Le grandi città devono dotarsi di strutture adeguate alla complessità che si trovano a governare. È come una piccola impresa che diventa una grande azienda: non può continuare a organizzarsi come prima. Significa meno potestà legislativa e più capacità amministrativa. Più personale qualificato, capace di gestire la complessità della vita quotidiana. Le città sono ormai protagoniste del mondo, non soltanto delle nazioni».
E le ipotesi di attribuire a Roma una potestà legislativa più ampia?
«Si rischia di fare belle leggi che rimangono sospese nell’aria, mentre i cittadini restano a terra. Il problema vero è la gestione amministrativa. Se poi Roma diventasse una Regione, ci troveremmo davanti a una situazione singolare: il Lazio diventerebbe una sorta di “regione ciambella”, con Roma al centro. La questione fondamentale resta un’altra: garantire una buona gestione dei servizi e formare personale adeguato. È lì che bisogna concentrare gli sforzi».
































