17 Aprile 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

15 Apr, 2026

Assolti dopo 12 anni ma chiamati a pagare 2,2 milioni: innocenti e senza più nulla

L’odissea di Alessandro Incecchi e Rosa Loredana Bruno, imprenditori pubblicitari di successo vittime di un processo ingiusto che non doveva iniziare


Assolti dopo 12 anni. Vittime di un processo ingiusto che non doveva neppure iniziare. Accusati di truffa senza essere mai interrogati (per una alchimia processuale). Finiti nel tritacarne mediatico con il drammatico epilogo di una vita e una brillante carriera stroncate.

È il racconto del calvario subìto da Alessandro Incecchi e Rosa Loredana Bruno, stimati imprenditori del settore pubblicitario e coppia nella vita. Un’odissea che non vede ancora la fine. Infatti, anche se il giudice ha riconosciuto la loro innocenza, con l’assoluzione con formula piena – fatto non sussiste – in sede penale e finanche le decisioni favorevoli dinanzi al tribunale civile, la Corte dei Conti bussa alla loro porta. E chiede una somma relativa ad una truffa dichiarata inesistente, perché è stato accertato dal giudice penale non essersi mai consumata.

La richiesta della Corte dei Conti

La cifra fa impallidire forse di più dell’ingiusta detenzione subìta: oltre 2,2 milioni di euro. Così, il 24 febbraio scorso un giudice civile ha disposto l’esecuzione della sentenza contabile. Insomma, oltre il danno la beffa, fa notare l’avvocato Fabio Viglione, difensore dei due imprenditori, nel processo penale. Viglione parla di una vicenda «emblematica di alcune distorsioni profonde che investono il rapporto tra giustizia, economia e diritti dei cittadini».

Per 12 anni ha assistito al dramma dei due professionisti «rimasti intrappolati in un lungo e devastante percorso giudiziario.

Prima dell’inizio della vicenda giudiziaria, – racconta Viglione (nella foto) – la loro azienda operava con lo Stato dopo aver vinto una gara d’appalto presso il Ministero dell’Agricoltura. L’attività generava fatturato di alcuni milioni di euro, occupazione e valore economico. Era una piccola ma solida realtà imprenditoriale. La situazione – prosegue Viglione – cambia radicalmente quando vengono accusati di truffa ai danni dello Stato».

Da quel momento «si attiva l’intero apparato repressivo di carattere preventivo: sequestri di conti correnti e immobili, arresti domiciliari, interdizione dell’azienda e gestione affidata a un custode giudiziario».

Azienda distrutta e assoluzione penale

Per anni i due imprenditori vivono sotto il peso dell’accusa e dell’esposizione mediatica. Nel frattempo la loro attività economica viene paralizzata e progressivamente distrutta. Nel giugno del 2023 arriva però la sentenza che ribalta completamente il quadro. Il tribunale penale li assolve con la formula più ampia possibile, “perché il fatto non sussiste”. Ma, incredibilmente, la vicenda non si chiude positivamente. Prima della decisione penale, la Corte dei Conti li aveva infatti condannati per gli stessi fatti e sulla base di atti di indagine del procedimento penale.

Quegli stessi atti che non avevano trovato alcun conforto probatorio nel dibattimento e che avevano fatto evolvere l’ipotesi d’accusa nell’accertamento della mancata commissione del reato. Nonostante ciò la Corte dei Conti bussa alla loro porta: «oggi quei due cittadini, dichiarati innocenti, rischiano di essere completamente spogliati dei propri beni».

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Il racconto di Incecchi e i domiciliari

L’unica chance è il ricorso in appello. Alessandro Incecchi, ex dirigente Publitalia 80 e ormai ex fondatore della società Immediate Marketing & Pubblicità, racconta: «Il pm romano del caso si convince che c’è una truffa ai danni dello Stato e chiede il nostro arresto. Prima viene negato dal Gip, poi ricorre e riesce ad ottenerlo. Ma la commessa è stata effettivamente eseguita in modo corretto, come dimostrerà il processo».

Intanto però la coppia passa 89 giorni ai domiciliari. «Non potevamo neppure uscire per fare la spesa – racconta ancora Incecchi – è stato terribile. Come i giorni passati nelle aule di giustizia, con un danno non soltanto alla nostra sfera personale, ma anche economica. Oggi la nostra attività non esiste più». Oltre alla mancanza di un interrogatorio di garanzia (perché il Gip non accolse la richiesta) al Riesame, dove il Pm aveva appellato il rigetto, vennero depositati dei supporti informatici che non si aprirono alla lettura. E forse sarebbero stati utili a fornire prove a supporto dell’innocenza della coppia.

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Il nodo giustizia e le domande aperte

Una storia, quella dei due manager, che secondo l’avvocato Viglione pone «una domanda che riguarda l’intero sistema Paese. Cosa accade quando un procedimento giudiziario lungo oltre un decennio distrugge un’impresa di un cittadino che poi si scopre innocente? Come affrontare le conseguenze economiche ed umane di questo errore? È mai possibile che l’accertamento del Tribunale penale si concluda con un’assoluzione piena e la Corte dei Conti, per lo stesso fatto – “che non sussiste” – senza alcuna istruttoria autonoma, possa condannare il cittadino risultato innocente?».

Il legale aggiunge che a rendere la vicenda ancora più paradossale c’è il tema dell’ingiusta detenzione domiciliare subita dai coniugi Incecchi.

«Anche su questo fronte – rileva il difensore – è stato negato loro l’indennizzo dopo un lungo percorso che li ha portati fino alla Cassazione. È stato negato sulla base di una ritenuta non irreprensibilità delle loro condotte, che francamente, a fronte della assoluzione piena e finanche del mancato interrogatorio degli stessi imputati, non si riesce a comprendere. Rispettiamo la sentenza naturalmente ma riteniamo che interpretando tanto restrittivamente il presupposto per l’ingiusta detenzione, si rischia di svuotare la ratio dell’indennizzo per un cittadino privato della libertà ed assolto per insussistenza del fatto”.

L’attesa dell’appello

Lo stupore resta ancora, dopo tanti anni, nelle parole di Incecchi, che guarda al giudizio d’appello come unica ancora di salvezza. Intanto però passerà altro tempo, ci saranno altre attese di una giustizia che ha mostrato fino ad oggi il suo volto matrigno. È mai possibile che anche se innocenti, debbano rispondere economicamente, con conseguenze devastanti, per un reato che non hanno commesso?

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