6 Giugno 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

6 Giu, 2026

Germania, gli Usa verso lo stop all’invio di missili Tomahawk

Tra rapporti sempre più difficili e consumi importanti in Iran gli Usa meditano ora su una sospensione all’invio di missili Tomahawk alla Germania


È una strana “Tomahawk diplomacy” quella praticata dal Presidente Donald Trump. Piuttosto che minacciarne l’uso contro i rivali, come facevano gli inquilini della Casa Bianca di un tempo, il tycoon minaccia infatti di toglierli agli alleati. In particolare alla Germania, spesso nel mirino del Presidente a causa dello scarso gradimento di cui il Cancelliere Friedrich Merz gode dalle parti del 1600 di Pennsylvania Avenue.

È notizia di ieri, infatti, che gli Stati Uniti starebbero pensando di annullare l’invio di una partita di questi missili di precisione a Berlino. Una scelta dettata, secondo Politico, dalla volontà di Washington di non indispettire Mosca. La quale potrebbe non vedere di buon occhio un rafforzamento delle capacità militari tedesche. Qualora queste indiscrezioni venissero confermate dai fatti, si tratterebbe di un evidente colpo basso ai danni degli alleati continentali degli Stati Uniti.

La logica politica dietro la mossa su Berlino

Ma tutta questa faccenda dice molto più sulla situazione negli Stati Uniti che sullo stato della Difesa continentale europea. La decisione di tagliare l’invio di missili in Europa, qualora si concretizzasse, potrebbe essere stata ispirata anche da calcoli ben diversi dalla semplice insofferenza.

È cosa nota, del resto, che gli arsenali a stelle e strisce non si trovano in questo periodo nella migliore condizione possibile, visti i consumi enormi a cui hanno dovuto far fronte le forze armate statunitensi durante la guerra in Medio Oriente. Stando alle stime dell’americano Center for Strategic and International Studies, durante il conflitto con l’Iran gli Stati Uniti hanno lanciato tra 800 e 1000 Tomahawk. Circa un terzo del totale complessivo dei sistemi Tomahawk disponibili negli arsenali, stimati in non più di 3000 unità, è stato speso in quello che è uno dei consumi di armamenti più massicci della storia recente del Paese.

Un consumo per ovviare al quale saranno necessari all’incirca tre anni di produzione forsennata e più di tre miliardi di dollari. È possibile, dunque, che in questo caso specifico l’antipatia verso la Germania sia solo una copertura. Per nascondere, forse, il fatto che in questo frangente gli Stati Uniti semplicemente non possono permettersi di rifornire gli alleati.

Produzione, ritardi e arsenali sotto stress

A fine maggio, in tal senso, Washington ha notificato a un altro alleato, il Giappone, di non poter consegnare in tempo i 400 Tomahawk richiesti. I ritardi nella catena produttiva e le nuove necessità della Difesa americana hanno apparentemente richiesto anche in Asia un ripensamento della scaletta di consegna.

Qualora quell’accordo dovesse saltare assieme a quello tedesco l’ipotesi di una scelta dettata dalle preoccupazioni interne alle forze armate a stelle e strisce sarebbe sostanzialmente confermata. In questo quadro, la pressione sugli arsenali diventa un fattore strutturale più che contingente. Incidendo direttamente sulla capacità di Washington di sostenere contemporaneamente più teatri strategici.

Tutto questo, comunque, deve far riflettere sullo stato dei rapporti transatlantici e sulla condizione di salute dell’alleanza tra europei e americani. Washington, infatti, si dimostra ogni giorno meno affidabile, sia per ragioni strutturali legate alle necessità degli Stati Uniti sia per scelta politica della sua leadership. Alla luce di quanto detto, la vera domanda è quanto sia saggio continuare a incentrare la propria sicurezza, in termini di potenziamento, sulla buona fede. Su un alleato che non può, e spesso non vuole, aiutare i propri partner a fare da soli.

Le armi come strumento negoziale

Tradizionalmente gli Stati Uniti hanno sempre usato il tema delle forniture militari come leva diplomatica per spingere gli alleati a sostenere con maggior convinzione il peso della difesa condivisa sulle principali linee di faglia geopolitiche. E anche in questo caso, almeno in parte, l’intera faccenda potrebbe essere letta in quest’ottica. Ciò che è particolarmente preoccupante rispetto a questa particolare congiuntura storica, però, è il fatto che se questo modus operandi diventa una prassi dettata più dalle necessità logistiche di Washington che da una chiara linea operativa in termini di rapporti con gli alleati è l’intera credibilità dello scudo difensivo proiettato dagli Stati Uniti a risentirne.

LEGGI Romania, esplode drone nel porto di Costanza. Raid russi sull’Ucraina

Con all’orizzonte un sempre più marcato disimpegno dall’Europa per concentrare le forze nel Pacifico, in conclusione, il combinato disposto di tutti questi elementi risulta particolarmente deleterio per il Vecchio Continente. Spingere gli alleati a “far da sé” nel campo della Difesa senza fornirgli i mezzi per difendersi è infatti una ricetta per il disastro. Specialmente alla luce delle ambizioni egemoniche malcelate di molti attori ostili all’Occidente nel quadrante euro-mediterraneo. In questo scenario, il problema non è più soltanto la disponibilità di sistemi d’arma, ma la stabilità delle aspettative su cui l’Europa ha costruito la propria sicurezza. E quando le aspettative diventano variabili, anche le alleanze cessano di essere certezze.

Una voce delle notizie: da oggi sempre con te!

Accedi a contenuti esclusivi

Potrebbe interessarti

Le rubriche

Mimì

Sport

EDICOLA