Undici anni di processo, sequestri e assoluzioni: il caso Jambo si chiude senza colpevoli e con un centro commerciale distrutto. Chi pagherà il disastro giudiziario?
Undici anni di processo e una fetta di preziosa economia locale distrutta per sempre. È la sintesi del processo Jambo, istruito sull’accusa di un presunto patto criminale tra imprenditoria casertana, politica e malavita, e finito, pochi giorni fa, con un nulla di fatto. Il Jambo, un centro commerciale sorto a Trentola Ducenta, in provincia di Caserta, fu confiscato nel 2016 e ora deve tornare ai legittimi proprietari. Che non sono i camorristi, ma gli imprenditori assolti dall’accusa di intestazione fittizia. Undici anni fa, il bene aveva un valore di circa 60 milioni di euro. Oggi ne esce fortemente ridimensionato. Chi pagherà per questo? Nessuno.
La vicenda
Ma andiamo alla ricostruzione della vicenda processuale finita pochi giorni fa con la conferma delle assoluzioni, i dissequestri e la riqualifica del reato contestato al principale imputato, l’imprenditore Sandro Falco, inizialmente condannato per partecipazione con i clan, poi, in Appello, per concorso esterno. In entrambi i processi celebrati la pubblica accusa è stata rappresentata dallo stesso magistrato. Un caso raro, ma non unico. Perché, mentre l’Italia dibatte sulla separazione della carriere dei magistrati, in Campania si seguita ad unire. Un protocollo tra Procura e Procura generale, a Napoli, rafforza infatti per il pm la possibilità – prevista dal Codice – di venire applicato anche per i processi in Appello. È accaduto con il pm Maurizio Giordano che ha condotto le indagini, rappresentato l’accusa in dibattimento e poi ha ottenuto di essere applicato anche in secondo grado.
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Gli inizi
Il tutto ha avuto inizio nel dicembre del 2015, quando la Dda ottiene il sequestro del centro commerciale di Trentola Ducenta e l’arresto di una ventina di persone, tra le quali Nicola Pagano e Michele Griffo, rispettivamente ex sindaco e sindaco in carica, i fratelli Sandro e Ortensio Falco, proprietari dello shopping center, e Michele Zagaria, già ergastolano, tra i fondatori del clan dei casalesi. L’accusa è di avere stretto un accordo politico-impreditoriale-mafioso: i politici in cambio di voti, gli imprenditori per le licenze del Jambo e per non pagare gli oneri edilizi e il clan per arricchirsi e ripulire i soldi sporchi.
Dopo il sequestro
Il sequestro del Jambo è una notizia di prima fascia dei tg nazionali. La fuga di due indagati – il sindaco Griffo e l’imprenditore Sandro Falco – la notte della retata, aggiunge pepe a una miscela mediatica già esplosiva. La prima tappa è la celebrazione del rito abbreviato davanti al gip Montefusco che condanna Zagaria e dispone la confisca del Jambo, ritenendo che la titolarità reale del centro commerciale sia del boss. È il 2016.
Da quel momento il Jambo viene affidato a una amministrazione giudiziaria. Intanto inizia il dibattimento che già nei primi mesi fa emergere le falle di un impianto accusatorio tutt’altro che blindato. Secondo la tesi dei magistrati, Zagaria decide chi deve essere eletto a Trentola Ducenta già nel 1997, ottenendo in cambio concessioni edilizie illegittime per i fratelli Falco, ritenuti suoi prestanome, che così costruiscono il Jambo con un risparmio di circa 17 milioni di euro di oneri concessori. Ma quando la partita processuale entra nel vivo, cedono proprio quei perni che dovrebbero reggere l’intera impalcatura. Il Tribunale nomina infatti un perito, l’ingegnere Cafiero, per verificare la fondatezza tecnica delle accuse. E questi smonta le certezze della Dda: il calcolo dei 17 milioni di euro risulta errato e i titoli edilizi si dimostrano legittimi.
Il processo e le condanne
È il testacoda di un processo che mostra tutto il negativo della giustizia italiana. Un processo che dura 11 anni, passando attraverso il cambio di 18 collegi giudicanti. La sentenza, nel 2024, proietta un quadro radicalmente diverso rispetto a quello iniziale: assolti Michele Griffo, Nicola Picone e Ortensio Falco. Sandro Falco viene invece condannato a 7 anni per partecipazione con la criminalità organizzata e intestazione fittizia. Cadono le accuse centrali e viene revocata la confisca collegata a quei reati. Nel frattempo, uno degli imputati, Nicola Pagano, muore senza conoscere l’esito del processo. È lecito ritenere che sarebbe stato a sua volta assolto.
Il ricorso del pm
Il pm Giordano impugna le assoluzioni, ricorre in Appello e ottiene di sostenere l’accusa anche in questa sede. Chiede di risentire due pentiti e di acquisire un’informativa non utilizzata in primo grado. La Corte rigetta. Allora arriva il colpo di scena: le parole di un nuovo collaboratore, Nicola Inquieto, rientrato dopo anni dalla Romania e ritenuto contiguo al clan. Le sue dichiarazioni, però, risultano vaghe e durante il controesame gli avvocati Carlo De Stavola, Mario Griffo, Alfonso Furgiuele e Stefano Montone fanno emergere una serie di contraddizioni e buchi nel suo racconto, sia sulla natura del denaro che sulle presunte quote di Zagaria nel Jambo.
La crisi del Jambo
Il processo va verso un fallimento sostanziale, ma nel frattempo il danno è fatto. Durante gli anni di sequestro il Jambo perde prestigio e appeal. I grandi marchi fuggono, molti negozi chiudono, diversi lavoratori vengono licenziati, inclusa la moglie di Ortensio Falco. Negli anni il Jambo ospita mostre e iniziative antimafia, tanti eventi di prestigio. Un’immagine di forza solo apparente. A un certo punto viene addirittura messo in vendita. La notizia circola sulla stampa locale e le difese, per scongiurare ulteriori danni, devono produrre comunicazioni ufficiali per chiarire che la vicenda giudiziaria non è conclusa.
La sentenza
Alla luce della sentenza del 27 gennaio scorso, che assolve i fratelli Falco dall’accusa di intestazione fittizia e li riconosce unici proprietari del centro commerciale, il Jambo dovrebbe tornare nella loro piena disponibilità, ma resta il nodo tecnico della confisca che dovrà essere superato con un incidente di esecuzione, durante il quale va spiegato che il Tribunale ha accertato la titolarità lecita del bene. Non si esclude neanche un ricorso in Cassazione da parte del pg. Anche se manca una verità penale che giustifichi l’odissea che ha travolto gli imputati, ma anche i titolari dei negozi, i loro dipendenti, le loro famiglie. Per non considerare il danno di immagine a un territorio che, tra inchieste flop e produzioni cinematografiche, non riesce a scrollarsi di dosso il marchio infamante della camorra.



















