Per la prima volta Starship raggiunge l’orbita terrestre. Il Flight 14 di SpaceX supera lo stop di un motore, libera 26 satelliti Starlink V3 e torna nel Pacifico. Tre ore che segnano il grande salto del progetto spaziale di Elon Musk
Il futuro oggi è passato come un razzo. Un film di tre ore in diretta social su X. Account Space X. X, come la generazione di Elon Musk che sogna lo spazio da quando, bambino, leggeva Le avventure di Tintin di Hergé. Starship è il più grande e pesante razzo mai costruito. Oggi è entrato nell’orbita terrestre, non era mai successo prima.
Ci sono voluti 13 voli per arrivarci. Razzi esplosi, astronavi perse, pezzi precipitati nell’Oceano.
Starship si è staccato da una rampa alta 124 metri alle 7,49 del mattino in Texas, le 14,49 in Italia. Due pezzi, sotto il Super Heavy, un gigantesco primo stadio, sopra Ship, l’astronave che Musk immagina un giorno diretta verso la Luna e Marte. Nessun astronauta a bordo. Flight 14 è ancora un volo sperimentale.
Il momento in cui Starship entra nella storia
Super Heavy è tornato sulla Terra con un ammaraggio nel Golfo del Messico. Starship è continuato a salire. Venticinque minuti dopo il decollo, ha eseguito l’accensione per l’inserimento orbitale a circa 275 chilometri sopra la Terra. Dalla sala di controllo è arrivata la frase più attesa: Starship è in orbita.
Un motore si spegne, il futuro resta sospeso
Poi l’imprevisto. Uno dei sei motori Raptor Vacuum si è spento. Fino a quel momento la traiettoria consentiva al razzo di tornare verso la Terra. Entrare in orbita significava invece accelerare abbastanza da continuare a cadere intorno al pianeta senza raggiungerne la superficie. E da lì, per tornare a casa, bisognava essere capaci di frenare. Gli ingegneri erano incerti. I terrestri che guardavano il futuro in diretta erano 7,4 milioni. Non tanti. Oggi lo spazio non fa clic. Un peccato non guardar le stelle e fare desideri solo a quelle cadenti.
Il piano di Starship era fare sei giri della terra ma, verificato lo stato dei motori, in particolare i tre Raptor progettati per funzionare al livello del mare, il team ha deciso di non esagerare. I dati sono stati giudicati sufficienti.
Ventisei satelliti nella pancia del gigante
Il razzo mezz’ora dopo il decollo aveva comunque aperto il vano di carico. Dalla fiancata erano usciti, uno dopo l’altro, 26 satelliti Starlink V3 di nuova generazione. Non simulacri destinati a bruciare nell’atmosfera ma satelliti operativi della rete Starlink dotati di intelligenza artificiale. Starship è progettata per trasportare carichi enormemente superiori a quelli di ogni razzo.
Dopo novanta minuti la decisione però è stata di non proseguire per il problema al motore, la missione è durata quindi circa sette ore di meno.
Dieci secondi per ritrovare la Terra
Ma bisognava tornare. Una delle manovre più delicate del volo. Rallentare. A quelle velocità non basta puntare verso il basso. Per rientrare bisognava modificare la traiettoria abbastanza da farla incontrare con gli strati più densi dell’atmosfera. Starship ha riacceso un motore. Il deorbit burn dura una decina di secondi, sufficiente. Ha cominciato il viaggio verso casa.
Se l’accensione non fosse riuscita, il problema di un’astronave di quelle dimensioni in orbita sarebbe diventato serio. E forse i clic aumentati. Invece Starship è scesa.
Nel Pacifico dentro una palla di fuoco
Le immagini della diretta sono cambiate ancora. Intorno alla nave è comparso il plasma. Il massimo riscaldamento atmosferico. Le telecamere hanno continuato a trasmettere. I flap hanno preso il controllo dell’astronave. Sotto non c’era una pista né la torre di Starbase pronta ad afferrarla. Per Flight 14 SpaceX aveva programmato di sacrificare il veicolo nell’oceano Pacifico.
La nave ha raggiunto il mare dentro una grande palla di fuoco. Non è stato un ammaraggio morbido ma nella diretta di SpaceX, si sono sentite urla e applausi. La nave è tornata. Non è ancora quella per Marte. Ma oggi il futuro è passato a salutare, si è fatto vedere. Aveva i colori di Tintin.
































