Dallo scontro tra Elon Musk e Sam Altman ai legami tra Silicon Valley, finanza e politica: la battaglia sull’IA rivela l’ascesa dei nuovi tecnobaroni
Nel mondo moderno, le decisioni delle grandi corporation high tech hanno smesso da tempo di essere normali questioni finanziarie per iniziare ad assomigliare alle mosse di superpotenze economiche. Per questo, le notizie d’Oltreoceano devono attirare l’attenzione in quanto sintomo di un movimento più ampio. Lunedì scorso il tribunale di Oakland, California, ha infatti cestinato la causa presentata dal proprietario di X e Tesla, Elon Musk, contro la nota compagnia di intelligenza artificiale OpenAI e il suo Ceo, Sam Altman. Musk, che secondo le stime sarebbe attualmente l’uomo più ricco del mondo, aveva investito in OpenAI agli albori della sua impresa ma non avrebbe accettato il cambio di mission aziendale deciso dallo stesso Altman nel 2019. Quando la compagnia passò dall’essere un’entità no profit a una operante per profitto.
Musk aveva chiesto di cancellare la ristrutturazione aziendale operata da Altman tra mille polemiche, ma la giuria ha respinto all’unanimità la richiesta. Non si tratta comunque di una decisione nel merito. Secondo il tribunale, la mozione di Musk è stata semplicemente presentata troppo tardi e sarebbe quindi caduta in prescrizione. La motivazione della sentenza, tuttavia, mette in luce un elemento centrale del caso in questione. Perché, se si è ritenuto così danneggiato e oltraggiato dal cambio di politica di Altman, il patroon di Tesla ha fatto ricorso soltanto oggi, a quasi sette anni di distanza? La risposta più probabile è che dietro la causa intentata da Musk si nasconda una lotta di potere interna alla Silicon Valley.
La guerra tra oligarchi digitali
Musk oggi possiede xAI, la sua compagnia privata di intelligenza artificiale. OpenAI, dunque, da investimento promettente si è trasformato in un competitor da azzoppare. La battaglia tra gli oligarchi del digitale ha scosso il settore ma non deve ingannare. Le compagnie della Silicon Valley sono tutte profondamente interrelate fra loro. OpenAI, per esempio, si regge sui microchip della nota compagnia statunitense Nvidia. Che ha sua volta si è impegnata a investire 100 miliardi di dollari nell’azienda di Altman. OpenAI ha stretto anche un accordo da 300 miliardi di dollari con Oracle, che ha sua volta finanzia fortemente Nvidia.
Un discorso simile lega la compagnia di intelligenza artificiale con Microsoft, che è proprietaria del 27% del capitale azionario di OpenAI. Un altro finanziatore della compagnia di Altman è Peter Thiel, che ha investito circa un miliardo di dollari al momento della sua nascita. Thiel è co-fondatore di PayPal e soprattutto di Palantir. Controversa azienda high tech anch’essa tra i big del settore dell’intelligenza artificiale e guidata oggi dal Ceo Alex Karp. A differenza di Musk, Thiel ha perseguito una strategia basata sulla costruzione di una posizione di influenza politica con discrezione. Ha finanziato anche lui Trump e ha fortemente insistito per la selezione del suo alleato J.D. Vance come vicepresidente.
Il progetto del tecno-feudalesimo
Thiel ha sintetizzato una sua personale visione mistico-politica che mischia futurismo a richiami all’Anticristo. Una prospettiva ribattezzata dai suoi critici come “tecno-feudalesimo” (o “illuminismo oscuro”): un sistema politica con gli Stati nazionali svuotati dei loro poteri e sostituiti da baroni dell’high tech, dotati del monopolio esclusivo della rete infrastrutturale capace di reggere la società e dunque loro unici arbitri, coadiuvati da una casta di tecnocrati corporate. La rivalità, dunque, non deve ingannare o, meglio, vale solo fino a un certo punto.
A livello di progetto politico i piani dei vari giganti dell’IA sono sovrapponibili, se non altro nell’intenzione di traslare il centro del potere in quei moderni castelli che i datacenter degli oligarchi della “Valle del Silicio” oggi rappresentano. La foto dei vari Musk, Altman, Gates, Thiel e Karp, a cui si aggiungono Mark Zuckerberg e Jeff Bezos, radunati alla corte di Trump per la sua inaugurazione nel gennaio 2025 ha dato plasticamente l’immagine di un gruppo di potere rivale ma contiguo. Nei mezzi e negli intenti, di fronte ai quali gli screzi restano confinati tra le questioni di ego.
Il cartello dei baroni dell’IA ha già lanciato la sua Opa ostile sui palazzi del potere, incontrando scarsa opposizione. Non solo negli Stati Uniti: in Gran Bretagna il governo di Keir Starmer ha concluso un accordo per condividere i dati sanitari di tutti i cittadini del Regno Unito con Palantir, in cambio della possibilità di usufruire dei suoi servizi. La resistenza alla “rivoluzione alla rovescia” dei tecno-baroni è ancora sparsa e disorganizzata. Negli Stati Uniti movimenti popolari trasversali conducono una feroce battaglia contro l’espansione dei datacenter.
La protesta contro i datacenter
I datacenter vengono accusati di distruggere le comunità locali e destabilizzare l’ambiente a causa dell’elevato consumo di acqua ed energia richiesto. Non solo ma – a differenza di altri settori industriali – quello dell’IA promette di creare ben pochi posti di lavoro compensativi per i locali. Dal momento che queste aziende richiedono soltanto pochi tecnici specializzati per funzionare. A questo fronte variegato potrebbe presto dare un corpus filosofico Papa Leone XIV, che il prossimo 25 maggio pubblicherà la prima enciclica pontificia dedicata all’intelligenza artificiale.
LEGGI Musk perde la causa da 150 miliardi contro OpenAI e Sam Altman. E attacca su X
Dopo il lavoro sul tema di un altro esponente della Chiesa cattolica, padre Paolo Benanti, e la particolare attenzione riservata da Prevost al tema dell’IA l’annuncio ha suscitato una grande attesa. Al punto che Thiel avrebbe in privato già iniziato ad attaccare il pontefice. Accusandolo di essere in combutta col diavolo per ostacolare la sua missione mistica. Ma, del resto, se gli oligarchi dell’high tech avessero studiato davvero il feudalesimo saprebbero che a tirare le orecchie dei baroni è sempre stato il Papa.
































