A dieci anni dalla morte di Marco Pannella si pone il problema delle carceri e la politica penitenziaria di questo governo non sembra all’altezza
La politica penitenziaria del governo Meloni è un fallimento. Lo dicono, impietosamente, i numeri. Il sovraffollamento nelle carceri è al 139%, con punte – in alcuni istituti – che superano il 200%. Vuol dire che dove ci dovrebbe essere un detenuto, ce ne sono invece due. Due vite costrette a respirare la stessa aria, una addosso all’altra: negli stessi metri quadri, nella stessa cella. A fronte di poco più di 50.000 posti (ma di 46mila circa realmente disponibili) i detenuti sono oltre 64mila.
Il rapporto di Antigone
Ma è aumentata la criminalità, si dice. E comunque il governo ha provveduto ad aumentare la capienza del sistema. No, non è vera né la prima né la seconda affermazione. I reati sono rimasti stabili, in realtà, e i posti sono lievemente diminuiti, nonostante lo sbandierato piano carceri dell’esecutivo. Quel che è successo, spiega il rapporto, è che, da un lato, sono state introdotte nuove figure di reati, a decine – per quel populismo che fa scambiare spesso e volentieri un problema sociale per un problema penale –, e dall’altro sono state comminate pene più lunghe, mentre rallenta o addirittura arretra il ricorso alle misure alternative alla detenzione.
È sempre meno vero, insomma, che al carcere si ricorre solo come extrema ratio. Ma soprattutto ha trovato conferma un dato di cui chiunque si occupi di carcere è al corrente: il tasso di recidiva. Quasi la metà dei detenuti presenti oggi negli istituti di pena è già stato in carcere. Quasi la metà significa: la popolazione carceraria si aggira da quelle parti come il cliente di un locale malfamato dal quale il malcapitato non sa né può uscire mai veramente. La Costituzione italiana dice che la pena deve sempre tendere alla rieducazione del condannato. Lo dice al vento. In realtà, essa tende a inchiodare il reo alla sua condizione di carcerato, riportandolo una seconda, una terza, una quarta volta in un luogo dove nessuna redenzione è oggi possibile.
L’ultimo messaggio del Capo dello Stato
È trascorso più di un decennio dall’ultimo messaggio inviato da un Presidente della Repubblica alle Camere. Era l’ottobre del 2013: Giorgio Napolitano ricorse ad un atto formale per porre «con la massima determinazione e concretezza» la questione carceraria, anche a seguito di una sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo (la sentenza Torreggiani) che condannava l’Italia per le condizioni detentive dei suoi istituti penitenziari. Oggi la situazione è drammaticamente peggiore di allora. Allora, la Corte invitava l’Italia ad affrontare un problema «sistemico» riorientando interamente la politica penale verso misure alternative e il minimo ricorso alla carcerazione; oggi, si fa il contrario, si invoca il contrario, si costruisce il consenso promettendo il contrario: massimo ricorso, sempre meno alternative.
Allora, Napolitano arrivava a definire addirittura «umiliante, sul piano internazionale» la condizione in cui veniva a trovarsi l’Italia per le continue violazioni al divieto di trattamenti inumani e degradanti. Oggi, nessuno sembra avvertire il minimo senso di vergogna o di umiliazione per lo stato delle carceri, per le condizioni disumane di sovraffollamento in cui versano. Tredici anni fa, il tasso dei suicidi in carcere (dato dal rapporto tra il numero dei suicidi e la popolazione detenuta media) si aggirava intorno a 6,5 casi ogni diecimila persone.
La ballata dell’assassino
Ed era un dato drammatico, visto che nella popolazione libera è di gran lunga inferiore, attestandosi intorno a 0,59 casi ogni diecimila persone. Ma oggi quel numero si è pressoché raddoppiato. E non c’è più nessuno capace di un atto di pietas come quello che spinse De Andrè a scrivere i suoi primi versi, la sua prima canzone, «La ballata del Miché». Che è la ballata di un assassino, la ballata di un condannato che si impicca per disperazione, la ballata di un uomo a cui la condanna, il carcere, la pena non avrebbero dovuto però togliere dignità e umanità.
Dieci anni dalla morte di Pannella
Tredici anni fa, Marco Pannella, che con i radicali si era speso senza posa per i diritti dei detenuti, moltiplicò le iniziative, e gli scioperi della fame e della sete, a sostegno della posizione espressa dal Presidente Napolitano, posizione che aveva fortemente ispirato. Ma Pannella non c’è più, ormai da dieci anni, e non c’è una forza politica capace oggi di intestarsi una simile battaglia. Tanto più in un anno elettorale, in un Paese che ha i suoi Salvini e i suoi Vannacci, e che non riesce a fare propria l’idea che il grado di civiltà di un Paese si vede dalla condizione delle sue carceri, come diceva Voltaire.
E però, in mezzo a tanta, troppa propaganda, al furto di attenzione che si consuma ogni giorno sui social, all’isterilirsi delle culture politiche incapaci di pensarsi secondo discriminanti ideali, allo sfarinamento dello stato di diritto e al deterioramento della democrazia liberale, i cui spazi di garanzia si restringono sempre di più, mentre si gonfia un consenso venato di populismo autoritario, bisogna che qualcuno volga lo sguardo verso la popolazione carceraria. Si racconta sempre l’apologhetto della rana bollita, ma se non si vuole fare la sua fine il modo per accorgersi che la temperatura dell’acqua sta salendo e che è il momento di saltar fuori dalla pentola c’è, e consiste nel guardare proprio a quei luoghi – peraltro: ancor più invivibili d’estate, per il caldo e la solitudine – che sono le carceri italiane.































