Dopo vent’anni Federica Sciarelli lascia “Chi l’ha visto?”, ma l’inchiesta non finisce qui
Federica Sciarelli se ne va, forse. E forse, con lei, se ne va anche “Chi l’ha visto?”. Tutti discutono della scomparsa di un programma dedicato alle scomparse. È come se l’oggetto del programma alla fine avesse divorato il programma stesso. Sui social, dove ogni tramonto è la fine della democrazia e ogni alba la rinascita della Resistenza, c’è già chi parla di attacco alla cultura, di oscuramento della memoria collettiva, di censura strisciante.
La cultura. Bisogna fermarsi un momento su questa parola, guardarla negli occhi e chiederle scusa. Perché “Chi l’ha visto?” è stato molte cose. Un servizio pubblico. Un aiuto concreto a famiglie disperate. Un archivio sentimentale dell’Italia smarrita. Ma cultura, nel senso in cui lo sono i libri, il teatro, il cinema, la musica, forse no. A meno di non considerare cultura anche il vizio nazionale di spiare dal buco della serratura.
La sacerdotessa laica
Federica Sciarelli, che di questo rito è stata sacerdotessa laica e inflessibile, ha attraversato trent’anni di televisione italiana con una qualità rarissima: la serietà. Qualunque cosa si pensi del programma, lei non ha mai ammiccato. Non ha mai strizzato l’occhio allo spettatore. Ha raccontato il dolore altrui con la compostezza di chi sa che il dolore è una materia radioattiva. A ben pensare, si commetterebbe un errore nel liquidare la sua trasmissione come semplice intrattenimento. “Chi l’ha visto?” è stato uno dei luoghi in cui si è manifestata una trasformazione profonda dello spazio pubblico italiano: il passaggio dalla politica alla cronaca, dal conflitto delle idee all’ossessione per il caso, dall’interpretazione dei processi storici alla ricerca spasmodica dell’evento.
La metamorfosi di “Chi l’ha visto?”
L’Italia degli ultimi trent’anni è stata un Paese che ha progressivamente sostituito la domanda sul proprio destino collettivo con l’indagine permanente sul fatto di cronaca. Quando vengono meno le grandi narrazioni, subentrano i fascicoli. Quando si dissolve il conflitto delle idee, resta il mistero. “Chi l’ha visto?” è stato il grande teatro di questa condizione. Un teatro nel quale l’Italia ha cercato incessantemente qualcosa: una persona scomparsa, un colpevole, una verità nascosta. Ma, in fondo, cercava sé stessa. “Chi l’ha visto?” è diventato negli anni qualcosa di molto diverso dal programma con cui era nato.
È diventato il simbolo perfetto di quell’epoca, tra gli anni Novanta e i Duemila, in cui la televisione e le Procure della Repubblica sembravano svolgere lo stesso mestiere. L’Italia di allora viveva dentro un gigantesco fascicolo giudiziario. Ogni cittadino era contemporaneamente imputato, testimone, pubblico ministero e telespettatore. Le indagini non si svolgevano più nelle procure ma nei salotti televisivi. I misteri non venivano risolti nei tribunali ma nelle pause pubblicitarie. La cronaca nera divenne il nostro romanzo nazionale.
La religione civile della Rai
E ”Chi l’ha visto?” fu, inconsapevolmente, uno dei templi di questa religione civile. Una religione fondata su un principio molto semplice: il dolore degli altri ci interessa infinitamente più della felicità nostra. Per decenni milioni di italiani hanno cenato davanti a scomparse, omicidi, sospetti, ricostruzioni, testimoni, ex fidanzati, vicini di casa, cugini di secondo grado e veggenti. Una gigantesca assemblea condominiale del mistero. La televisione pubblica, che una volta spiegava Dante, mostrava Pompei e trasmetteva Strehler, si era progressivamente specializzata nella perizia calligrafica sul sangue trovato sul battiscopa.
Eppure, meglio ripeterlo, sarebbe ingiusto liquidare il fenomeno come semplice voyeurismo. “Chi l’ha visto?” ha funzionato così a lungo perché ha intercettato una paura profondamente italiana: quella della sparizione. Spariscono le persone, spariscono i soldi, spariscono le verità, spariscono le responsabilità. In un Paese dove non si trova quasi mai il colpevole di nulla, cercare qualcuno è diventata una metafora nazionale. L’Italia contemporanea è una società che teme costantemente di perdere le tracce. E per questo motivo appare grottesco ma anche un po’ logico trasformare l’eventuale chiusura del programma in una battaglia ideologica tra destra e sinistra, tra democrazia e autoritarismo, tra cultura e censura. Vi è una tendenza infantile della politica contemporanea a interpretare ogni mutamento come una congiura.
Le reazioni politiche
E la reazione di una parte del mondo grillino diventa quasi affascinante. Ogni trasformazione del palinsesto la interpretano come una cospirazione ideologica. Non esiste più la possibilità che qualcosa finisca. Deve esserci un colpevole. Questo atteggiamento è perfettamente coerente con la logica di “Chi l’ha visto?”. Se un programma scompare, qualcuno deve averlo fatto sparire. La struttura mentale è identica. Il complotto diventa la continuazione della televisione con altri mezzi. E forse è proprio questo il motivo per cui la trasmissione è stata così importante. Non raccontava soltanto persone scomparse. Raccontava il modo in cui una società costruisce il proprio rapporto con l’assenza. Ogni comunità ha bisogno di un oggetto mancante. Qualcosa che non riesce mai a trovare completamente.
Per alcuni è la rivoluzione. Per altri è la giustizia. Per altri ancora è la verità. Per l’Italia degli ultimi trent’anni, spesso, è stato il mistero. Federica Sciarelli ha amministrato questo mistero come un funzionario incaricato di certificare che il vuoto esiste davvero. E forse il significato della sua uscita di scena è proprio questo. Non la fine di una trasmissione. Ma il passaggio da una società che cercava il mistero davanti alla televisione a una società che lo cerca continuamente sui social network. L’inchiesta non è finita. Ha soltanto cambiato piattaforma. La domanda resta la stessa. Non “chi l’ha visto”. Ma che cosa stiamo cercando, realmente, da trent’anni?






























