L’ex sindaco di Roma, Gianni Alemanno, lascia il carcere di Rebibbia, ma sceglie di trasformare l’evento in uno spot per Roberto Vannacci e il suo partito. Così il garantismo viene piegato all’ideologia e lo stesso Alemanno spreca una grande occasione
Gianni Alemanno è libero, dunque. Dopo quasi un anno e mezzo in cella, durante il quale ha sperimentato la disumanità delle carceri italiane e l’accanimento dell’Amministrazione penitenziaria, l’ex sindaco di Roma ha lasciato Rebibbia. Eppure, quello che si prefigurava come un momento di doverosa riflessione sulle condizioni dei detenuti si è trasformato ben presto in tutt’altro. E cioè in uno spot per Futuro Nazionale, il partito di Roberto Vannacci al quale Alemanno ha annunciato di aderire senza chiedere «posti o incarichi» ma solo mettendo a disposizione la sua «esperienza».
La destra sociale e identitaria
Vannacci, ovviamente, fa il suo mestiere. Cavalca la notizia del giorno, cerca e trova i riflettori, strizza l’occhio a quella destra sociale e identitaria che nell’ex sindaco di Roma vede ancora un punto di riferimento. Il curriculum di Alemanno, d’altronde, è di quelli che suscitano le nostalgie di una certa parte dell’elettorato: segretario del Fronte della Gioventù, esponente del Movimento sociale italiano prima e di Alleanza Nazionale poi, per lungo tempo persino genero di Pino Rauti, leader dei missini duri e puri.
Una storia liberale accantonata
Quella che ieri è scivolata in secondo piano, però, è l’altra storia di Alemanno. Quella del giovane militante che oltre alla tessera del Msi prende quella dei Radicali e di Nessuno tocchi Caino, quella di chi non teme di contrapporsi alla linea della Fiamma su temi come droghe leggere e pena di morte, quella del parlamentare di An che non esita a votare a favore dell’indulto promosso dal centrosinistra nel 2008. Ecco, è proprio la parte più liberale della sua storia che ieri Alemanno ha scelto di accantonare a beneficio di Vannacci. E questo è stato senz’altro un errore. O, meglio, un’occasione sprecata.
Uno “scandalo mancato”
In vista dell’uscita dal carcere, Alemanno avrebbe potuto chiamare a raccolta l’intera classe politica trasformando il suo calvario giudiziario in uno scandalo salutare per la democrazia. Avrebbe potuto costringere gli schieramenti a interrogarsi sugli strumenti da adottare per allineare le carceri al dettato della Costituzione e al necessario senso di umanità. Ancora, avrebbe potuto di fatto costringere il centrodestra a fare i conti con le sue vecchie pulsioni securitarie, le stesse che hanno spinto il governo Meloni a introdurre decine di nuovi reati e a escludere l’approvazione di una non più rinviabile amnistia, e che hanno contribuito a portare il tasso di sovraffollamento delle celle addirittura al 140%.
Le altre occasioni sprecate
Allo stesso modo, avrebbe potuto costringere un centrosinistra sempre meno libertario e sempre più giustizialista a riconsiderare come priorità i temi della detenzione e del giusto processo. Avrebbe potuto mettere – lui, condannato per traffico di influenze illecite, reato successivamente ridimensionato – il Parlamento davanti al problema di una legislazione penale che, nel corso degli anni, ha prodotto norme confuse e utili soltanto ad accrescere il potere dei pm alla continua ricerca di una ribalta mediatica.
L’endorsement a Futuro Nazionale
Invece, una volta uscito da Rebibbia, Alemanno ha scelto di prestare la sua voce e il dolore della sua lunga segregazione a un partito come Futuro Nazionale che incarna l’ideologia securitaria, la remigrazione e quindi una disumanità che non può convivere con le istanze garantiste né con la solidarietà che si invoca per chi è chiamato a espiare le proprie colpe in un penitenziario.
La battaglia svenduta
Sì, certo, l’ex sindaco di Roma ha parlato del carcere come di una «realtà terribile», «vergogna per la Repubblica», «offesa che non dà, a chi se la merita, una possibilità di cambiamento». Ha anche denunciato la sostanziale inerzia del governo Meloni sul fronte del sovraffollamento. Ma alla fine ha svenduto la sacrosanta battaglia per una detenzione in linea con l’articolo 27 della Costituzione. Per giunta celebrando come «volto nuovo che rompe gli schemi», «cambiamento» e «uomo nuovo della destra italiana» quel Vannacci che non è più di un trito concentrato di retorica securitaria, nostalgia e populismo antisistema.
Il trionfo dell’ideologia
La sensazione, in definitiva, è che la dimensione astratta dell’ideologia sia riuscita ancora una volta a prevalere sull’esperienza dell’uomo fino a disincarnarlo, come troppo spesso avviene in una politica in cui la persona tende a scomparire dietro la vuota propaganda e la spasmodica ricerca del facile consenso. Vista così, quella di Alemanno è addirittura una sconfitta, prima ancora che un’occasione sprecata.






























