Dalla polemica sull’esclusione dello scrittore dal Festival Letteratura di Salerno alla riemersione di vecchi pregiudizi contro il sionismo e l’autodeterminazione ebraica: perché il caso Erri De Luca racconta molto del clima culturale contemporaneo
Ho letto e riletto l’intervista che Erri De Luca ha rilasciato al quotidiano israeliano Israel HaYom, di cui Il Foglio ha pubblicato i tanto contestati estratti. Davvero non sono riuscito a trovare traccia di ciò che gli è imputato dal mio amico Gennaro Carillo, a capo dell’organizzazione del bellissimo Festival Letteratura di Salerno. Non solo non vedo mezza parola di diniego della sofferenza palestinese, ma non fa che ribadire concetti che De Luca, profondo conoscitore della cultura ebraica, ha sempre sostenuto: rispetto del principio di autodeterminazione dei popoli, due popoli due Stati, isolare gli estremi di entrambi i campi, il sionismo non è altro, nell’articolazione che lo contraddistingue, che il movimento di autodeterminazione del popolo ebraico.
In questo senso, aggiungo io, è equiparabile in tutto e per tutto al risorgimento. A differenza del cristianesimo e dell’islam, l’ebraismo non ha, infatti, la pretesa universalistica delle religioni, ma è un percorso etico che si declina in un orizzonte nazionale, con i pro e i contro che questo comporta. Pro e contro che esistono in tutte le identità e che appartengono, kantianamente, ai limiti dell’esperienza umana. Nessuna novità, dunque. Parole ancor più nette di quelle espresse nell’intervista «incriminata» sono state espresse da De Luca in innumerevoli interventi pubblici e persino attraverso le sue opere.
Gli studi ebraici di De Luca
Che, almeno per una porzione, riflettono i profondi studi ebraici che lo scrittore ha fatto. Autore, con la fantasia letteraria che lo contraddistingue, di commenti alla Torah e al Tanak davvero di spessore midrashico. La verità è il segreto di Pulcinella: lasciamo stare il modo in cui l’attuale sindaco di Salerno, il cacicco per antonomasia Vincenzo De Luca, ha cavalcato, con lo spirito populista che gli è proprio, l’attuale antisionismo di ritorno, la realtà è che non è De Luca (Erri) ad essere cambiato, ma il clima attorno.
Che ci ha riportato, secondo una strategia di propaganda organizzata che ricade sotto la categoria della guerra ibrida, al 1975, anno della risoluzione ONU che equiparò il sionismo ad una forma di razzismo. Risoluzione ritirata nel 1991 quando, guarda un po’, il quadro geopolitico era radicalmente mutato: caduta dell’URSS, fine della guerra fredda e inizio di quel percorso di avvicinamento fra Israele i paesi arabi che portò alla conferenza di Madrid, ad Oslo e, infine agli Accordi di Abramo, che solo l’egocentrismo patologico conclamato di Trump poteva vedere come sua creatio ex nihilo.
L’esclusione di un autore del calibro di Erri De Luca a poca distanza dall’inaugurazione di un Festival così importante, purtroppo, asseconda questa regressione. Chissà se qualcuno oggi ospiterebbe un dibattito dal titolo «L’omosessualità è una malattia?». Oppure, «È giusto che le donne lavorino?». Perché è questo livello di regressione che suona ad orecchie, purtroppo solo ebraiche, l’idea, del resto anche espressa apertis verbis dalle pagine del quotidiano Domani, con cui io stesso collaboro, da Eugenio Mazzarella.
Il tema della fondazione di Israele
Che senza esitazioni scriveva quanto fosse stato un errore dettato dal senso di colpa occidentale per la Shoà il lasciapassare ONU alla fondazione di Israele nel 1948. Meglio sarebbe stato tenere gli ebrei in Europa come minoranza tutelata sotto la «garanzia» di un non meglio precisato «noi». Parole da fare accapponare la pelle già nei loro toni da WWF: minoranza tutelata. Oltre l’obbrobrio di proporre di essere garantiti da coloro che hanno appena tentato di sterminarti, il punto è negare agli ebrei il diritto all’autodeterminazione riconosciuto ad ogni popolo.
Per chi sa sentire, e basterebbe raccogliere l’eredità conciliare per questo, una chiara eco di quell’antigiudaismo occidentale che ha sempre chiesto agli ebrei di rinunciare ai propri elementi identitari. L’ebraismo come identità da superare, secondo il classico schema della teologia della sostituzione. Dunque, per carità, non siamo antisemiti, basta che gli ebrei rinuncino ad essere tali. Se proprio vogliono, possiamo accettare la loro come cultura di ornamento, che fa tanto chic, ma mai che si completi in una cultura nazionale.
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Chiusa finale per il mio amico Gennaro Carillo, per la cui creatività di pensiero ho davvero una stima immensa. Noi ebrei siamo abituati a questi testacoda, li sperimentiamo in ogni generazione. Il compagno di banco che ti volta le spalle, l’ex fidanzata che ritrovi a partecipare all’urlo collettivo della piazza e chi più ne ha più ne metta. Resta la speranza de L’amico ritrovato, che, un giorno, si troverà qualche traccia di ravvedimento in persone che consideravi vicine. Però, Gennaro, non si venga fuori con la storiella della «proposta alternativa» che lo scrittore avrebbe rifiutato. Ccà nisciuno è fesso.































