Il tetto agli studenti stranieri, il divieto di burqa e niqab e quella parola, «minoranza». La rincorsa di Meloni a Vannacci sposta la scuola sul terreno della competizione identitaria
Giorgia Meloni ha annunciato un provvedimento del governo sulla scuola basato su un tetto agli studenti stranieri nelle classi e sul divieto di burqa e niqab.
Nel farlo, però, davanti alla platea di Fenix, ha pronunciato una frase che, di fatto, ne rivela in maniera perfino maldestra il sottotesto ideologico. «Non esiste che in una classe italiana a sentirsi in un angolo siano bambini italiani perché sono diventati la minoranza», ha spiegato la premier.
Avrebbe potuto dire che abbiamo classi con troppi ragazzi che non conoscono abbastanza l’italiano e dobbiamo migliorare l’integrazione, individuando un problema didattico reale. Invece no: ha detto che i bambini italiani non devono diventare “minoranza” rispetto agli stranieri. Non è, evidentemente, la stessa cosa.
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Quando lo straniero è nato in Italia
Perché se parliamo di “studenti stranieri”, dovremmo anche dire che quasi due terzi di loro sono nati in Italia. Potrebbe spiegarci, allora, Meloni, in che senso un bambino nato a Napoli o Milano, che parla italiano come i compagni e ha frequentato qui tutta la scuola, può costituire un problema di integrazione solo perché possiede un passaporto diverso?
D’altra parte il tetto agli stranieri, con i problemi irrisolti che pone (se in determinati quartieri la percentuale dei residenti di origine straniera è molto alta, come si applica materialmente un tetto?), non è neppure una novità.
La circolare Gelmini del 2010 poneva già il limite “di norma” del 30%, ma con una significativa flessibilità. Il limite poteva essere innalzato quando gli studenti stranieri possedevano adeguate competenze di italiano e abbassato quando vi erano invece serie difficoltà in tal senso.
La normativa di sedici anni fa aveva quindi già una consapevolezza che nel dibattito di oggi rischia di perdersi. Non tutti gli “stranieri”, infatti, sono stranieri allo stesso modo dal punto di vista scolastico.
La rincorsa a Vannacci
Ma che Meloni si lasci irretire in tal modo dalla trappola ideologica di Vannacci, lanciandosi in un inseguimento del “generale” sui temi identitari, è un indubbio segnale di debolezza. La reazione dello stesso Vannacci all’annuncio è illuminante. Approvando la misura, ha detto che bisogna limitare gli stranieri altrimenti «non siamo più nella classe italiana, siamo in una classe straniera».
Ci troviamo nello stesso territorio lessicale. Improvvisamente, sembra che la scuola debba diventare hic et nunc il luogo nel quale stabilire chi possa o non possa essere “minoranza”.
Dal burqa alla frontiera identitaria
Lo stesso divieto sull’uso del burqa e del niqab (non dell’hijab), di per sé legittimo pur trattandosi di un fenomeno limitatissimo in Italia – in Francia, già dal 2011, è vietato l’uso non solo nelle scuole, ma anche in strada, sui mezzi pubblici, negli ospedali, nei negozi e negli altri luoghi aperti al pubblico – inserito nello stesso pacchetto finisce per acquistare un significato politico diverso.
Accomunare questioni che poco o nulla hanno in comune, unificandole sotto la categoria dello “straniero”, vuol dire cedere alla rozza tentazione propagandistica di creare un’unica narrazione, quella del “noi” contrapposto a “loro”, dove la scuola, da spazio democratico e inclusivo, può diventare, catastroficamente, il luogo simbolico della frontiera identitaria.
La gara a destra
La deriva è pericolosa. Perché da quando Vannacci tenta di costruire uno spazio politico autonomo alla destra del governo, aumentando per Meloni il costo politico di lasciargli senza risposta temi ad alta intensità identitaria, aumenta anche la voglia di rincorsa.
Ma la presidente del Consiglio dovrebbe ben sapere che quanto più ti avvicini al competitore, tanto più quest’ultimo può spostare in avanti il confine.
L’Italia non può permettersi di assistere a una gara tra chi si attesti più a destra. Ha bisogno di una politica molto più seria ed esigente dell’integrazione, che richiede di distinguere i diversi problemi – conoscenza dell’italiano, distribuzione equilibrata degli studenti neoarrivati, insegnanti L2, coinvolgimento delle famiglie, rispetto delle regole comuni, parità fra uomo e donna – piuttosto che accorparli.
La scuola non si sacrifichi alla propaganda
Se lo straniero o il musulmano, il bambino nato in Italia, il neoarrivato o la ragazza con il niqab finiscono nella stessa rappresentazione, vuol dire che la competizione elettorale sta trasformando le politiche pubbliche in marcatori identitari.
Ma non può essere la scuola, già di per sé disastrata, a sacrificarsi sugli altari della propaganda elettorale.































