Il conflitto tra socialisti europei sulla gestione dei confini e dell’immigrazione rivela una frattura profonda nella sinistra europea, sospesa tra tutela del welfare, controllo delle frontiere e il progetto di una società multiculturale
Fino a qualche anno fa pochi avrebbero potuto immaginare la condizione in cui il progressismo europeo si sarebbe ridotto, spaccato tra opposti sovranismi nazionali e litigioso, avviluppato nei propri piccoli tornaconti elettorali all’inseguimento di una Destra continentale che si avvia a vincere con gran distacco la battaglia culturale sull’immigrazione.
La baruffa socialista per ora non attira troppe reazioni, i più sanno che ci sono anche motivazioni elettorali dietro la lettera, che l’appartenenza della Frederiksen alla famiglia socialista non è in discussione e che l’importante è che tutto rientri. Ma se sulla lettera italo-spagnola si opta per un pratico silenzio, la questione di Ceuta aveva già fatto emergere dei distinguo importanti in termini di posizionamento e retorica tra i grandi partiti della sinistra continentale.
Le diverse risposte dei socialisti
Il Partito Socialista francese, per bocca del suo leader Olivier Faure, ha per esempio preso le difese di Sànchez accusando la destra di aver strumentalizzato la crisi migratoria. Ne ci si poteva aspettare altro, dal momento che il Ps parigino è costretto – suo malgrado – nell’alleanza del Fronte Popolare con la sinistra radicale a tinte islamo-gauchiste di Jean-Luc Melenchon. Più sfumata quella del leader dell’Spd tedesca, Lars Klingbeil, che nel suo ruolo di vicecancelliere deve fare punto di sintesi con il suo alleato, il popolare Friedrich Merz: il tedesco ha criticato la disinformazione della estrema destra europea sul caso Ceuta e si è complimentato con Madrid per la reazione ferma, cioè la pronta chiusura dei confini dell’exclave.
Ben altro tono ha adottato il leader socialdemocratico austriaco Andreas Babler, anche lui in coalizione col centrodestra viennese e ironicamente eletto segretario come esponente della corrente più di sinistra. Denunciando con forza la violazione dei confini nazionali ed europei a Ceuta, il leader di centrosinistra ha mandato agli immigrati irregolari un messaggio non confondibile: «L’Europa non vi vuole e non vi lascerà entrare». Sulla medesima lunghezza d’onda il premier laburista maltese Robert Abela, che al dossier migratorio – come è facile immaginare – tiene particolarmente.
La linea dura della Svezia
Anche la leader socialdemocratica svedese Magdalena Andersson, che il prossimo 13 settembre proverà a diventare prima ministra di Stoccolma, ha adottato una politica di rigore chiedendo l’immediato e rapido rimpatrio dei clandestini entrati in Europa e un’azione decisa da parte di Spagna e Unione Europea a tutela dei propri confini. Per non parlare dei socialisti dell’Est Europa, dalla Slovacchia di Robert Fico ai socialdemocratici rumeni e bulgari, che sull’immigrazione hanno da anni una posizione di chiusura completa.
La socialdemocrazia così si ritrova di fronte a un bivio: difendere dai nuovi arrivati il welfare acquisito di una borghesia che questo sistema comunque l’ha costruito dopo il superamento della vecchia classe operaia, come vorrebbe Frederiksen, oppure abbracciare la nuova società meticcia tanto caldeggiata da Melenchon (che, forse, sogna ancora gli eserciti della rivoluzione) accettando però con essa il salto nel buio di compromessi futuri su valori di civiltà che gli europei hanno sempre dato per scontati ma le culture a cui stiamo offrendo ospitalità no?
La crisi della globalizzazione
La grande crisi della globalizzazione, ormai irreversibilmente avviata verso la sua frantumazione, ha condotto al naufragio del sogno progressista di un’integrazione che – quasi magicamente – moltiplicasse pani e diritti. Qualche tempo il comico britannico Jimmy Carr, uomo certamente non di destra, ha spiegato di essere favorevole a maggiori controlli di frontiera per una ragione molto semplice: «Se persone ragionevoli non controlleranno i nostri confini, persone irragionevoli lo faranno».
Mette Frederiksen sarebbe probabilmente d’accordo. Per Carr, del resto, «tutti amano il multiculturalismo, ma tutti odiano la balcanizzazione». Qui si gioca la grande differenza tra integrazione e assimilazione: il primo è un vocabolo tecnico, implica il perfetto incastrarsi del nuovo venuto dentro una funzione professionale e il suo operare funzionalmente nel suo nuovo compito secondo i fini del sistema socio-economico; il secondo presuppone invece il superamento dei valori, delle simpatie e del retaggio culturale di provenienza alla luce di un’adesione convinta che spinga l’individuo a porre sinceramente il Paese di adozione prima di quello di emigrazione.
Braccia o nuovi cittadini?
Ma allora l’Europa, e con essa la sinistra, deve decidere cosa vuole: braccia per sopperire alle criticità demografiche in certi settori economici oppure nuovi cittadini? Perché nel primo caso è inutile illudersi di un destino diverso dalla condizione servile che già adesso affligge molte sacche di immigrazione (dis)integrata: se ti servono i rider, i migranti resteranno rider, non certi professori.
Naturalmente si possono pensare a opzioni meno degradanti di quelle odierne – si pensi, in particolare, all’esempio dei Gastarbeiter (“lavoratori ospiti”) importati a scopo professionale dalla Germania attraverso appositi accordi da alcuni Paesi, tra cui l’Italia, e inquadrati in una precisa e limitata cornice sociale – ma non si può vendere la domanda di manodopera dei campi di pomodori come la promessa di una parità che l’Occidente non è disposto a concedere.
Del resto, la questione tra le fila della Sinistra storica si dibatte da tempo. Durante il Congresso di Stoccarda dell’Internazionale Socialista del 1907 infatti, il tema fu centrale nel dibattito tra i delegati. Il leader socialista statunitense Morris Hillquit (ironicamente egli stesso un immigrato di prima generazione) presentò una mozione che chiedeva di sostenere le misure di esclusione contro l’immigrazione asiatica negli Stati Uniti.
Hillquit e la difesa dei salari
Motivo: gli immigrati cinesi danneggiavano i proletari americani operando come crumiri dei padroni (vale a dire come quei lavoratori assunti come rimpiazzo per chi scioperava) e abbassando drasticamente i salari. La mozione riscosse un certo successo tra i delegati occidentali ma incontrò la decisa obiezione di Vladimir Lenin. Per il futuro leader bolscevico la questione andava letta attraverso l’applicazione globale della teoria marxista: le zone colonizzate del mondo era anche quelle più proletarie; il movimento della forza lavoro era dunque analoga a quella innescata all’interno dei singoli paesi con la migrazione dalle campagne verso le zone urbane.
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Lenin, come Marx, credeva che il Comunismo non fosse l’antagonista bensì il frutto naturale dell’evoluzione del Capitalismo: questo, attraverso la Rivoluzione Industriale, aveva distrutto i vecchi rapporti tra ceto contadino e società spingendo milioni di agricoltori disoccupati a spostarsi nelle città per diventare manovalanza industriale e formare così il terreno ideale per la rivoluzione comunista. Laddove Hillquit vedeva negli immigrati un nuovo “esercito industriale di riserva del padrone” (cioè i crumiri), Lenin vi vedeva il futuro esercito della rivoluzione.
Da Stoccarda al Palazzo d’Inverno
Il Dibattito di Stoccarda fu vinto da Lenin non sui banchi del congresso tedesco bensì tra le macerie del Palazzo d’Inverno dieci anni più tardi. Hillquit sarebbe rimasto un consigliere comunale di New York dove, centodieci anni più tardi, i socialisti americani avrebbero effettivamente eletto il loro primo sindaco ma candidando proprio un immigrato terzomondista. La vittoria della linea internazionalista, declinata poi in senso multiculturalista una volta liberatasi dalla vecchia ortodossia marxista, ha informato la posizione della sinistra sul tema migratorio per generazioni.
Salvo trovarsi oggi di fronte al cortocircuito di un continente in crisi in cui l’immigrazione rischia di essere tanto una soluzione quanto un accelerante della sua combustione sociale. La socialdemocrazia così si ritrova di fronte a un bivio: difendere dai nuovi arrivati il welfare acquisito di una borghesia che questo sistema comunque l’ha costruito dopo il superamento della vecchia classe operaia, come vorrebbe Frederiksen.
Oppure abbracciare la nuova società meticcia tanto caldeggiata da Melenchon (che, forse, sogna ancora gli eserciti della rivoluzione) accettando però con essa il salto nel buio di compromessi futuri su valori di civiltà che gli europei hanno sempre dato per scontati ma le culture a cui stiamo offrendo ospitalità no? A più di un secolo da Lenin, la Sinistra ancora si interroga sul “Che fare”. Col rischio che, nella grande paura della perdita dell’identità nazionale, la sinistra europea perda la propria.






























