30 Giugno 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

30 Giu, 2026

Se l’estate diventa emergenza

Estate bollente

Viviamo in una società in cui la natura è diventata una conferenza stampa permanente: siamo ipermedicalizzati e iperspaventati


Ogni estate, puntuale come le zanzare, arriva il caldo record. Non il caldo, che c’è sempre stato e continuerà a esserci, ma il “caldo record”. Una categoria morale prima ancora che meteorologica. Fa molto caldo e subito parte la macchina narrativa dell’emergenza: asfalto che fuma, fontane prese d’assalto, anziani che si sventagliano. Le mappe si colorano di rosso, arrivano esperti, raccomandazioni, numeri verdi e ordinanze. Ci viene detto di bere, di non uscire, di non correre.

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Fenomeni naturali ed emergenze

Nessuno nega il caldo. La domanda è un’altra: perché ogni fenomeno naturale deve trasformarsi in emergenza? Perché non esistono più le estati torride ma solo le “ondate di calore estreme”? Perché la pioggia è sempre una “bomba d’acqua” e il vento una “tempesta perfetta”? Sembra che la natura abbia smesso di essere natura e sia diventata una conferenza stampa permanente. Il cittadino contemporaneo, del resto, collabora con entusiasmo. Alle sette del mattino consulta tre app del meteo, due siti internet e il gruppo WhatsApp del condominio per sapere se i trentacinque gradi previsti saranno “percepiti” come trentasette o come trentanove. Non gli interessa se farà caldo. Gli interessa quanto dovrà preoccuparsi del caldo. È la differenza tra la meteorologia e la psicologia. Una volta si usciva di casa e si diceva: «Che caldo». Oggi si esce e si dichiara: «L’hanno detto anche al telegiornale».

Il caldo non è più un’esperienza fisica, ma una notizia certificata. Il vicino che scende a comprare il pane alle due del pomeriggio viene guardato come un alpinista senza ossigeno. «Ma sei stato fuori? A quest’ora?» Gli si parla con la stessa apprensione che un tempo si riservava ai reduci di guerra. Viviamo probabilmente nella prima società che ha bisogno di sentirsi costantemente minacciata. Una volta le ideologie promettevano il paradiso: il comunismo una società senza classi, il liberalismo la prosperità, il progresso scientifico un futuro migliore. Oggi non promettiamo più niente: gestiamo il peggio. L’orizzonte delle nostre democrazie non è il futuro, è l’emergenza. La parola chiave del nostro tempo non è libertà, uguaglianza o giustizia, ma sicurezza: sanitaria, climatica, energetica, digitale.

La società del bollettino

Siamo diventati una civiltà che vive di bollettini. Ogni mattina qualcuno ci informa di un pericolo: il caldo, il virus, la siccità, l’alluvione, la nuova variante. Persino bere un bicchiere d’acqua ha assunto il tono di una prescrizione medica. «Ha bevuto i suoi due litri oggi?» viene chiesto con la severità con cui un tempo si domandava se si fossero prese le medicine. La politica ha trovato nell’emergenza una straordinaria fonte di legittimazione. L’emergenza non chiede consenso, ma disciplina. Non invita alla discussione: invita all’obbedienza. Quando bisogna agire subito, il dibattito diventa un lusso e il dubbio un atto di irresponsabilità. Il Covid è stato, da questo punto di vista, un gigantesco laboratorio politico e antropologico. Abbiamo scoperto che milioni di persone sono disposte a cambiare radicalmente le proprie abitudini se tutto viene presentato come necessario alla sicurezza collettiva. Da allora il meccanismo si è generalizzato. Il caldo è un’emergenza sanitaria, il freddo un evento eccezionale, l’influenza una minaccia sistemica. L’eccezione è diventata la regola.

Il soggetto vulnerabile

Forse questa è la vera definizione di società postdemocratica: una società nella quale il cittadino è convocato non come soggetto politico, ma come soggetto vulnerabile. Non come persona capace di decidere, ma come individuo da proteggere. Il cittadino si trasforma lentamente in paziente e la politica in amministrazione terapeutica. Non serve immaginare complotti. Le società contemporanee producono spontaneamente questo meccanismo. I media hanno bisogno di attenzione e la paura la genera; la politica ha bisogno di mostrarsi indispensabile e l’emergenza la rende tale; gli apparati tecnici trovano nell’eccezione il momento della loro massima centralità. Il risultato è un cittadino che vive in uno stato di apprensione permanente, che consulta le app del meteo come bollettini di guerra e aspetta il prossimo allarme.

Siamo probabilmente la generazione più sicura e più medicalizzata della storia e, al tempo stesso, una delle più spaventate. Forse questo è il capolavoro delle società postdemocratiche: aver trasformato le stagioni in emergenze e le emergenze in una forma ordinaria di governo. Non abitiamo più il mondo. Abitiamo un gigantesco pronto soccorso metafisico. Il nostro vero clima non è quello atmosferico, ma quello dell’ansia: una temperatura ideologica nella quale ogni stagione deve produrre la propria emergenza e ogni emergenza ricordarci che, nel profondo, desideriamo che qualcuno si occupi di noi. Perfino quando, semplicemente, fa caldo.

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