26 Giugno 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

26 Giu, 2026

Se Moretti e Morettì diventano uguali

Mauro Moretti

La condanna di Moretti per Viareggio riapre il dibattito: quando il ruolo manageriale diventa responsabilità penale?


Si scrive Moretti, si legge Morettì, perché l’accento conta solo per la lingua, non per la legge. In un paese che non distingue più la giustizia dalla ferocia, la colpevolezza del ristoratore svizzero si confonde con quelle dell’ex amministratore delegato di Ferrovie dello Stato. Che cos’hanno in comune i due?

Morettì risponde di strage per aver ristrutturato contro ogni criterio di prudenza un locale notturno, averlo riempito di giovani, aver chiuso le uscite di sicurezza, aver omesso controlli e soccorsi mentre l’incendio divampava. Moretti invece risponde della sua responsabilità nominale, quella di ex amministratore delegato di Ferrovie dello Stato, la società che controlla RFI, sui cui binari la notte del 29 giugno 2009 un carro cisterna è deragliato, facendo disperdere nell’aria il gpl che, esplodendo, ha causato la morte di 32 persone, tra cui tre bambini.

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Il nesso di causalità

Per stabilire un nesso di causalità tra la condotta di Moretti e la strage di Viareggio bisogna riannodare all’indietro una serie di circostanze che iniziano con la rottura di un bullone su un mezzo ferroviario tedesco, illegittimamente considerato come revisionato dall’autorità dei trasporti della Germania.

Per poi collegare questa negligenza alla pericolosità di un tratto ferroviario che attraversava un centro urbano e che non sarebbe stato messo in sicurezza. E ancora riportare questa omissione per così dire infrastrutturale a una politica di risparmio di costi della società controllata, in qualche modo connessa a indicazioni giunte dai vertici della società controllante, al cui capo c’era l’ingegnere Mauro Moretti. La cui responsabilità tutto può dirsi tranne che personale, come pure prescriverebbe, inascoltata, la Costituzione. Non è cioè non deducibile da alcuna condotta collegabile con la tragedia.

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Poiché tra il bullone difettoso, la revisione fittizia, il binario pericoloso, le policy sulla sicurezza perseguite da RFI e la strategia economica del responsabile della holding pubblica, c’è la stessa distanza che si misura tra la Terra e Plutone. Tanto sotto il profilo oggettivo della causalità, quanto sotto quello soggettivo della colpa. La quale dovrebbe riguardare negligenze, imperizie, temerarietà specifiche, cioè riferibili a un’azione o un’omissione direttamente connesse all’evento delittuoso, e non può certo desumersi come conseguenza automatica di una titolarità manageriale.

La sentenza della Cassazione

C’è da chiedersi come queste distinzioni, chiarissime per un modesto studente di primo pelo, siano venute meno nel ragionamento e nelle decisioni che hanno portato la Cassazione a una sentenza così clamorosamente contraria a tutti, davvero tutti i principi del diritto penale liberale. Fin dalle motivazioni della quarta sezione della Corte, che già nel 2021 avevano riscritto, con la condanna di Moretti, le categorie interpretative del nuovo codice forcaiolo dei tempi moderni.

La cui logica si può riassumere nel modo che segue: Moretti sapeva che la normativa europea sulla sicurezza dei carri di trasporto di merci pericolose era insufficiente, e quindi avrebbe dovuto derogare a quelle regole e confutare la certificazione del manutentore tedesco che attestava l’avvenuta revisione del mezzo e la sua adeguatezza. Avrebbe dovuto cioè assumere autonomamente il ruolo di censore delle direttive europee e di controllore dei controllori tedeschi. Invece si è attenuto a una prassi formale di rispetto delle leggi e delle certificazioni altrui, che oggi gli viene addebitata come una responsabilità non omissiva, ma addirittura commissiva.

Secondo gli ermellini, Moretti avrebbe dovuto impedire la tragedia, contravvenendo alle leggi, disapplicandole, e confutando le certificazioni. La sua colpa ha anche perduto il connotato di gradazione minore della colpevolezza, perché da un punto di vista moralistico, e riferita al potere di cui disponeva, è considerata pari al dolo. Per questo Moretti merita una pena che impone la reclusione nel carcere.

Il diritto penale morale

Lo ha stabilito il nuovo diritto penale morale, che si fonda su una logica di risultato e di risarcimento, sottratta a qualunque garanzia formale. Un diritto totalitario, mirabilmente tratteggiato dal grande giurista Filippo Sgubbi in un pamphlet che pare sempre più il vaticinio del nostro declino democratico.

Così, diciassette anni dopo i fatti, il dignitoso ingegnere ormai settantaduenne si consegna ai secondini di Orvieto. Non è più Moretti, ma un qualunque Morettì. Obbedisce a una prassi della ferocia che non fa né sconti né distinzioni, dopo aver messo alle spalle, con un referendum fallito, l’ultimo tentativo di sottrarre il giudice alle pressioni delle piazze e dei cortili che fanno il nostro Paese più brutto e più invivibile.

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