26 Maggio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

26 Mag, 2026

Almirante e la catastrofe trasformata in uno show

Giorgio Almirante

La figura di Almirante è al centro di un’apparentemente innocua riabilitazione estetica del fascismo


La destra italiana contemporanea non è un incidente della storia, ma una lunga strategia di sopravvivenza simbolica. Un’installazione permanente dentro il museo irrisolto della Repubblica. Per questo il ritorno di Giorgio Almirante nel discorso pubblico, attraverso le parole di Giorgia Meloni e Ignazio La Russa, non può essere liquidato come semplice nostalgia. La questione è più profonda: la destra di governo ha capito che oggi il potere passa dalla gestione emotiva del passato. Non occorre convincere gli italiani che il fascismo fu giusto. Basta sporcare il confine morale, trasformando tutto in una zona grigia dove i carnefici diventano “ragazzi di Salò”, i persecutori “uomini del loro tempo” e la Resistenza una narrazione tra le altre.

Il tentato restyling della memoria nazionale

Gli eredi del Msi, curatori di reliquie indecenti, lavorano proprio su questa confusione e propongono di tanto in tanto un riallestimento della memoria nazionale. D’altronde l’Italia non ha mai davvero archiviato il fascismo. Lo ha spostato da una stanza all’altra del proprio immaginario collettivo: prima dietro la retorica della pacificazione, poi travestito da folklore identitario. Oggi quel passato ritorna non nella forma aggressiva della rivendicazione ideologica, ma in quella apparentemente innocua della riabilitazione estetica.
Almirante è centrale proprio per questo. La sua figura stilizzata appare sempre già come un fermo immagine.

Come se non fosse mai esistito davvero nel tempo storico ma soltanto nel rallenty televisivo della Repubblica italiana. Gli occhi di ghiaccio, sì, ma di un ghiaccio cinematografico, quasi da negativo conservato troppo a lungo nella cineteca del Novecento. E quella voce, quella voce da doppiatore di sé stesso, da uomo che parla come se stesse continuamente commentando il proprio archivio. Forse la forza di Almirante non è mai stata politica. O non solo. È stata ed è ancora iconografica. Non ha incarnato il fascista plebeo della propaganda di regime, ma il volto colto e quasi letterario del neofascismo italiano. Doppiopetto impeccabile, sintassi elegante: sembrava abitare una scena teatrale permanente. Tuttavia a noi ragazzini degli anni Sessanta i suoi occhi di ghiaccio non smettono di far paura come quelli di Mr. Hyde, il perturbante televisivo incarnato da Giorgio Albertazzi con le lenti sbiancanti.

Il partito di Almirante …

La biografia politica del dottor Jekill, alias Giorgio Almirante, per chi ha appena un po’ di memoria almeno personale resta intrisa di un male nascosto e poco sofisticato, irriducibile alla fascinazione stilistica: redattore della rivista razzista “La Difesa della Razza”, uomo della Repubblica Sociale, persecutore di partigiani, leader di quel Movimento Sociale Italiano che rappresentò il dispositivo di continuità tra il fascismo sconfitto e la nuova Repubblica democratica. Il Msi di Almirante, infatti, non fu soltanto un partito nostalgico: fu una camera di conservazione identitaria, il luogo in cui simboli, lessici e miti del Ventennio vennero messi sotto vetro in attesa di tempi migliori.

e quello di Meloni

Oggi quei tempi sembrano arrivati. Meloni sopraggiunge realizzando una torsione narrativa significativa: la leader che si è presentata al mondo come figura popolare e anti-élite cerca ora legittimazione in una figura aristocratica del neofascismo italiano. Quando conquista il potere, il populista sente spesso il bisogno di costruirsi una genealogia alta. Per durare non basta rappresentare la rabbia: occorre costruire una tradizione. Almirante diventa così il ponte tra marginalità e istituzione, tra la fiamma missina e Palazzo Chigi. Qui però interviene anche la dimensione mediatica del presente.

La vittoria televisiva della nipote di Benito Mussolini in un reality show segna qualcosa di più di una curiosità pop: è il sintomo della trasformazione della memoria in intrattenimento. Il cognome Mussolini smette di appartenere alla tragedia del Novecento per entrare nella grammatica leggera della cultura mainstream. Diventa un marchio, una superficie televisiva disponibile al consumo. La televisione commerciale realizza ciò che la politica inseguiva da tempo: neutralizzare il passato trasformandolo in costume.
Guerra, persecuzione e dittatura si dissolvono nella celebrity culture.

È la definitiva americanizzazione della memoria italiana: tutto può diventare spettacolo, persino la catastrofe. La narrazione emozionale sostituisce il giudizio storico. Alla fine dei conti, il punto più inquietante non è neanche il ritorno di Almirante nel dibattito pubblico, ma la naturalezza con cui avviene. Senza scandalo profondo, senza trauma collettivo. Come se la storia fosse diventata un archivio televisivo da cui estrarre personaggi e genealogie secondo le necessità del presente.

L’avatar retrofuturista

Anzi, forse il punto non è neppure Almirante. È il desiderio contemporaneo di figure verticali, di simboli autoritari ma eleganti, di padri severi in un’epoca liquida. In un presente dominato dalla frammentazione digitale, la destra crede di poter imporre immagini compatte: patria, identità, confine, ordine. E così, mentre La Russa si aggira come Belfagor tra le mummie museali, Meloni interpreta la protagonista populista della serialità contemporanea e Alessandra Mussolini impersona il momento in cui la memoria si dissolve nello spettacolo, Almirante diventa l’avatar retrofuturista, il gentiluomo glaciale che ritorna per promettere forma a un paese spaesato. A noi non resta che guardare tutto questo come un film infinito, oscillando continuamente tra rimozione e nostalgia, tra giudizio morale e fascinazione estetica. Come se il Paese intero fosse rimasto prigioniero in una interminabile proiezione di seconda serata, incapace di decidere se spegnere finalmente il televisore o continuare ancora un po’ a guardare le ombre sullo schermo.

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