6 Maggio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

5 Mag, 2026

La lezione di Schuman e lo scatto che serve all’Europa

Maggio 1950. Dalla Dichiarazione Schuman parte il percorso di integrazione europea

Più di settant’anni fa il ministro francese Schuman parlava di un’Europa che rendesse impossibile la guerra; l’illusione è evaporata, ma l’Unione può ancora avere un ruolo


Non è per il gusto della rievocazione storica che, in occasione del vertice della Comunità politica europea tenutosi a Erevan, in Armenia, converrà ricordare che proprio in questi giorni, ai primi di maggio del 1950, cadde la dichiarazione di Robert Schuman. L’allora ministro degli esteri francese annunciò che il suo Paese e la Germania avrebbero messo insieme la produzione del carbone e dell’acciaio, e cioè le materie prime e la potenza industriale che aveva alimentato lo sforzo bellico, fino a cinque anni prima appena. Sono belle e forti le parole che Schman usò allora, parlando di pace e di sicurezza, di solidarietà di fatto e di primi fondamenti di una integrazione economica che avrebbe reso la guerra «non solo impensabile, ma materialmente impossibile».

Una nuova Unione?

Purtroppo, oggi, la guerra è di nuovo pensabile e di nuovo possibile, e sono dunque richiesti ai paesi europei analoghi «sforzi creativi, proporzionali ai pericoli che la minacciano», come disse Schuman.
Ve n’è stata traccia, a Erevan? Sì, almeno in parte. Il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, ha rimarcato la novità di un vertice sui temi dell’unità e della stabilità dell’Europa tenutosi nella capitale armena, vertice che segna l’avvicinamento dell’intera regione caucasica all’Unione europea, perseguito attraverso il rafforzamento dei legami economici così come delle istituzioni democratiche.

L’Europa e Kiev

Ciò è tanto poco scontato, che anzi si dovrebbe aggiungere: vedi alla voce Ucraina. Vedi, cioè, lì dove lo spazio europeo ha subito l’urto dei mezzi corazzati russi, fermati fortunatamente prima che giungessero a Kiev. A quattro anni dall’invasione russa, si fa forse fatica a ricordare, ma prima del Donbass, prima delle pretestuose rivendicazioni russofone, prima della Crimea, prima della presidenza del filo-russo Fedorovyč Janukovyč e di Euromaidan, prima persino del temuto accerchiamento della Nato nel «vicino estero» di Mosca, c’è stata la scelta europeista dell’Ucraina, la richiesta di entrare nell’Ue, di far lega con Bruxelles. E Putin ha sbagliato i suoi calcoli: non solo Kiev ha tenuto, ma oggi l’attrazione dell’Unione in quell’area è più forte di prima.

Il fronte ovest

Si è tuttavia aperto un altro fronte, a ovest. Converrà ragionare freddamente, ma quando si prende atto che con i nuovi annunci di dazi al 25% sull’industria automobilistica europea si è tornati esattamente al punto in cui si era un anno fa, la prima considerazione che viene da fare è che, dunque, è stato inutile scervellarsi correndo dietro ai furori day by day del mai moderato Presidente Trump, dietro alle sue minacce e alle sue promesse (più le prime delle seconde, però).

Che l’Occidente non abbia più lo stesso «ubi consistam» di trenta, venti o anche solo dieci anni fa è semplicemente un dato di fatto, e non basterà la visita di Marco Rubio – a Roma per ricucire col Papa e forse anche con Meloni – né la pronosticata batosta elettorale per Trump nelle elezioni di mid-term, e nemmeno una vittoria democratica alle prossime presidenziali, a fare che così non sia, a riportare indietro le lancette dell’orologio.

Il ruolo delle medie potenze

C’è poco da dubitare: l’Europa deve ripensare la propria dottrina economica così come la propria dottrina in materia di sicurezza. Il fatto che a Erevan ci fosse persino il Canada ha reso peraltro evidente un punto cruciale: l’Europa non è, non può essere soltanto un’espressione geografica (non lo è nemmeno l’Occidente, perché Erevan non si trova a Occidente). Mark Carney, il premier canadese, aveva peraltro già chiarito mesi fa la posta in gioco: «Noi medie potenze se non siamo al tavolo delle trattative, finiremo nel menu».

Per non finire nel menu, le medie potenze europee e occidentali devono trovare un nuovo collante, che non può formularsi nei termini di un mero auspicio: l’auspicio che né Putin sul piano militare né Trump sul piano commerciale tireranno ancora a lungo la corda. Si è capito bene, nel ’22, cosa c’è scritto nel menu di Putin: la Russia si pensa come una grande potenza imperiale e ritiene di aver diritto a una propria zona di influenza, dal Baltico al Mar Nero. Nel menu americano c’è scritto invece, in maniera forse ancora più spiccia: l’Unione europea deve finire in frantumi.

L’illusione evaporata e il progetto da costruire

Cosa allora scriverà Bruxelles? Qual è il collante? Cosa i paesi europei sono disposti a mettere sotto un’Alta autorità comune, per dirla ancora con le solenni parole di Schuman? Se non ci si fa questa domanda, e soprattutto non si prova a dare una risposta, non si riuscirà a rispondere neppure all’osservazione sconsolata di Mario Draghi: «Per anni l’Unione Europea ha creduto che la dimensione economica, con 450 milioni di consumatori, portasse con sé potere geopolitico e nelle relazioni commerciali internazionali. Quest’anno sarà ricordato come l’anno, in cui questa illusione è evaporata».

Che le illusioni evaporino è persino un bene, dal momento che, per l’appunto, si trattava solo di una illusione. O, detta con più garbo, di una speranza maturata in un’altra stagione e epoca del mondo. Ma è ormai tempo che qualcos’altro ne prenda il posto. È il tempo di nuovi sforzi creativi, così disse Schuman, forse di nuove Dichiarazioni che, prendendo il posto di anodini comunicati di fine vertice, si dimostrino più coraggiose e più lungimiranti. Dicano ai popoli europei che cosa c’è da fare, e provino a farlo per davvero.

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