Il caso di Nicole Minetti ci fa fare i conti ancora una volta con la gogna mediatica e l’ipermoralismo della nostra società
Il presupposto essenziale della grazia concessa a Nicole Minetti è uno soltanto: la condizione di salute del bambino, di cui lei è madre. Tutto il resto può avere rilievo giornalistico e politico, può sollevare interrogativi.
Ma le circostanze attraverso cui Minetti è diventata madre non cancellano, di per sé, il dato umano su cui poggiava il provvedimento: la presenza concreta di un bambino malato, bisognoso di cure e assistenza. Se l’adozione è stata raccontata in modo infedele, lo Stato lo accerti. Se vi sono documenti falsi, se ne traggano le conseguenze. Ma il punto giuridico non può essere sostituito dal romanzo nero costruito attorno alla vicenda.
Perché è questo che fa il giornalismo d’insinuazione: prende un nome, gli mette accanto altri nomi, scava fino a trovare un ranch in Uruguay, un’avvocata morta in circostanze orribili, una madre biologica scomparsa, un ospedale americano, Jeffrey Epstein, un ex presidente del Consiglio e un social network già pronto a ululare. Alcuni elementi possono essere veri, altri restano da verificare. Il problema è il mosaico. Una volta assemblate tutte insieme, le tessere producono l’officiatura della gogna.
Il valore della grazia
E tuttavia il punto più interessante della vicenda è ancora un altro. La grazia, diciamolo, è un provvedimento strutturalmente ingiusto. È il residuo di un potere sovrano, il lascito di una monarchia assoluta sopravvissuto dentro la democrazia costituzionale. Viene prima dell’uguaglianza moderna davanti alla legge, prima dell’habeas corpus, prima dell’idea che il potere debba sempre giustificarsi davanti a una regola generale. La grazia è arbitrio personale, anche quando è esercitata con prudenza. Sceglie un destinatario tra molti. Interrompe il corso ordinario della pena e introduce un’eccezione.
Perché allora la conserviamo?
Perché anche le democrazie hanno bisogno, in casi estremi, di un punto in cui la giustizia formale possa incontrare una ragione simbolica, umanitaria, politica nel senso più alto. La grazia non è mai soltanto un atto tecnico. Dice qualcosa sul rapporto tra pena e misericordia, tra colpa e tempo, tra condanna e possibilità di uscire dal personaggio pubblico in cui si è stati rinchiusi. Qual era, allora, la possibile giustificazione nel caso Minetti? Forse, la volontà di chiudere una stagione feroce della nostra storia pubblica, quella in cui i vizi reali del potere sono stati trasformati in una guerra di religione, in cui la morale è diventata una clava politica.
Simbolo del berlusconismo
Minetti è stata uno dei simboli di quella stagione. Il nome, da solo, funziona ormai come un reagente chimico. Basta la parola, come diceva una vecchia pubblicità, perché una parte dell’opinione pubblica ricada dentro una specie di riflesso pavloviano: Berlusconi, il bunga bunga, le “cene eleganti”, il corpo femminile trasformato in accessorio del potere, il degrado estetico e morale di un’intera epoca.
Tutto vero, tutto già sedimentato nella memoria civile del Paese. Ma quel nome è anche il simbolo del furore moralistico-giudiziario che ha funestato la Seconda Repubblica, trasformando il vizio privato di una classe dirigente in una questione di Stato permanente.
La sua grazia poteva avere questo significato: chiudere il sipario su un teatro ormai esausto. Invece la bufera scatenata dalla grazia concessa dimostra che quel sipario il Paese non vuole chiuderlo. Non lo vuole chiudere la piazza digitale, che vive di colpe eterne e di condanne rinnovabili. Non lo vuole chiudere una parte del giornalismo, che ha costruito la propria identità sul sospetto come metodo e sulla gogna come pedagogia civile. Non lo vuole chiudere nemmeno una parte dell’élite intellettuale italiana, ancora prigioniera dell’idea che il garantismo valga solo per i propri santi, mai per i reprobi dell’avversario.





















