Essere responsabili significa domandarsi in anticipo che cosa le nostre scelte comporteranno per gli altri e accettare che possano chiederci ragione
Leggendo “Lord Jim” di Joseph Conrad, mi riesce difficile giudicare il giovane protagonista senza chiedermi che cosa avrei fatto al suo posto. Jim è primo ufficiale del Patna, un piroscafo mercantile che trasporta centinaia di pellegrini musulmani diretti alla Mecca. Convinto che la nave stia per affondare, salta nella scialuppa e li abbandona a bordo. Il Patna viene poi soccorso e rimorchiato in porto, con tutti i passeggeri salvi. Per Jim, però, la vicenda non finisce con quella buona notizia: dovrà continuare a vivere sapendo di avere lasciato quelle persone proprio quando la loro vita dipendeva anche da lui.
Jim avrebbe voluto essere coraggioso; nel momento della prova si scopre diverso da come si era immaginato. La sua storia deve renderci più cauti nel giudicare la paura degli altri, ma anche meno disposti a considerare sufficienti le nostre buone intenzioni. Nella vita ordinaria la prova ha spesso dimensioni meno drammatiche. Chi riceve una promessa può organizzare la propria vita in base a ciò che gli abbiamo assicurato e trovarsi poi in difficoltà per un nostro ripensamento. Quando ci accorgiamo di un errore, possiamo riconoscerlo o lasciare che sia un altro a subirne le conseguenze. Essere responsabili significa domandarci in anticipo che cosa le nostre scelte comporteranno per gli altri e accettare che possano chiederci ragione di quanto abbiamo fatto.
Rispondere a qualcuno
Nella Genesi, dopo che Caino ha ucciso suo fratello Abele, Dio gli domanda: «Dov’è Abele, tuo fratello?». Caino risponde: «Non lo so. Sono forse io il custode di mio fratello?» (4,9). Con quella controdomanda tenta di sottrarsi anche al legame con la persona che ha ucciso, come se la vita di Abele non lo riguardasse. Nel versetto seguente, Dio gli chiede che cosa abbia fatto: il sangue di Abele grida a lui dal suolo. Leggo in questa scena una delle intuizioni più profonde del racconto biblico: quando ci viene chiesto conto di qualcuno, le nostre intenzioni e le nostre ragioni non esauriscono ciò che c’è da dire. Dobbiamo considerare che cosa gli sia accaduto e quale parte abbiamo avuto nella sua vicenda. Prima di ogni spiegazione viene quel nome, Abele, e viene la parola fratello.
Una responsabilità può però nascere anche davanti a un male che non abbiamo commesso. Se incontriamo qualcuno in difficoltà e possiamo aiutarlo, sapere di non avere causato la sua sofferenza non risolve la domanda su come comportarci. Dobbiamo ancora decidere se intervenire oppure allontanarci. Anche il rifiuto è una risposta alla persona che abbiamo incontrato. Nei dialoghi di “Etica e infinito”, il filosofo Emmanuel Lévinas descrive una responsabilità che precede gli impegni assunti volontariamente. L’altro mi riguarda prima ancora che io abbia deciso di occuparmi di lui, anche senza la garanzia che farà lo stesso per me. Per Lévinas, essere un soggetto significa anzitutto essere chiamato a rispondere di qualcuno. La libertà scopre così di non poter stabilire da sola tutte le condizioni del proprio agire.
Accanto alla persona di cui ci occupiamo ce ne sono altre, con bisogni e attese che chiedono ugualmente una risposta. Lévinas parla del «terzo» per indicare questa presenza degli altri, di cui dobbiamo tenere conto anche nel rapporto più diretto con qualcuno. Occorre allora confrontare le richieste e stabilire priorità che possano essere motivate. La responsabilità incontra così la giustizia: ciò che decidiamo riguarda anche chi non abbiamo davanti.
Le convinzioni della prova
Possiamo essere convinti di agire bene e procurare agli altri un danno che avremmo dovuto prevedere. Nella conferenza “La politica come professione”, tenuta nel 1919, Max Weber distingue l’etica della convinzione dall’etica della responsabilità. La prima orienta l’agire attraverso la fedeltà a un principio; la seconda obbliga a rispondere delle conseguenze prevedibili. Weber riconosce che le due esigenze possono completarsi: anche chi valuta gli effetti delle proprie scelte ha bisogno di ragioni per decidere quali risultati perseguire e quali rifiutare.
Rimane fra le due esigenze una tensione che nessuna formula può eliminare. Chi governa deve tenere conto delle persone coinvolte e delle circostanze in cui decide; non può presumere che la nobiltà dello scopo renda innocenti i mezzi. Ma sarebbe altrettanto pericoloso affidarsi a un calcolo che consideri giusto qualunque risultato conveniente. Quale prezzo chiediamo ad altri di pagare? Quali danni prevedibili stiamo accettando in nome di ciò che riteniamo giusto? Il linguaggio della responsabilità può essere usato anche per sottrarsi a queste domande. Si dichiara inevitabile una decisione e si chiede a chi ne subisce le conseguenze di mostrarsi responsabile accettandola. Chi solleva un’obiezione rischia così di essere giudicato irresponsabile prima ancora di venire ascoltato. Chi decide dovrebbe invece spiegare le proprie ragioni e confrontarsi con le persone che dovranno sostenere il costo della scelta. La fiducia che chiede passa anche dalla disponibilità a rispondere alle loro domande.
Hannah Arendt, nei saggi raccolti in “Responsabilità e giudizio”, distingue la responsabilità politica condivisa dalla colpa personale, che riguarda le azioni dei singoli. Estendere la colpa indistintamente a tutti può finire per assolvere chi ha effettivamente commesso il male. Possiamo dover rispondere delle vicende della comunità politica cui apparteniamo anche senza avervi partecipato personalmente. Questo obbligo non rende però equivalenti le posizioni di chi ordina, di chi esegue e di chi subisce. Dire che tutti siamo responsabili richiede dunque di domandare chi possieda il potere di decidere. Chiedere lo stesso a chi stabilisce le condizioni del lavoro e a chi deve accettarle significa nascondere una disuguaglianza. Nel valutare le responsabilità di una decisione, occorre considerare ciò che ciascuno poteva sapere e le possibilità concrete che aveva di intervenire.
Il futuro entra nelle nostre decisioni
“Il principio responsabilità” di Hans Jonas, pubblicato in tedesco nel 1979, affronta un problema che la potenza della tecnica ha reso urgente: sappiamo produrre trasformazioni delle quali non riusciamo a prevedere pienamente le conseguenze. Gli effetti delle scelte collettive possono accumularsi, raggiungere luoghi lontani e durare oltre l’esistenza di chi le compie. Le nostre azioni possono compromettere gli ambienti naturali e minacciare la vita delle specie che li abitano, compresa la nostra. Per Jonas, questo potere ci obbliga a proteggere le condizioni della vita futura, anche quando non sappiamo prevedere con certezza gli effetti delle nostre azioni.
I doveri verso chi ci vive accanto conservano il loro valore. A essi si aggiunge una domanda che non può essere risolta entro il solo rapporto fra contemporanei. Come rispondere a persone che ancora non esistono e non possono prendere parte alle nostre decisioni, ma vivranno nel mondo che oggi stiamo trasformando? Jonas formula così il nuovo imperativo: «Agisci in modo che le conseguenze della tua azione siano compatibili con la permanenza di un’autentica vita umana sulla terra». Una scelta può essere vantaggiosa per tutti coloro che oggi vi prendono parte e compromettere le condizioni di vita di chi nascerà fra molti anni. Anche le esigenze delle generazioni future devono contare nel nostro giudizio. Ci sono effetti che non potremo più correggere quando saranno diventati pienamente visibili; per essi il rimorso arriverebbe troppo tardi.
Si pensi a una decisione che comprometta per generazioni l’acqua di un territorio. Chi ne trae profitto e chi ne eredita il danno potrebbero non incontrarsi mai. La distanza impedisce il confronto, rende più debole la protesta, favorisce l’illusione che il conto sia stato chiuso. Ma l’acqua continuerà a scorrere, portando con sé ciò che vi è stato immesso, anche quando quella decisione sarà stata dimenticata. Pensare responsabilmente significa ricostruire questa continuità fra un atto circoscritto e la durata dei suoi effetti. Con l’espressione «euristica della paura», Jonas indica un modo di conoscere: immaginare la perdita ci aiuta a riconoscere il valore di ciò che rischiamo di distruggere. Il timore riguarda qualcuno o qualcosa che il nostro potere può compromettere e diventa una sollecitazione a proteggerlo. Può spingerci a intervenire prima che il danno si produca, ricordandoci che anche l’inerzia può avere conseguenze distruttive.
Nel raccogliere questa proposta, mi sembra indispensabile mantenerla aperta alla critica. La paura può essere manipolata, indirizzata contro un nemico, usata per imporre silenzio. Per orientare responsabilmente le scelte, la preoccupazione per il futuro deve confrontarsi con conoscenze verificabili e con la discussione pubblica. Prendere sul serio un rischio significa valutarne le ragioni, confrontare le possibilità, correggere le decisioni quando emergono nuovi elementi. Nessuno dispone di una previsione completa; l’incertezza chiede prudenza e ricerca, senza concederci l’innocenza di chi sostiene che non si poteva sapere nulla.
Il bambino e la promessa del mondo
Per capire che cosa significhi rispondere di un’altra vita, Jonas si sofferma sul neonato. La sua esistenza dipende da chi lo nutre, lo protegge e ne comprende i bisogni. Non può stipulare un accordo né promettere una ricompensa. La responsabilità dei genitori diventa così l’esempio originario di un obbligo che non si fonda sullo scambio. Quella vita chiede di essere aiutata a continuare, prima ancora di poter formulare una richiesta.
Jonas vede nel respiro del neonato una richiesta che ci impegna: quella vita deve poter continuare. Il suo valore precede il nostro desiderio di occuparcene e rimane anche quando l’affetto manca. La tenerezza può avvicinarci al bambino, ma la responsabilità non si esaurisce nel sentimento che proviamo: ci chiede di nutrirlo e di proteggerlo anche quando siamo stanchi o vorremmo essere altrove. Jonas cerca così nella vita stessa il fondamento del nostro obbligo. La possibilità di sostenere un’esistenza che non può ancora provvedere a sé ci chiama a rispondere di ciò che facciamo, e anche di ciò che omettiamo.
La cura accompagna inoltre la crescita verso l’autonomia. Il suo compimento non consiste nel prolungare la dipendenza, ma nel rendere possibile una vita capace, a sua volta, di scegliere e di assumere impegni. Educare significa anche prepararsi a discutere con chi, grazie a ciò che ha imparato, comincia a ragionare diversamente da noi. Le conoscenze che trasmettiamo possono portarlo a conclusioni che non avevamo previsto e che dobbiamo prendere sul serio anche quando non le condividiamo. Un figlio deve poter dare alla propria vita una direzione che non abbiamo scelto per lui.
Nella responsabilità verso chi verrà dopo di noi ritroviamo un compito analogo: rendere possibile che altri vivano e scelgano i propri fini. Lasciare un mondo abitabile comprende la possibilità che altri vi inizino qualcosa di diverso. Non sappiamo quali domande faranno, quali nostre certezze giudicheranno ingenue. Sarebbe contraddittorio proteggerli dal danno e privarli della libertà di sorprenderci. Possiamo cercare di preservare le condizioni della loro esistenza; dovremo lasciare a loro la vita da vivere.
La parte che ci spetta
Davanti a compiti tanto vasti è facile sentirsi schiacciati. La responsabilità rischia allora di diventare un’accusa permanente rivolta a se stessi: ogni sofferenza sembra chiedere un intervento, ogni insufficienza personale assume le dimensioni di una colpa. Eppure nessuno può sostituirsi a tutti. Anche per continuare a occuparci di qualcuno abbiamo bisogno di essere sostenuti. Per aiutare occorre talvolta chiedere aiuto, riconoscere una competenza diversa, affidare un compito a chi può sostenerlo meglio.
È una ragione per costruire istituzioni capaci di dare continuità alla cura. Una persona può vegliare accanto a un malato, ma avrà bisogno a sua volta di dormire o di tornare al lavoro. Perché l’assistenza prosegua occorrono servizi e persone che possano alternarsi, conoscendo le necessità di chi viene loro affidato. L’organizzazione conta anche per questo: consente di mantenere un impegno oltre il tempo e le forze che ciascuno può dedicargli da solo. La responsabilità riguarda anche il modo in cui affrontiamo i nostri errori. Ascoltare chi ha subito un danno, ammettere l’errore e cercare una riparazione richiedono di rinunciare alla pretesa di apparire irreprensibili. Non sempre sarà possibile ristabilire il rapporto che abbiamo compromesso. Possiamo però evitare di aggiungere al danno il rifiuto di riconoscerlo.
In “A coloro che verranno”, Bertolt Brecht espone al giudizio dei posteri le debolezze della propria generazione, chiedendo che siano ricordate anche le circostanze nelle quali essa ha lottato. Riconosce quanto l’ira per l’ingiustizia possa indurire proprio chi vorrebbe rendere più umani i rapporti fra le persone. La poesia termina con una richiesta: «pensate a noi / con indulgenza».
Prima di chiedere indulgenza a chi verrà, dovremmo ascoltare i giovani che oggi faticano a trovare un senso nella vita che proponiamo loro. Ci riguarda anche la solitudine di chi si sente continuamente valutato e raramente riconosciuto, di chi dubita che la propria presenza possa cambiare qualcosa. Chiedere responsabilità a questi giovani ci obbliga a mettere in discussione il nostro modo di vivere, ad accettare che le loro domande abbiano conseguenze sulle nostre scelte. Vorrei che non rubassimo loro anche il futuro, costringendoli a chiamare maturità la rinuncia a cambiare il mondo.



























