24 Ott, 2026

In Italia in piazza, in Serbia alle urne: una lezione per i giovani

Mentre in Italia i giovani si limitano a protestare in piazza, spesso in forma violenta, in Serbia si organizzano e danno vita a una lista per le prossime elezioni: così il dissenso viene incanalato in una concreta proposta democratica


Ci sono proteste e proteste. Mentre in Italia si manifesta per lo più in preda ad astratti – e violenti – furori, e oggi ci si prepara a una nuova mobilitazione nazionale in un clima di tensione e paura tra commercianti e residenti dei centri cittadini, in Serbia la protesta giovanile ha trovato la strada per diventare un’alternativa al potere. Giovedì, a Belgrado, 150.000 persone si sono radunate per sostenere il movimento studentesco in vista delle elezioni parlamentari di domani. Un’enorme manifestazione pacifica, conclusa con i candidati della lista studentesca che, tenendo in mano la Costituzione, sono scesi dal palco per ballare una danza tradizionale insieme ai sostenitori. Certo, non tutta la protesta italiana è degenerata in violenza, ma il confronto ci obbliga a porci una domanda: perché in Serbia il dissenso è riuscito a incanalarsi in una concreta proposta elettorale, mentre da noi fatica persino a trovare una rappresentanza?

Il caso della Serbia

Prima di rispondere a questa domanda, bisogna fare un passo indietro e spiegare da dove nasce il caso serbo. Nel novembre 2024 il crollo della pensilina della stazione di Novi Sad provocò sedici vittime e scatenò le proteste contro la corruzione delle istituzioni. Gli studenti organizzarono occupazioni, manifestazioni e iniziative in tutto il Paese, passando dalla richiesta di giustizia alla rivendicazione di un cambiamento politico. Lo scorso settembre, dopo meno di due anni, è nata una lista elettorale studentesca, con 250 candidati e oltre 69.000 firme valide, ufficialmente ammessa alle elezioni. Qual è stato il meccanismo che ha reso possibile il transito dalle piazze alle urne che da noi sembra un miraggio?

L’importanza del “plenum”

La risposta si chiama “plenum”, lo strumento attraverso cui gli studenti serbi discutono e deliberano collettivamente, coordinando iniziative e selezionando le persone da candidare. I “plenumi” non sono spuntati dal nulla. Per quasi due anni, attraverso queste assemblee, gli studenti hanno sperimentato forme di autorganizzazione, preso decisioni, affrontato conflitti interni, costruito reti di solidarietà e imparato a dialogare con la società civile, trasformando i “plenumi” in veri e propri laboratori di democrazia partecipativa. Quello che i giovani serbi hanno capito è che protestare non basta. Spaccare e creare disordini, ancor meno. Hanno imparato a organizzarsi, a mediare e a esercitare una leadership collettiva, andando oltre l’indignazione permanente, che offre combustibile da far bruciare a vuoto.

La differenza con l’Italia

Che cosa non ha funzionato in Italia, dove alle ultime elezioni politiche si è registrato un astensionismo impressionante tra gli under 35 e dove in questi giorni si è preferito imitare i “casseurs” francesi nella loro furia iconoclasta? La crisi dei partiti come luoghi di formazione può essere una delle cause. Quegli stessi partiti che tendono spesso a selezionare i propri dirigenti attraverso meccanismi interni, nei quali contano l’appartenenza a correnti, la fedeltà personale e la collocazione negli equilibri di potere. In Serbia diversi partiti d’opposizione hanno deciso di non presentare proprie liste e di sostenere quella promossa dagli studenti. Possiamo immaginare in Italia qualcosa di simile a questa generosa rinuncia?

La sfiducia nella politica

C’è da dire anche che qui da noi questioni cruciali come il lavoro precario, i bassi salari, le difficoltà di accesso alla casa, gli ostacoli all’autonomia personale hanno contribuito ad alimentare la sfiducia delle nuove generazioni nei confronti della politica. Ma le istituzioni in Serbia, con i loro gravi problemi di qualità democratica, sarebbero ancor più meritevoli di sfiducia, e infatti i giovani serbi hanno condotto una battaglia durissima contro il sistema di potere di Vucic.

L’ingenuo ribellismo dei nostri giovani

La differenza qual è, allora? Nell’aver scelto di misurare la propria forza non soltanto nelle piazze, ma anche nella capacità di costruire una maggioranza politica. «Non ci rappresenta nessuno. Ci rappresentiamo da soli» è un bello slogan, ma i nostri giovani del Movimento 17 ottobre dovrebbero sapere che se questo progetto di rappresentanza non si concretizza in qualcosa con cui, da cittadini, si possa assumere la responsabilità delle decisioni politiche, è destinato a restare un ingenuo ribellismo.

Gli alibi di chi protesta

La colpa delle generazioni adulte, che hanno progressivamente impoverito i luoghi della formazione politica, oltre che consumato un furto di futuro ai danni delle nuove generazioni, erodendo i loro diritti, non può esimere i giovani dal dovere di riconoscere che la partecipazione democratica richiede organizzazione, competenza, capacità di mediazione, disponibilità al compromesso e accettazione delle regole.

Come si impara la democrazia

La democrazia si impara praticandola. Solo così si rafforzano il senso di efficacia politica, la capacità di confrontarsi con interessi differenti e la consapevolezza delle proprie responsabilità collettive. Il caso serbo dimostra che le due dimensioni possono incontrarsi: studenti che esercitano una leadership politica e adulti che mettono a disposizione competenze e organizzazioni per dare spazio a nuove forme di rappresentanza. Si può fare. Ed è auspicabile che avvenga.

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