Le scene delle proteste di piazza ci riportano indietro di quasi cinquant’anni, all’autunno caldo. Ma la stagione attuale è ancora più pericolosa
Le scene alle quali assistiamo da giorni – scontri di piazza, tensione crescente, operai e studenti in protesta – ci riportano indietro di oltre cinquant’anni. Erano i mesi di settembre e ottobre 1969, poi passati alla storia come “autunno caldo” e sfociati in grandi riforme come lo Statuto dei lavoratori. Rispetto a quell’epoca, però, l’attuale stagione sembra più pericolosa.
Le istanze sociali
Il 1969, d’altra parte, fu un autentico terremoto sociale. Milioni di persone scesero in piazza per rivendicare salari dignitosi, condizioni di lavoro più umane, parità di trattamento, riforme strutturali. Quei mesi cambiarono l’Italia, costringendo la classe politica ad allinearsi alle esigenze del paese reale. Non a caso, pochi mesi più tardi, il Parlamento approvò la legge 300 che segnò l’ingresso della democrazia nei luoghi di lavoro e che ancora oggi costituisce l’asse portante della materia. Il dibattito pubblico non era immune dalla polarizzazione che ancora oggi lo inquina.
Anzi, la dialettica tra il blocco conservatore guidato dalla Dc e la sinistra egemonizzata dal Pci rifletteva la contrapposizione l’Occidente liberaldemocratico e capitalista, incarnato dagli Stati Uniti, e quello comunista e statalista, dominato dall’Unione Sovietica. Il clima era teso come e più di oggi, tanto che le violente manifestazioni di piazza cedettero ben presto il passo alle stragi di matrice neofascista e comunista, inaugurando la stagione del terrorismo.
Corsi e ricorsi storici
I punti in comune tra il 1969 e i giorni nostri, dunque, sono evidenti. Eppure ci sono alcune differenze che rendono l’epoca attuale addirittura più complessa e densa di pericoli. Il primo è il generale clima di sfiducia, particolarmente evidente tra gli autotrasportatori che bloccano le strade per protestare contro il caro carburanti e gli studenti che scendono in piazza invocando la tutela del diritto allo studio e concrete prospettive di crescita. Una sfiducia che non si percepiva nel 1969, quando si lottava per redistribuire i frutti della stagione precedente, quella del boom economico, che aveva visto il Pil nazionale crescere di oltre sei punti l’anno grazie alla spinta del Piano Marshall e delle esportazioni.
Oggi, inoltre, l’Italia deve confrontarsi con giovani sempre più violenti. Perché se è vero che in passato il Paese ha dovuto fare più volte i conti con la violenza di piazza, è altrettanto vero che oggi si confronta per la prima volta con 11enni che sfasciano vetrine, saccheggiano negozi e lanciano sassi contro la polizia per il puro piacere di farlo e non per affermare un qualsiasi tipo di ideale. Bambini che, tra l’altro, si servono dei social network per unirsi ad altri facinorosi e convergere verso determinati obiettivi.
Il contesto internazionale
Terza ma non meno importante differenza è il contesto geopolitico. Per la prima volta, infatti, gli Stati Uniti non sembrano portatori di valori diversi da quelli di Russia e Cina. Anzi, gli interessi del presidente americano Trump appaiono perfettamente convergenti con quelli del suo omologo russo Putin e cinese Xi: l’obiettivo è dividere il mondo in sfere di d’influenza per poi spartirsene le ricchezze. Il tutto a danno di organizzazioni sovranazionali come l’Onu, che da luogo di composizione delle controversie si è ridotto a sfogatoio dei capi di Stato e di governo, e dell’Unione europea, rimasta sola nel difendere i valori della liberaldemocrazia e costretta a un ruolo da comprimaria sulla scena mondiale.
La maturità della politica
Come se ne esce? Innanzitutto con due caratteristiche che l’attuale classe dirigente sembra aver smarrito: senso dello Stato e cultura di governo. Negli anni più bui della storia repubblicana, quando lo scontro politico mieteva centinaia di morti, la Dc non ebbe esitazioni nel condannare qualsiasi forma di estremismo violento. E lo stesso fece il Pci, la cui condanna delle violenze fu certamente più netta di quella che oggi Pd, M5S e Avs stentano persino a biascicare. Ciò fu possibile perché i leader delle forze politiche si riconoscevano, pur nella contrapposizione ideologica, al punto di riuscire a dialogare e confrontarsi sulle riforme che avrebbero cambiato la storia del Paese.
Il ruolo della politica
Ma c’è di più. Nel corso degli anni la classe politica italiana scelse di giocare un ruolo da protagonista nella costruzione di un’Europa unita, forte e coesa, all’altezza delle grandi sfide poste da un mondo in continua evoluzione e capace di difendere i valori della libertà e della democrazia dai propri nemici interni ed esterni. Un europeismo che per lungo tempo ha alimentato speranze e ambizioni di intere generazioni, prima che sfiducia e scetticismo si impadronissero dell’opinione pubblica e di una parte della classe politica. Ecco: senso dello Stato, cultura di governo ed europeismo sono le chiavi per superare l’ennesimo autunno caldo. A meno che non si voglia fare di quest’ultimo un mantra evocativo, sospeso tra il ricordo nostalgico di una stagione di lotte sociali e la ripetizione stanca di uno slogan usurato dal tempo.
































