22 Ott, 2026

Crisi climatica, emissioni record nel 2025: il mondo verso un riscaldamento fino a 2,8 gradi

Il rapporto Unep sul divario tra emissioni e obiettivi per contrastare la crisi climatica lancia l’allarme: anche rispettando gli impegni attuali, la temperatura globale potrebbe aumentare di 2,6 gradi entro il 2100. L’obiettivo di 1,5 gradi è ormai fuori portata, ma tagli rapidi alle emissioni possono ancora limitare il riscaldamento.


Nel 2025 le emissioni globali di gas serra sono rimaste su livelli record. Anche rispettando integralmente gli impegni climatici recenti, la temperatura media del pianeta salirebbe di 2,6 gradi rispetto all’era preindustriale entro il 2100. È il quadro delineato dal rapporto annuale del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (Unep) sul divario tra emissioni e obiettivi, presentato oggi. Il documento avverte che questa traiettoria vale anche nell’ipotesi in cui i governi mantengano le promesse fatte. Prospettiva su cui in realtà vige un pessimismo generale, dal momento che la maggior parte dei Paesi sta recedendo dai propri obiettivi climatici, complice la crisi energetica e sociale. In testa, tuttavia, ci sono gli Stati Uniti che guidano la categoria di chi ha fatto dietrofront per ragioni principalmente ideologiche.

Alla presentazione del rapporto il segretario generale dell’Onu, António Guterres, a pochi mesi dallo scadere del suo mandato, ha sottolineato che le emissioni non accennano a scendere. A suo giudizio i piani climatici nazionali e le politiche oggi in vigore sono pericolosamente insufficienti e indicano un riscaldamento compreso tra 2,6 e 2,8 gradi. Guterres ha aggiunto che il mondo è pericolosamente lontano dall’obiettivo che si era prefissato undici anni fa con gli accordi di Parigi del 2015 e che non può più evitare di superare la soglia di 1,5 gradi.

Accordo di Parigi, un obiettivo sempre più lontano

L’accordo fissava infatti un traguardo ambizioso con l’obiettivo – invano – di arrestare il cambiamento climatico prima che fosse troppo tardi. Sottoscritto da quasi tutti i Paesi del mondo, l’intesa è in larga parte rimasta lettera morta dopo il ritiro degli Stati Uniti durante il primo mandato di Donald Trump, scelta confermata anche dal suo successore Joe Biden. Per gli Stati Uniti infatti l’accordo rappresentava semplicemente una trappola per sabotare l’industria americana a favore dei concorrenti cinese e indiano.

La forbice indicata dal rapporto dipende dallo scenario considerato. Se si guarda soltanto alle politiche già in atto, senza contare gli impegni a fare meglio in futuro, il riscaldamento potrebbe arrivare a 2,8 gradi entro fine secolo, circa il doppio del livello attuale. Con gli impegni formalmente assunti si scende a 2,6 gradi. Resta però un peggioramento rispetto alle stime precedenti. Lo scorso anno le proiezioni parlavano di un aumento tra 2,3 e 2,5 gradi.

Stati Uniti e revisioni dei dati alla base del peggioramento

Secondo il rapporto, le ragioni sono almeno due. Da un lato il ritiro degli Stati Uniti, secondo maggior inquinatore al mondo, dall’Accordo di Parigi; dall’altro la revisione delle stime sulle emissioni storiche. Il secondo elemento ricorda che queste cifre sono proiezioni, soggette ad aggiustamenti man mano che migliorano i dati di partenza.

Il panorama tra i principali emettitori è disomogeneo. I dati preliminari per il 2025 indicano un aumento delle emissioni negli Stati Uniti, in Indonesia e in Cina, e una diminuzione in India, Russia e Unione Europea. Si tratta di numeri provvisori, che andranno consolidati nei prossimi mesi, ma mostrano come l’andamento complessivo sia il risultato di traiettorie molto diverse tra i singoli Paesi.

Per esempio, ha registrato un grande balzo in avanti nella produzione di energia pulita la Cina, nonostante Pechino resti in negativo e non punti a mettersi in pari a breve. Dietro la svolta sta però un approccio pragmentico, volto a ridurre la dipendenza geopolitica dai mercati stranieri di idrocarburi. Tuttavia, la stessa crisi energetica che ha incoraggiato l’approccio prudente cinese ha spinto la Repubblica Popolare ad aumentare il consumo di carbone per mitigare l’effetto del prezzo del petrolio, comportando così un aumento delle emissioni inquinanti nonostante i successi sul piano dell’energia pulita.

Obiettivo 1,5 gradi, per l’Unep il superamento è inevitabile

Sul fronte dell’obiettivo di 1,5 gradi, il giudizio dell’Unep è netto. Secondo il rapporto, la possibilità di restare sotto quella soglia è ormai svanita dopo decenni di azione climatica insufficiente, in particolare da parte dei Paesi ricchi del G20, responsabili di tre quarti delle emissioni. Questo non significa che il tema sia chiuso. Il superamento temporaneo della soglia, che gli esperti chiamano overshoot, viene dato ormai per inevitabile, mentre resta aperta la questione di quanto sarà ampio e di quanto durerà.

Il rapporto non si limita ad accertare il ritardo e descrive anche uno scenario più favorevole. In questo caso il riscaldamento globale toccherebbe un picco tra 1,7 e 1,8 gradi, per poi tornare sotto 1,5 gradi entro il 2100. Il percorso richiede però tagli rapidi e consistenti. Rispetto ai livelli del 2025, le emissioni globali dovrebbero calare del 18 per cento entro il 2030, del 45 per cento entro il 2035 e del 69 per cento entro il 2040.

Gli impegni climatici attuali non bastano

Il confronto con gli impegni attuali misura la distanza da colmare. Secondo l’Onu, rispettare le promesse esistenti porterebbe a una riduzione di appena il 5-8 per cento entro il 2030 e dell’11-15 per cento entro il 2035. Nel breve periodo, dunque, il divario tra ciò che i governi hanno promesso e ciò che servirebbe per rientrare entro il 2100 sotto 1,5 gradi è di oltre dieci punti percentuali già nel 2030, e si allarga di molto nel decennio successivo.

Il messaggio che le Nazioni Unite rivolgono ai governi è dunque duplice. Da un lato si chiedono tagli urgenti alle emissioni, come recita il titolo con cui Sky TG24 ha ripreso la notizia. Dall’altro il rapporto lascia intendere che il margine di intervento esiste ancora, ma si restringe a ogni anno di emissioni elevate. Le cifre di oggi non sono una sentenza sul futuro del clima, ma un’indicazione di quanto sia stretta la strada che resta e di quanto dipenda dalle scelte dei maggiori emettitori nei prossimi anni. Eppure, tra onde di calore sempre più feroci e un’instabilità climatica estrema ormai conclamata, viene da chiedersi quanto ancora dovremo aspettare prima che di questa negligenza venga chiesto il conto.

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