23 Set, 2026

I domiciliari nell’era dello scroll

Mario Adinolfi

Ai domiciliari si può rinunciare a molto: uscire, passeggiare, perfino aprire il frigo senza sensi di colpa. Ma provate a togliere lo smartphone al moderno Oblomov


Mario Adinolfi era in custodia cautelare, ai domiciliari, ma ha violato l’ordinanza del giudice che gli vietava di «utilizzare, in qualsiasi forma, dispositivi telefonici, informatici e telematici». Siccome la violazione è stata, secondo il magistrato, «reiterata e sistematica», i domiciliari sono stati revocati e l’hanno portato a Regina Coeli.

Molti di noi ci avranno pensato: gli arresti domiciliari non sono, dopotutto, il peggiore dei mali.

Dipende dal domicilio, si capisce, da chi lo divide con voi, anche dal vostro temperamento. Ma se – per dire – vi piace leggere, guardare la tv, mangiare e dormire, potreste farvi un paio d’anni senza soffrire troppo. Sempre meglio che in cella, tanto per cominciare.

Tanto più che, se uno è pigro, il divieto di uscire è in grado di obliterare del tutto quel senso di colpa che ci tormenta quando passiamo tutto il giorno fra camera da letto e cucina, fra giocherellare col telecomando e aprire e richiudere lo sportello del frigo.

Al moderno Oblomov togliete tutto, ma non la rete

Questa considerazione sembra scritta però trent’anni fa: manca qualcosa. Manca lo smartphone. Al moderno Oblomov si può togliere tutto, anche il cuscino, ma provate a tagliarlo fuori dalla rete…

Un tempo era facile: vietato telefonare, capirete. Soprattutto, un tempo, il telefono era una componente remota e accessoria delle nostre giornate: ma quanto mi pensi? Ma quanto mi ami? Ora il telefono e il computer, ma soprattutto il telefono, fanno parte ormai più della nostra coscienza che della nostra giornata.

A proposito di detenzione, si sente e si legge di droni che sorvolano le mura del penitenziario per scodellare non la saporita lasagna di nonna, non la classica lima, ma cellulari e caricatori, Candy Crush e giga illimitati. È forse il primo elemento che, nella modernità carceraria, sia riuscito a superare il potere di dipendenza della nicotina.

Ancora cinque minuti, Mario

Ma supponiamoci ai domiciliari: non serve neanche il drone, basterà metterci con la testa sotto le lenzuola e cominciare avidamente a scrollare sul telefonino di nostra moglie o figlia, agganciarsi al wifi di casa, calcio e porno, reimpostare una vita digitale identica o quasi a quella di prima, chi volete che se ne accorga. «Me lo ridai, adesso, Mario?» No, dopo, tesoro, ancora cinque minuti.

Certo, noi, pur di tutelare il nostro rapporto segreto con Amazon, Zalando, Gmail, Vinted, WhatsApp, Netflix, YouPorn e GialloZafferano ci guarderemmo bene dal mettere in rete articoli e videomessaggi. Se ogni santo giorno strilliamo a tutto il mondo che stiamo violando una regola di base della nostra detenzione, come può un magistrato soprassedere?

Prigionieri dello schermo

Questa storia, al di fuori del suo contenuto specifico, sembra accordarsi al moderno costume di disprezzare le regole, dentro il carcere e fuori, e per chi è condannato associarsi a quel lamento infinito che finisce collo snaturare un insieme di elementi costitutivi della pena detentiva, come pentimento, rieducazione, riabilitazione. Purtroppo, nella fattispecie, si mostra l’intrinseco fallimento di un istituto, i domiciliari, il quale nasce con intenzioni virtuose e si degrada per usura, danneggiando quello che sarebbe un diritto.

Chissà come sarebbe andata se Gramsci o Edmond Dantès avessero avuto TikTok e Wikipedia… Purtroppo per loro erano prigionieri anche di un’epoca diversa da questa, in cui lo schermo ci rammenta ogni tre minuti che noi abbiamo tutto, guai levarcelo.

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