20 Agosto 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

20 Ago, 2026

Pera: «Basta bandierine. Serve il ballottaggio contro tutti i Vannacci»

L’ex presidente del Senato, filosofo e politico, Marcello Pera a tutto campo su crisi della democrazia, legge elettorale e Ranucci…


Filosofo prestato alla politica, Marcello Pera, già presidente del Senato, interviene a tutto campo. Dialogando con lui alto e basso si contaminano: si parla della crisi delle democrazie liberali e della «triste e poco edificante» vicenda Lavitola-Ranucci. Poi la legge elettorale (no a preferenze fasulle e sì al ballottaggio), il vannaccismo di destra e quello di sinistra, le grane della coalizione di maggioranza e quelle del campo largo.

Presidente, Galli della Loggia ha parlato di una crisi della democrazia in occidente dovuta alla perdita di legame con la tradizione umanistica e cristiana. Condivide?

«Ci sono voluti parecchi decenni per sentire qualcuno che parlasse questa lingua. Per fortuna ci siamo arrivati. Quando alcuni di noi dicevamo queste cose vent’anni fa, tutti ci davano dei “neocon” e passarono oltre».

Ma lei conviene sul fatto che la democrazia è in crisi? E quando inizia questa crisi?

«Ovviamente la democrazia è in crisi. E la crisi ha così tanti fattori che è difficile selezionarne alcuni. Ma possiamo partire da alcuni punti fermi. La democrazia, almeno in Europa, aveva un presupposto: il sentimento di essere una comunità. È una cosa che spiegarono bene De Gasperi e Adenauer, i quali sostenevano che l’Unione Europea doveva nascere all’insegna del cristianesimo, l’unica dottrina che dava unità e identità all’Europa. Questo era un presupposto fondamentale, perché se c’è identità ci può essere unità e se c’è unità ci può essere comunità. Una volta venuto meno questo presupposto, è venuto meno anche il cemento che teneva unita la comunità».

Quindi la democrazia in Europa entra in crisi per la mancanza di questo presupposto?

«Di questo, il presupposto identitario, e di un altro».

Quale?

«La democrazia presuppone che ci sia una classe dirigente politica che prende delle decisioni e ne è responsabile di fronte a chi, provvisoriamente, l’ha eletta. Oggi le decisioni strategiche sfuggono sia ai partiti che ai parlamenti, i quali non sono più rappresentativi di un popolo. Sono diventati degli ornamenti fortemente logorati, bradipi sonnolenti che si svegliano ogni cinque anni. I parlamenti sono luoghi in cui si ratificano le decisioni dei governi, i quali, a loro volta, sono molto debitori di altri luoghi di decisione. Basti pensare che le più grandi Big Tech offrono servizi unici, senza i quali lo Stato non può esistere; inoltre hanno fatturati pari al bilancio di uno Stato. Insomma, si sta erodendo il luogo della decisione, oltre che la capacità di decidere».

Restiamo sul tema della crisi dell’identità e della democrazia. Dal dopoguerra la democrazia italiana è sempre stata fragile: oggetto di fortissime pressioni internazionali, con al suo interno forze politiche che di democratico avevano ben poco. Poi arrivano le rivolte, gli anni di piombo e tutto il resto. Mi verrebbe da chiedere, provocatoriamente: ma quando mai una democrazia come quella italiana non è stata in crisi?

«Quando parlo di crisi della democrazia mi riferisco anzitutto ai paesi europei che erano democratici anche prima delle tragedie del Novecento. Poi ci sono le specificità nazionali. L’Italia è diventata una democrazia avendo attraversato una guerra civile che ha diviso il paese. Oggi si pensa che a questa guerra civile si sia posta fine con l’approvazione della Costituzione, ma non è così. In realtà è continuata in maniera strisciante ed è rinata con gli anni di piombo e la ribellione allo Stato. Questa è senz’altro una specificità italiana. Ma la crisi della democrazia si è verificata anche in paesi che non hanno vissuto la stagione del terrorismo politico, vedi l’Inghilterra. Aggiungerei che in Italia non è mai stato assorbito lo spirito democratico che era scritto nella Costituzione. La Carta ha coperto sotto la cenere un fuoco che è esploso quando i tempi erano maturi».

Negli ultimi cinquant’anni hanno prevalso movimenti di emancipazione dell’individuo che hanno portato alla società iper-individualistica di oggi. In questo contesto ha ancora senso parlare della possibilità di una cultura condivisa, cristiana o non cristiana che sia?

«Se non avesse senso e continuasse l’esplosione dell’individualismo, allora non esisterebbe più una società, verrebbero meno le ragioni dello stare insieme. Questo porta non alla crisi della democrazia, ma a quella dell’intera civiltà. Se io e lei ed altri non ci riconosciamo – per quanto indirettamente o sordamente – in una serie di princìpi o valori, allora l’unica ragione che resta per stare insieme è quella del supermercato, dove ci ritroviamo per necessità e usciti dal quale ognuno fa come crede. Ribadisco: questo non fa entrare in crisi solo la democrazia, ma disgrega la società, le fa mancare il tessuto connettivo».

Ci troviamo già in uno scenario di questo tipo?

«Tanti casi di estremo individualismo ci fanno pensare che il nostro stare insieme sia solo competitivo, armato, diffidente. Se prevalgono queste ragioni, allora la nostra crisi diventa ancora più profonda. Come stare insieme se non c’è una cultura comune? Non parlo di cultura cristiana (che porterebbe a quella che Popper chiamava “società aperta”), ma di cultura comune in generale».

È il neoliberalismo che finisce per sconfessare le ragioni della democrazia?

«È il “neo” a sconfessare le ragioni della democrazia, non il liberalismo. Per il liberalismo era implicito che ci fosse una cultura comune fatta di princìpi morali condivisi, un codice di condotta tra individui dato per acquisito. Il neoliberalismo è una degenerazione del liberalismo, che aveva questo fondamento religioso».

Ha fatto riferimento anche al tema della crisi della rappresentanza. Veniamo alla stretta attualità politica: pensa che le preferenze possano essere un passo per riavvicinare le istituzioni ai cittadini?

«Sono contrario alle preferenze per principio, perché sono un fattore di corruzione. Osservo comunque che, all’interno della legge elettorale in discussione, si tratta di preferenze un po’ farlocche, in una cornice di nominati. Se le preferenze sono fasulle, allora quella legge elettorale non dà la rappresentanza. E fa qualcosa di peggio: non dà la governabilità».

Per questo auspica il ballottaggio?

«Se si vota in due turni, al secondo turno si elegge una maggioranza e il suo presidente del Consiglio. È un metodo più trasparente, più inclusivo e non costringe a fare accordi innaturali».

Si riferisce a Vannacci?

«Partiamo col dire che c’è un vannaccismo di destra e uno di sinistra. Con il ballottaggio, al primo turno si possono presentare tutti i Vannacci del mondo, raccogliendo i loro voti e i loro seggi. Ma al secondo turno non farebbero più parte della coalizione chiamata a governare».

LEGGI Vannacci, il centrodestra alla prova dell’estremismo

Dopo lo scoppio del fenomeno Vannacci, Forza Italia ha fatto più di un tentativo per rivendicare uno spazio moderato nella coalizione di centrodestra: ad esempio criticando la Lega sull’estensione della legittima difesa. Pochi giorni fa, Stefania Craxi ha rilanciato sul tema del fine vita. Ci si è resi conto che di fronte a fenomeni di radicalizzazione serve ridare linfa a una vera cultura liberale?

«Più che altro, mi sembrano mosse di partiti che cercano di ritagliarsi uno spazio in un sistema proporzionale, come quello che ci aspetta. Ci si dà obiettivi più o meno contingenti per avere un piccolo seguito. Tutti ora avvertono la fase proporzionalista e tutti alzano le proprie bandiere. E allora ecco l’autonomia differenziata della Lega, la legittima difesa, i diritti individuali. Sono piccole bandiere che hanno senso in quanto ci si presenta agli elettori come singoli movimenti o partiti. Sono ragionamenti che si fanno in autonomia e non in coalizione. Allora domando: se si parte così oggi, quando ci si metterà insieme per governare? Dopo le elezioni? I cittadini lo sanno? Torniamo al discorso sul ballottaggio: se venisse introdotto, si sarebbe costretti a mettersi d’accordo su un programma e, in base a quello, chiedere il voto. L’accordo dopo il voto, invece, sfugge al controllo dell’elettore».

Nel campo largo vede il rischio di un Pd a trazione contiana?

«Senza dubbio. Ho letto sondaggi che dicono che Meloni vincerebbe contro Schlein ma non contro Conte. Ma anche in quel campo è la stessa storia: Conte cerca i suoi voti, raccogliendoli in tutti gli anfratti che trova, e ogni giorno ne trova uno. Nemmeno loro ragionano in termini di governabilità: come mettono insieme le singole bandierine?».

Per non parlare della postura internazionale del paese, su cui il centrosinistra è molto spaccato.

«Ho parlato di bandierine. Ma in effetti sarebbe più opportuno parlare di stendardi giganteschi».

Capitolo Lavitola-Ranucci. Questa faccenda ci dimostra che il giornalismo d’inchiesta sedicente indipendente è tutto meno che indipendente?

«Quello di Ranucci è un giornalismo militante. Ora abbiamo capito perché lo era, visto che si pensava addirittura di farlo scendere in campo. È una pagina molto brutta e poco edificante del giornalismo italiano. Ancora adesso non ho capito se Ranucci sia vittima o complice. E forse non sono il solo a non averlo capito. Certo, che fine la democrazia! Uno fa il giornalista tv, allude, insinua, accusa, ha un po’ di share, si monta la testa e si vede subito premier. E poi parliamo male di Trump!».

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