Da Carandini a Galli della Loggia, la diagnosi sulla crisi europea torna a interrogare passato, élite e futuro. Ma l’elefante nella stanza è la tecnica: non uno strumento, bensì il sistema che anticipa ogni domanda e rende superflue le alternative.
L’archeologo Andrea Carandini ha replicato da par suo a Ernesto Galli della Loggia, che, anche lui da par suo, si era chiesto dov’è l’alba che potrà succedere al tramonto dell’Occidente, soprattutto dell’Europa e della cultura umanistica che ne è l’essenza. Il panorama di partenza è lo stesso per entrambi: crollo dei riferimenti spirituali collettivi, classi dirigenti inadeguate, politica ridotta a un guscio vuoto. La radice del male è la perdita di ogni rapporto vitale con il passato. L’analfabetismo dei “millenials” è il sintomo di una precisa condizione esistenziale: un presente sradicato e miope, schiacciato su se stesso, povero di tradizione e di prole, cioè di futuro. Carandini inscrive la crisi attuale in una ciclicità storica di lunghissimo corso, come a dire: non siamo i primi a impelagarci. Parla di “due medioevi” (quello tra la caduta di Micene e le poleis greche, quello tra Roma e l’anno Mille) durati secoli. La nostra crisi potrebbe essere analoga. Poi ci sarà un colpo di reni. Nel frattempo, servono luoghi e persone capaci di conservare e trasmettere il buono e il bello. C’è bisogno di una élite che sappia restituire lievito a una società ammorbata dalla “piatta quantità di massa” e ricucire le dimensioni dissociate dell’umano: razionalità, emotività, moralità. “Basta con la mania di rimpinzarsi di piccoli piaceri, vanità e notiziole di cui mai si è sazi”, dice Carandini, quasi citando “l’ultimo uomo” di Nietzsche, il membro di un’umanità globalizzata, scaltra, edonista, piccina, inossidabile come la pulce d’acqua.
L’elefante nella stanza: la tecnica come destino
L’elefante nella stanza dei due cattedratici è la tecnica. Per la verità, Carandini vi accenna. Il nostro vizio, dice, è “scambiare la tecnica per un valore generale”. Ma se le cose stessero così, basterebbe distogliere lo sguardo dalla sua costellazione e puntare il cannocchiale verso altre stelle. Purtroppo non è possibile. Perché la tecnica è diventata il cielo. Non è un valore fra gli altri: è un destino. Il suo esercito trionfante è la potenza dei dispositivi, e il principio che la guida è la soppressione di ogni domanda. Non risponde agli interrogativi. Li previene. Dà la soluzione prima che il problema abbia avuto il tempo di formularsi.
Tecnica non come valore tra altri, ma orizzonte totale
I tratti tipici della modernità avanzata non sono tracce sparse a caso, ma indizi di un unico evento: il dominio della tecnica. Lasciare le culle vuote, che noi, frignoni quali siamo, interpretiamo al rovescio (“non ci sono abbastanza soldi!”) è semmai il comportamento di chi sa garantita dalle macchine una soglia minima di prosperità anche senza figli premurosi. L’affievolirsi dei legami – familiari, religiosi, associativi – è il rovescio di una medaglia fatta di telecomunicazioni quasi perfette. Nessuna politica rivoluzionaria o riformista potrà mai assicurare condizioni di partenza uguali per tutti quanto la promessa di Zuckerberg di distribuire gratuitamente la nuova superintelligenza artificiale a miliardi di persone. Avere come schiavetto personale un robottino con il cervello di Einstein rende superflua qualunque rivendicazione di piazza, e anche la piazza. La perdita del rapporto con il passato dipende dal fatto che la tecnica non si nutre di memoria ma di aggiornamenti. Ogni versione precedente è deprecabilmente inutile. Quando l’elaborazione dei dati per l’innesco di un’azione è fatta da un computer in poche frazioni di secondo, il tempo non viene più digerito lentamente ma combusto in un lampo. Poi sparisce, sgravandoci del suo peso. Addio forza di gravità, addio tradizione.
Dalla tecnica alla burocrazia: il modello della pianificazione
L’unica forma di organizzazione che sotto la cupola della tecnica ha un avvenire fecondo è la burocrazia. Come hanno capito alcuni (pochissimi!) osservatori, gli anni Novanta non hanno segnato la fine del razionalismo socialista, ma l’inizio della sua infiltrazione ovunque. Il sol dell’avvenire oggi è la Cina. Non per il partito unico e altre anticaglie ideologiche, ma per la compulsione a pianificare. L’Occidente europeo e americano è sempre più criticato dall’interno per il carattere anarchico, rissoso, improvvisato della sua vita socioeconomica. A riscuotere consensi è l’idea (leniniana) che la società debba essere fatta come un ufficio postale di cui tutti siamo i funzionari e che ha, per ogni casella vuota, una soluzione già pronta. È il riflesso amministrativo del destino tecnico. Vedere in ciò che stiamo sperimentando una fase di passaggio verso un evo diverso presuppone che all’orizzonte si staglino contro-forze che possano opporsi alla potenza planetaria della tecnica e della burocrazia. Ma nessuno sa nominarne nemmeno una. Men che meno dentro gli ambienti in cui hanno lavorato Carandini e Della Loggia: le università sono ridotte a macchine procedurali, riproduzioni in miniatura di un sistema la cui efficienza senza scopo rasenta l’autolesionismo, e che non sono in grado di contestare ma soltanto di asseverare.
Che cosa può interrompere il mondo della tecnica
Dunque, che fare? Cosa aspettarsi? Martin Heidegger – il filosofo che per primo ha spiegato di quale pasta è fatto il mondo della tecnica – pensava che ormai solo un dio ci può salvare. La religione non c’entra. Voleva dire: ci salverà qualcosa che interrompe il cicaleccio e la sicumera di tutti i giorni. Qualcosa più vicino al silenzio che a un discorso parlato o scritto. Più una deformazione che un’informazione. Più una perplessità fatta di lentezza che una risposta automatica.
































