15 Agosto 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

14 Ago, 2026

Zanda: «Ranucci? Lasciare Report è nell’interesse suo e della Rai»

Luigi Zanda, già capogruppo al Senato del Partito Democratico, commenta la vicenda Ranucci-Lavitola e la situazione del campo largo


«Sul caso Ranucci-Lavitola non scomoderei le grandi questioni della libertà di stampa e delle modalità del giornalismo investigativo. Ranucci non può non sentirsi profondamente turbato da tutta questa vicenda. Per questo credo che sia nel suo interesse – e in quello della Rai – lasciare la conduzione di Report». Luigi Zanda è, nel mondo del centrosinistra, un’autorità morale. Dopo le prime esperienze con la Dc, nel ’94 abbraccia il Partito Popolare Italiano. Nel 2002 entra a far parte della Margherita, poi inizia l’esperienza al Pd, di cui è stato capogruppo al Senato dal 2013 al 2018.

Senatore Zanda, a destra si cavalca la vicenda Lavitola per attaccare un giornalista che non sta simpatico. A sinistra, però, sembra che prevalga la difesa d’ufficio e si sia persa ogni capacità di valutazione che riguarda il rapporto tra il giornalismo d’inchiesta e le fonti.

«Non sono sorpreso che, anche sulla vicenda Ranucci-Lavitola, domini la polarizzazione. I vecchi partiti politici non esistono più; oggi esistono solo movimenti, e i movimenti agiscono e ragionano esclusivamente sulla base delle categorie di “amico” e “nemico”. I giudizi che esprimono, li esprimono solo sulla base di queste categorie. Esistono dei movimenti leaderistici senza dibattito interno e con pochissima elaborazione politica delle idee. Ecco allora che a destra si attacca il “nemico” e a sinistra si difende l’“amico”».

Lei che idea si è fatto di tutta questa vicenda?

«L’inchiesta prosegue e non sappiamo come finirà. Il punto è che Ranucci non può non essere stato turbato da questa storia, non può non sentire disagio per una vicenda che lo ha visto oggetto di un attentato dinamitardo del quale ha appreso che il mandante era un suo amico e, pare, un amico anche stretto, che frequentava spesso. Per questo direi che nell’interesse sia suo che della Rai lui possa essere destinato a un diverso incarico di uguale rango. Ripeto: Ranucci non può non sentirsi toccato dalla vicenda, tanto più per il fatto che l’attentato è stato ideato all’interno di un progetto politico che lo riguardava».

In realtà Lavitola nega, sostenendo di averlo fatto solo per rafforzare la scorta di Ranucci.

«Questa versione non mi sembra coerente con il fatto che avesse commissionato dei sondaggi per verificare la popolarità di Ranucci nel paese. E nemmeno con le intercettazioni che abbiamo letto sui giornali».

Pensa che, nel complesso, la credibilità di Ranucci ne esca inficiata?

«Non voglio dare giudizi sulla credibilità e la qualità professionale di Ranucci. Ma credo che sia lui in primis a provare disagio per questa situazione. Non mi sembra che, in questa fase, possa giovargli il fatto di rimanere alla direzione di Report, dove, quando le acque si calmeranno e l’inchiesta sarà conclusa, potrà eventualmente tornare».

Il Partito Democratico si appella costantemente, anche a proposito di questa vicenda, alla libertà di stampa. Fa bene?

«Francamente credo che non si debba considerare questa vicenda sulla base di principi e categorie generali come la libertà di stampa o il significato del giornalismo d’inchiesta. Si tratta di questioni importantissime, ma le lascerei da parte».

C’è chi sostiene che se applicassimo il metodo Ranucci alla vicenda Ranucci-Lavitola dovremmo sentirci già legittimani a firmare la sentenza di condanna del conduttore. Cosa ne pensa?

«Non considero questo un modo utile di fare polemica. O almeno non è il mio».

Lei è considerato un riferimento dell’anima liberal del Partito Democratico. All’interno del campo largo sta prendendo sempre più piede la leadership di Giuseppe Conte, che piace a molti anche tra le fila del Pd. Non pensa che su grandi temi come la questione ucraina la coalizione di centrosinistra si stia dimostrando divisa e impacciata?

«Iniziamo col dire che ci troviamo nella triste condizione per cui sia la destra di governo che la sinistra di opposizione sono divise sulla questione ucraina. Considero questo un guaio nazionale. Per quanto riguarda la sinistra, cosa le devo dire? Io sono di un’altra scuola».

In che senso?

«Il tema dell’Ucraina avrebbe dovuto essere affrontato politicamente in passato nei rapporti tra Pd e Cinquestelle. Non lo si è fatto. Mi auguro che ora non sia troppo tardi. Bisognerebbe mettersi seduti a un tavolo e chiarirsi le idee sul fatto che stiamo parlando di un paese che è dentro l’Europa. Basta osservare la carta geografica per rendersene conto. Il destino dell’Ucraina ha molto a che fare con il destino dell’Europa. Sono molto ammirato dal modo in cui il popolo ucraino ha resistito e sta resistendo all’aggressione di Putin».

L’Europa ha fatto abbastanza?

«L’Europa ha aiutato Kiev e in una prima fase anche gli Stati Uniti lo hanno fatto. Ma l’ha aiutata con aiuti sempre più condizionati. In ogni caso, credo che gli ucraini abbiano dimostrato una capacità e una forza che in pochi avrebbero riconosciuto loro inizialmente».

Vede nel campo largo il pericolo di una deriva “contiana”?

«Non direi. C’è Conte con alcuni suoi ammiratori. Ma nel complesso la direzione del Pd e i suoi gruppi parlamentari, fino a questo momento, si sono espressi con chiarezza a favore della prosecuzione degli aiuti all’Ucraina».

Anche al di là della questione ucraina, non crede che a volte i cosiddetti riformisti del Pd si dimostrino un po’ troppo timidi nel prendere posizione in contrasto con la linea della Segreteria?

«In politica, prima della timidezza, bisogna valutare la chiarezza. Mi sembra, ad esempio, che l’onorevole Guerini sia sempre molto chiaro. Preferirei non prendere posizione su questioni che riguardano la vita interna del partito, alla quale io non partecipo attivamente. Penso che la cosa importante sia prendere una posizione chiara e netta su un un tema che va anche molto al di là della sola Ucraina».

Quale?

«Il mondo è su un piano inclinato. Guardandoci intorno è facile rendersi conto di come prevalgano le violazioni del diritto internazionale e le aggressioni militari. Ho letto con preoccupazione della recente visita di Putin nell’Oceano Pacifico, come atto di provocazione nei confronti del Giappone. Credo che il mondo rischi grosso. Se non si riesce a invertire la tendenza, il piano inclinato potrebbe portare a una guerra di molto maggiori dimensioni rispetto a quelle che già vediamo».

L’anno prossimo si voterà in sette paesi europei. Sull’Italia non le chiedo una previsione, ma un auspicio.

«Ho già avuto modo di esprimermi su questo tema. Penso che oggi il centrosinistra non sia in grado di vincere le elezioni politiche. Ma penso anche che il centrodestra sia avviato a perderle».

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