I casi di cronaca alimentano l’allarme, ma i dati Antigone e Istat mostrano omicidi giovanili stabili o in calo
Il 16 gennaio 2026 a La Spezia il diciottenne Zouhair Atif accoltella il compagno di scuola Youssef Abanoub. Il colpo viene inferto con una lama di 22 centimetri che perfora gli organi vitali della vittima. Uccisa per «mandare un segnale» dopo minacce reciproche legate a un conflitto sentimentale.
l 18 marzo Victor Oratoriu di 19 anni uccide con due coltellate l’amico ventenne Vincenzo Iannitti e ne occulta il cadavere con materiali di fortuna. Il corpo sarà ritrovato un mese dopo in avanzato stato di decomposizione.
I numeri degli omicidi giovanili: niente ondata
È lunga la lista dei casi di cronaca che coinvolgono minorenni o giovani adulti che tutto a un tratto arrivano ai ferri corti e tirano fuori un coltello. Leggendo i giornali si ha la percezione che gli scontri tra ragazzi siano saliti di livello, e che l’Italia stia vivendo un’impennata della violenza giovanile. Eppure, basta fare qualche ricerca per rendersi conto che la situazione è ben diversa. Secondo l’VIII report dell’associazione Antigone, nel 2024 le segnalazioni di omicidi compiuti da minorenni sono di 26 casi, uno in più rispetto al 2023 e uno in meno del 2022. Sul medio termine, i numeri degli ultimi cinque anni sono più rassicuranti della media dei 33 casi all’anno tra il 2014 e il 2017. O ancora, tra gli anni Novanta e i primi Duemila in Italia si registravano tra i 50 e i 70 casi annui.
La violenza cambia forma, non quantità
«La violenza giovanile è diminuita», osserva l’avvocato Chiara Penna, «almeno per quanto riguarda le ricerche criminologiche degli ultimi trent’anni». Le serie Istat raccontano che la quota di autori di omicidi nella fascia 18-24 anni è del 23% nel 2026 è praticamente identica a quella che emerge per il 2016. «Chiaro che c’è un racconto più costante, che fa sì che anche l’omicidio in provincia di Cosenza venga coperto. Dieci anni fa non arrivava neanche sulla cronaca nazionale».
Aumento delle armi bianche
Più si racconta il fenomeno e più si costruisce la percezione di un aumento vertiginoso dei casi, ma un dato secondo Penna è certo. «Oggi si registra una maggiore facilità di passaggio all’atto violento per giovani e giovanissimi». Su questo punto conviene anche Gemma Tuccillo magistrato della Cassazione in quiescenza e Consigliera per le politiche sociali della Regione Campania. «Ciò che dovrebbe preoccupare non è il dato, ma l’inasprimento della violenza da parte dei giovani». Perché le risse fuori dai locali ci sono sempre state, ma ciò che cambia per gli esperti è che «molti più minori girano con le armi, aggrediscono e compiono reati di gruppo». Fonti del Viminale parlano di un aumento degli omicidi da armi bianche o improprie, soprattutto coltelli, rispetto a quelli da armi da fuoco, con un rapporto per il 2024 di 133 casi contro 98.
Non gruppi organizzati, ma occasionali
I ragazzi agiscono spesso in gruppo, ma parlare di baby gang o di baby killer sembra improprio. «Il gruppo che agisce è occasionale, nasce magari da una serata in discoteca, senza che ci sia premeditazione», osserva Tuccillo. Siamo in uno scenario lontano dalla dinamica mafiosa di fine secolo scorso, in cui i gruppetti di giovani e giovanissimi erano «gemmazioni» alle dipendenze dei clan, o tentativi di emulazione. Come racconta Penna, attiva sul territorio calabrese, le mafie oggi «affidano la manovalanza agli extracomunitari, non più ai ragazzi». L’azione di gruppo è «una combinazione tra impulsività, provocazione, pressione del gruppo e maggiore disponibilità di alcuni mezzi», osserva Penna. Sono ragazzi frustrati, impazienti: hanno poca «concentrazione, attenzione e capacità di percepire l’altro» e questo in parte è dovuto al mondo virtuale in cui sono cresciuti. Il gruppo, conclude Tuccillo, alimenta l’aggressività e protegge chi vi fa parte: quando i componenti delinquono «si fanno forza l’uno con l’altro».
Più carcere e misure dure, non più reati
Ad azione deve corrispondere reazione, anche quando si tratta di minori. «La repressione è un segmento indispensabile, ma non serve a nulla se non è accompagnato da un valido e credibile segmento rieducativo», osserva Tuccillo. Secondo Antigone, però, la risposta penale ha corso più veloce del fenomeno. I detenuti negli Istituti penali per minorenni sono passati dai 381 del 2022 ai 581 di aprile 2026, mentre i minori e giovani adulti in carico al sistema di giustizia minorile sono saliti del 25% in tre anni. Nello stesso periodo i trasferimenti punitivi dei neomaggiorenni verso il carcere per adulti sono quasi raddoppiati e la permanenza media in IPM è aumentata da 145 a quasi 180 giorni. Le segnalazioni penali in crescita del 16,7% ma prese in carico effettive degli uffici di servizio sociale minorile in aumento di appena il 2,4%.
La nuova presunzione di imputabilità
Nel luglio 2026 il governo ha fatto un passo ulteriore: ha modificato l’articolo 98 del Codice penale introducendo una presunzione di capacità di intendere e di volere per chi, al momento del fatto, abbia compiuto 14 anni. In sostanza, il punto di partenza non è più “il minore è presumibilmente incapace”, ma “il minore è presumibilmente capace”. «Se nel processo minorile inverti l’onere della prova sull’imputabilità e sposti la presunzione dalla non colpevolezza alla responsabilità», nota Penna, «la repressione rischia di diventare solo punitiva, non rieducativa».






























