Non basta invocare il negoziato: la distanza tra Mosca e Kiev resta profonda. Putin rivendica il Donbass, mentre l’Ucraina rifiuta una pace che coincida con la resa
Il protrarsi della guerra in Ucraina, con le devastazioni e le terribili sofferenze imposte alla popolazione civile, spinge molti a invocare un’azione diplomatica capace di far tacere le armi e aprire la strada a una soluzione di pace. E si chiede soprattutto all’Unione europea di agire, rimproverandole una mancanza di iniziativa.
È una sollecitazione generosa che muove da una sincera volontà di concorrere a metter fine a una tragedia che già ha mietuto tante, troppe vittime, ucraine e russe.
Tuttavia, nel momento in cui si invoca una mediazione, bisogna anche chiedersi quale sia il suo contenuto accettabile e quale sia la disponibilità dei contendenti.
Le aperture di Kiev e il no di Putin
Da parte ucraina disponibilità si sono manifestate: prendendo atto dell’impraticabilità oggi dell’ingresso nella NATO, accettando di fatto la perdita della Crimea e non rifiutando uno status di neutralità. E spingendosi fino a proporre un incontro diretto Zelenski-Putin.
Disponibilità che non hanno soddisfatto Putin, che invece ha ribadito continuamente che irrinunciabile condizione per fermare la guerra è la cessione dell’intero Donbass alla Russia. Tant’è che, per rendere irreversibile quella pretesa, Putin ha già annesso alla Federazione Russa le regioni del Donbass e la Crimea. E anche un’ipotesi minima – evocata in qualche Cancelleria – di un cessate il fuoco sulla linea del fronte che apra la strada a successivi negoziati è stata fin qui respinta dal leader russo.
A questo proposito vale la pena di ricordare che quando il Cancelliere Scholz, nell’intento di scongiurare il conflitto, si recò a Mosca dichiarando a Putin che la Germania non avrebbe dato il suo consenso all’ingresso dell’Ucraina nella NATO – impegno che il cancelliere tedesco ribadì pubblicamente in una conferenza stampa di fronte a centinaia di giornalisti – la risposta del leader russo fu, poche settimane dopo, l’invasione dell’Ucraina.
Non basta invocare un negoziato
Ricordare tutto questo non significa rassegnarsi a una guerra infinita. Al contrario, ogni tentativo di mediazione va esperito. Ma con la consapevolezza della difficoltà di individuare un punto di compromesso: Mosca vuole una parte dell’Ucraina, Kiev rifiuta una mutilazione del suo Paese. E dunque non basta invocare la necessità di un negoziato perché davvero decolli.
Appare perciò priva di fondamento anche la tesi secondo cui, se l’Unione europea avesse agito con maggiore determinazione, la strada negoziale si sarebbe aperta. Le fragilità dell’Unione europea, soprattutto in politica estera, sono ben note. Ma fino ad oggi è l’irremovibile posizione di Putin che ha inibito la strada negoziale, scommettendo sul fatto che il trascorrere del tempo e l’inasprimento di attacchi sempre più feroci piegheranno l’Ucraina alla resa.
Per trattare, Kiev deve poter resistere
Il che conferma che se – come è giusto e necessario – si vuole davvero continuare a credere in una soluzione negoziale, il sostegno politico e militare all’Ucraina è indispensabile. Non perché si pensi a una vittoria militare di Kiev, ma perché un’ipotesi negoziale è possibile solo se non vi è sproporzione nei rapporti di forza tra i contendenti e si sostengono gli ucraini nella loro resistenza alla crescente aggressività russa. Ed è di queste settimane la pressante richiesta ucraina di disporre di sistemi di difesa in grado di intercettare i sempre più feroci bombardamenti russi.
Insomma: interrompere gli aiuti a Kiev non apre la strada al negoziato, ma soltanto alla resa dell’Ucraina, dando alla guerra l’unica soluzione politicamente e moralmente inaccettabile: la vittoria all’aggressore, l’umiliazione dell’aggredito.






























