17 Luglio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

16 Lug, 2026

Le tre tentazioni di Meloni: tra voto anticipato e asse con Vannacci

Giorgia Meloni

Dopo il voto segreto che ha spaccato il centrodestra, la premier valuta le mosse per riprendere il controllo della coalizione: urne anticipate, dialogo con il Generale o alleati ridotti all’obbedienza


«E intanto oggi ha risposto a Marina Berlusconi… e a Matteo Salvini». In che senso? «Nel senso che se ieri Forza Italia e Lega ci hanno tradito, noi oggi dimostriamo che possiamo anche guardare da altre parti, a Vannacci ad esempio».

Il senatore di Fratelli d’Italia arranca nei pressi della Camera nella canicola stordente delle 14, è accaldato e si asciuga con un fazzoletto. La Camera ha appena respinto l’emendamento Vannacci sulle preferenze, ma nei 139 pallini verdi ci sono i voti dei meloniani. In pratica tutto il gruppo di Fratelli d’Italia.

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Il voto segreto che ha spaccato la maggioranza

Ieri sono stati loro a spaccare la maggioranza. Il giorno prima erano stati una cinquantina di franchi tiratori — le gole profonde del Transatlantico ci mettono anche «una buona decina di voti» delle deputate meloniane furiose per la cancellazione dell’alternanza di genere 60-40 — tra i banchi della maggioranza.

Non avremo mai la prova, è il voto segreto, bellezza. Ma si sta a quanto sussurrato alle orecchie del Pd lunedì, alla chiusura dei tempi per la presentazione degli emendamenti. «Voi chiedete il voto segreto, al resto ci pensiamo noi».

Il braccio di ferro perso da Meloni

Insomma Giorgia Meloni ha ingaggiato l’ennesimo braccio di ferro, dopo la giustizia l’ha imbastito sulla legge elettorale, l’ha perso ed è furiosa. Perché la premier deve sempre alzare l’asticella ogni volta un po’ di più? Quali sono i suoi veri piani? E le sue tentazioni?

Per qualcuno, dopo il ceffone referendario, la fine del rapporto privilegiato con Trump — da lei subìto e non certo deciso — e una progressiva marginalizzazione in politica estera, è una leader ferita e disorientata che nei fatti sta perdendo il controllo della sua coalizione. Per altri, al contrario, sta in realtà misurando il perimetro di nuove maggioranze. Con il Generale, prima di tutto.

Meloni martedì sera, dopo lo schiaffo nell’aula della Camera, ha parlato della «necessità di una riflessione» nella maggioranza. E in politica una riflessione diventa subito una verifica dei pesi e dei contrappesi, di chi ci sta e a quale prezzo, di chi conviene imbarcare e chi invece lasciare a terra. Nella convinzione che comunque una sola persona possa dare le carte e questa persona si chiama Giorgia Meloni.

La prima tentazione: le dimissioni

Martedì sera la premier Meloni si è «molto arrabbiata» e ha messo sul tavolo la fine dei giochi e le dimissioni, tutti a casa e poi vediamo che succede. Questa prima tentazione possiamo dire che sia durata lo spazio di una notte.

Ieri mattina il ministro Ciriani, barbetta incolta e la faccia di uno che ha dormito poco, si è presentato in tv e ha dato un messaggio rassicurante: «Il governo va avanti». Nel senso che non cade oggi né domani, che anche questa scossa viene digerita.

Ma quanto può andare avanti così? I voti di questi giorni hanno dimostrato che i gruppi parlamentari, almeno alla Camera, stanno andando in ordine sparso. Non basta più il diktat di Giorgia Meloni per mettere tutti in fila come soldatini obbedienti.

Rassicurato per ora il 66% dei deputati di Fratelli d’Italia di prima nomina che prenderanno la pensione, a 65 anni, solo se resteranno in carica fino al 14 aprile 2027 — quattro anni, sei mesi e un giorno —, in assoluto i più preoccupati del terremoto del voto segreto, il tema è andare avanti, ma come? E con chi?

Le tre finestre per il voto

Le finestre per il voto sono tre: questo autunno, che vorrebbe dire sciogliere le Camere tra la fine di agosto e la metà di settembre; maggio 2027, una sorta di election day con le amministrative di importanti città al voto; ottobre 2027, la scadenza naturale.

Il dominus di tutto questo è ovviamente il Presidente della Repubblica e non la premier. La tentazione del voto anticipato resta comunque sul tavolo.

La seconda tentazione: l’asse con Vannacci

La seconda tentazione, segnala il senatore di Fratelli d’Italia, è «far vedere agli alleati che non sono così indispensabili. E così tra poco voteremo alla Camera insieme al gruppo di Vannacci il loro emendamento sulle preferenze».

Praticamente una dichiarazione di guerra a Salvini e Tajani… «No, la prova che non esistono solo loro».

In via della Scrofa ci sono sondaggi che danno Futuro nazionale a doppia cifra in autunno. Meloni li monitora costantemente. Si nota anche che in queste 48 ore i deputati dell’area Vannacci, soprattutto Ziello e Ravetto, hanno attaccato frontalmente Lega e Forza Italia ma mai i Fratelli, «i più deboli e non il padrone di casa».

La terza tentazione: ridurre gli alleati all’obbedienza

La terza tentazione della premier è ridurre praticamente al silenzio e all’obbedienza gli alleati – ricattandoli con la variante Vannacci – per poi procedere, con le mani libere, a un programma di fine legislatura che le consenta di governare e di non galleggiare facendosi logorare ogni giorno dalle richieste di Salvini di andare al Viminale o da quelle di Tajani sulle nomine o su qualche garantismo.

«Non resto qui per galleggiare o per farmi logorare», lo ha ripetuto mille volte Meloni. Lo sta facendo. Vorrebbe farlo.

La verità è che nella maggioranza è in corso un clamoroso regolamento di conti. La leader di Fratelli d’Italia ha ingaggiato consapevolmente l’ennesimo braccio di ferro. Sembra che l’abbia perso. Ma in fondo lo ha vinto anche così. Se sta bene agli alleati, ovviamente.

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