16 Luglio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

16 Lug, 2026

Storica frattura tra i democratici Usa: metà vota per tagliare gli aiuti a Israele

Thomas Massie

L’emendamento viene respinto dalla Camera, ma 103 deputati democratici votano per cancellare gli aiuti militari e umanitari a Israele. Jeffries apre a un «reset» nei rapporti con lo Stato ebraico e il partito mostra una spaccatura senza precedenti


La Camera dei Rappresentanti ha respinto l’emendamento che chiedeva di cancellare tutti gli aiuti americani a Israele, ma il voto ha mostrato una frattura profonda nel Partito democratico. Centotre deputati democratici hanno votato a favore del taglio, 98 si sono opposti e altri dieci hanno scelto di votare «presente», senza prendere posizione.

La misura è stata bocciata con 314 voti contrari e 104 favorevoli. Tra i repubblicani, soltanto Thomas Massie del Kentucky, promotore dell’emendamento e da tempo contrario agli interventi americani all’estero, ha sostenuto il taglio. Il dato politico più rilevante, però, è che più democratici hanno votato per interrompere gli aiuti a Israele di quanti abbiano votato per mantenerli.

L’emendamento prevedeva di eliminare 3,3 miliardi di dollari di assistenza militare e umanitaria destinata a Israele da un provvedimento di spesa per la politica estera.

La frattura dentro il Partito democratico

Il voto rappresenta il segnale più evidente del rapido cambiamento in corso tra i democratici americani. Per decenni il sostegno a Israele è stato uno dei punti più stabili della politica estera del partito. Oggi, invece, la guerra a Gaza e le operazioni israeliane in Cisgiordania e in Libano hanno trasformato quel sostegno in una delle questioni più divisive.

Molti deputati hanno spiegato di aver votato a favore dell’emendamento pur non condividendone il taglio agli aiuti umanitari. La misura, hanno sostenuto, era l’unico strumento disponibile per esprimere la contrarietà all’uso delle armi americane da parte del governo di Benjamin Netanyahu.

Greg Casar, deputato del Texas e presidente del Congressional Progressive Caucus, aveva invitato tutti i 98 membri del gruppo a sostenere il testo. «Il popolo americano chiede che il denaro dei contribuenti smetta di finanziare l’esercito israeliano», ha scritto in una lettera ai colleghi, precisando che avrebbe preferito un emendamento limitato agli aiuti militari.

Divisa anche la leadership democratica

La spaccatura ha attraversato anche i vertici del partito. Hakeem Jeffries, leader della minoranza democratica alla Camera e storico sostenitore di Israele, ha votato contro il taglio. Contrario anche Pete Aguilar, il numero tre del gruppo.

Katherine Clark, capogruppo di minoranza, ha invece votato a favore. Ha spiegato di aver sostenuto la misura non perché ne condividesse ogni parte, né per assecondare quella che ha definito una manovra politica repubblicana, ma perché ritiene necessario «cambiare rotta».

Anche Nancy Pelosi ha appoggiato l’emendamento. L’ex speaker ha parlato di una «scelta infelice», ma ha aggiunto di voler votare sì «per il messaggio che manda».

Jeffries chiede un «reset» nei rapporti con Israele

Pur votando contro il taglio degli aiuti, Jeffries ha chiesto per la prima volta un «grande reset» nei rapporti tra Stati Uniti e Israele.

Il leader democratico ha lasciato intendere che, qualora il partito riconquistasse la maggioranza alla Camera, gli aiuti militari potrebbero essere sottoposti a condizioni più rigide, compreso il divieto di usare armi americane in operazioni che comportino violazioni dei diritti dei palestinesi.

Jeffries ha riconosciuto che esistevano ragioni «in buona fede» per votare in modi diversi. Una presa di posizione significativa per un esponente che per anni è stato tra i più solidi sostenitori del rapporto tra Washington e il governo israeliano.

La protesta contro Netanyahu

Diversi deputati hanno trasformato il voto in una condanna esplicita delle operazioni militari israeliane.

«La legittima difesa non comprende il bombardamento indiscriminato delle abitazioni», ha dichiarato in Aula Joaquin Castro, deputato democratico del Texas, criticando la risposta del governo Netanyahu agli attacchi del 7 ottobre 2023.

Anche Seth Moulton, un tempo considerato uno dei democratici più vicini a Israele, ha votato per interrompere tutti gli aiuti. «Non possiamo continuare ad accettare le azioni di Netanyahu, contrarie alla nostra coscienza morale e ai nostri interessi di sicurezza nazionale», ha affermato. Moulton, candidato al Senato, ha annunciato che non accetterà più finanziamenti dall’Aipac, la potente organizzazione filoisraeliana diventata sempre più controversa tra gli elettori democratici.

Le voci contrarie al taglio

Pochi democratici sono intervenuti in Aula per difendere apertamente gli aiuti a Israele. Brad Sherman, deputato della California, ha accusato i promotori dell’emendamento di voler «piantare un cuneo nel Partito democratico» e di spingerlo dalla parte di chi nega a Israele il diritto di esistere. Steny Hoyer, storico alleato dell’Aipac, ha invitato i colleghi a votare contro, sostenendo che l’approvazione del testo avrebbe rappresentato «un voto contro la sicurezza americana».

Josh Gottheimer, deputato del New Jersey e convinto sostenitore di Israele, ha definito il risultato un cambiamento «sismico». «Il sostegno al rapporto tra Stati Uniti e Israele sta rapidamente diventando una posizione minoritaria tra i democratici al Congresso», ha affermato.

Il peso della guerra a Gaza

Il voto arriva mentre il sostegno a Israele è diventato un problema elettorale per molti democratici, soprattutto tra i giovani e gli elettori più progressisti. Nelle ultime settimane tre deputati democratici uscenti sono stati sconfitti alle primarie da candidati della sinistra che avevano messo al centro della campagna proprio il loro appoggio a Israele.

Un sondaggio nazionale del New York Times e del Siena College condotto a maggio ha rilevato che il 74 per cento degli elettori democratici è contrario a nuovi aiuti economici e militari a Israele, con maggioranze contrarie in tutte le fasce di età.

Il voto si è svolto inoltre mentre Stati Uniti e Iran hanno ripreso le ostilità, in un conflitto nel quale Trump è intervenuto anche su pressione del governo israeliano.

La fine dell’appoggio incondizionato

J Street, organizzazione filoisraeliana di orientamento progressista, si era dichiarata contraria all’emendamento. Aveva però riconosciuto che i deputati potevano scegliere in buona fede tra il sì, il no e l’astensione, perché il voto rappresentava una delle poche occasioni per contestare apertamente l’uso delle armi americane da parte di Israele.

Secondo il presidente di J Street, Jeremy Ben-Ami, il risultato segna la fine di un’epoca. «I giorni dell’appoggio a Israele, qualunque cosa faccia, come posizione dominante della politica americana sono finiti», ha dichiarato. «Stiamo definendo una nuova normalità».

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