Il voto di lunedì sulle preferenze certifica lo scollamento della base parlamentare della Lega da Matteo Salvini e una crisi del Carroccio che cova da tempo
Ci sono votazioni che decidono una legge. E ce ne sono altre che decidono una leadership. Quella di lunedì sera appartiene alla seconda categoria. Nell’emiciclo di Montecitorio, mentre il voto segreto sull’emendamento che introduceva le preferenze nella nuova legge elettorale prendeva forma, sembrava di assistere a un thriller parlamentare.
Galeazzo Bignami, in piedi sullo scranno, a fare da vedetta. Antonio Tajani incapace di restare seduto, lo sguardo fisso sui deputati che entravano e uscivano dalle cabine. Federico Freni che si allontana dai banchi del governo, attraversa l’Aula con un percorso tortuoso e poi scompare. I vannacciani che, secondo i racconti circolati nei corridoi, arrivano perfino a fotografare la scheda. E, quando arriva il verdetto, il sorriso appena accennato di Marta Fascina.
Sono immagini. Fotogrammi. Ma la politica vive di simboli. E quei simboli raccontano una sola cosa: qualcuno aveva deciso che il capitano dovesse perdere.
Il ruolo di Molinari
Non è stata una congiura improvvisata. È stata la certificazione di una crisi che dentro la Lega covava da mesi. Il voto sulle preferenze è stato soltanto il detonatore. Perché la vera partita non riguardava la legge elettorale. Riguardava il potere di via Bellerio.
Il nome che torna con maggiore insistenza è quello di Riccardo Molinari. Il presidente dei deputati leghisti, alessandrino, amministratore cresciuto sul territorio, uno che il partito lo conosce comune per comune e sezione per sezione. Uno che non ha mai nascosto le proprie perplessità davanti alle scelte del segretario. Non serviva organizzare un golpe. Bastava lasciare che il malessere trovasse la sua strada. E il voto segreto, nella storia parlamentare italiana, è sempre stato il migliore alleato delle rivolte silenziose.
Del resto Molinari lo aveva detto con straordinaria chiarezza già il primo luglio. Intervistato da Sky TG24, aveva spiegato che la Lega resta favorevole a un sistema maggioritario con collegi uninominali e che introdurre le preferenze significa favorire chi dispone di più risorse economiche per finanziare la propria campagna elettorale. Una posizione ribadita anche quando Fratelli d’Italia, Noi Moderati e Udc hanno depositato l’emendamento con il compromesso del capolista bloccato e degli altri sei candidati sottoposti alle preferenze.
Le smentite inevitabili
Era tutto scritto. Bastava leggere. Oggi, naturalmente, tutti smentiscono. Simona Bordonali, tra le parlamentari più vicine a Molinari, respinge qualsiasi ricostruzione: «Potete andare a vedere cosa ho detto nelle interviste che ho rilasciato in questi ultimi giorni. Noi non abbiamo votato contro l’emendamento, abbiamo partecipato all’assemblea con Calderoli e anche in quell’occasione abbiamo ribadito il nostro sostegno per garantire l’unità della maggioranza e questo vale per le donne e per gli uomini della Lega. Con le preferenze avremmo guadagnato consenso». Parole inevitabili. Ma la politica, qualche volta, pesa più i fatti delle dichiarazioni.
La solitudine di Salvini
E il fatto è che Salvini esce da questa vicenda più debole di come vi era entrato. La domanda, infatti, è un’altra. Perché la Lega avrebbe dovuto mettere in discussione una legge elettorale che negli ultimi anni le ha garantito una rappresentanza parlamentare molto superiore alla sua forza reale? I capilista bloccati e gli accordi sui collegi uninominali hanno consentito al Carroccio di conservare una pattuglia parlamentare che difficilmente avrebbe ottenuto affidandosi esclusivamente alla competizione sul territorio.
Con le preferenze cambia tutto. Soprattutto per quei 26 deputati eletti nel Mezzogiorno che rischiano seriamente di non tornare più a Montecitorio. Per loro il voto di lunedì non era un esercizio teorico. Era una questione di sopravvivenza politica. Ma dietro la battaglia sulle preferenze si nasconde un conflitto ancora più profondo. Il “cannibalismo vannacciano”. Così lo definiscono, senza troppi giri di parole, molti dirigenti leghisti. Roberto Vannacci non rappresenta più soltanto un alleato ingombrante. È diventato il concorrente interno che si nutre della Lega, dei suoi amministratori, dei suoi dirigenti, perfino dei suoi parlamentari.
Le grane della Lega
La fotografia più nitida arriva dalla Commissione Affari costituzionali. Dopo l’ingresso di altri deputati nell’orbita di Futuro Nazionale, la Lega è stata costretta perfino a spostare Andrea Barabotti e Massimiliano Panizzuti per riequilibrare i rapporti di forza. Una scelta che racconta molto più di qualsiasi dichiarazione ufficiale. I vannacciani chiedono spazio, incarichi, presidenze. Rivendicano perfino le caselle più prestigiose, dalla Vigilanza Rai in avanti. E ogni concessione viene vissuta come una sottrazione di potere dalla vecchia classe dirigente leghista. È qui che Salvini paga il prezzo più alto.
Per anni è stato il federatore. L’uomo che teneva insieme anime diverse grazie alla promessa di vincere. Oggi quella promessa appare appannata. L’ossessione per il ritorno al Viminale è diventata quasi un riflesso automatico. Ogni ragionamento politico sembra finire lì. Come se tutta la strategia della Lega potesse ridursi alla riconquista del ministero dell’Interno. Il problema è che nel frattempo il partito è cambiato.
Un partito sempre più in crisi
Chi vive il territorio non sempre si riconosce nella linea del leader. Chi deve affrontare le prossime elezioni guarda con crescente preoccupazione alla concorrenza interna. Chi teme di non essere ricandidato comincia persino a interrogarsi sull’utilità di continuare a versare ogni mese la quota del proprio stipendio nelle casse del partito. È un dettaglio solo in apparenza marginale. Perché quando un parlamentare smette di investire economicamente nella propria organizzazione politica significa che, in fondo, ha già iniziato a prenderne le distanze. Non è ancora una scissione. È qualcosa di più sottile. È il momento in cui un leader continua formalmente a guidare il partito, ma il partito smette lentamente di riconoscersi nel suo leader.
Alessandro Morelli prova a riportare il dibattito sulla stabilità del governo. «La notizia è che Salvini ha detto che il governo andrà avanti ancora un anno e due mesi». Vero. Il governo probabilmente andrà avanti.
La domanda è un’altra. La Lega arriverà alla fine della legislatura ancora guidata da Matteo Salvini oppure il voto segreto di lunedì sera sarà ricordato come il primo atto della successione? Le congiure moderne cominciano con una scheda infilata nell’urna.































