Il conduttore di Report reagisce alle ricostruzioni che lo hanno trasformato da vittima a presunto beneficiario dell’attentato. Con alcuni giornalisti della redazione ha presentato anche un esposto sulla divulgazione di intercettazioni, brogliacci e verbali coperti dal segreto investigativo
Sigfrido Ranucci ha presentato una denuncia e querela per diffamazione pluriaggravata e altri reati. La decisione nasce in relazione alle dichiarazioni e agli articoli che hanno ipotizzato un «finto attentato» ai suoi danni o suggerito che il conduttore di Report possa aver tratto vantaggio dall’episodio.
A renderlo noto è il suo legale, l’avvocato Roberto De Vita. Secondo il penalista, la diffusione di «dichiarazioni, articoli di stampa, congetture e insinuazioni» avrebbe trasformato, attraverso esplicite allusioni, «la vittima del grave attentato nel suo presunto beneficiario», provocando conseguenze umane e professionali «di inaudita gravità».
La denuncia sulle insinuazioni
La querela riguarda le ricostruzioni che hanno parlato di un «finto attentato» o di presunti vantaggi professionali e personali per Ranucci. Per il legale si tratta di affermazioni capaci di ribaltare il ruolo del giornalista, presentandolo non più come vittima ma come possibile beneficiario dell’attacco.
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L’esposto sulla fuga di atti
Ranucci e alcuni giornalisti della redazione di Report hanno inoltre presentato un’altra denuncia e querela per la presunta rivelazione del segreto d’ufficio e del segreto investigativo. L’atto è stato sottoscritto, tra gli altri, da Daniele Autieri, Giorgio Mottola, Paolo Mondani, Giulio Valesini e Luca Chianca.
La denuncia riguarda la divulgazione di notizie ed estratti di atti coperti dal segreto d’indagine, tra cui contenuti di intercettazioni telefoniche, brogliacci e verbali di sommarie informazioni testimoniali relativi all’inchiesta ancora in corso sull’attentato dinamitardo contro Ranucci. Parte di questo materiale sarebbe stata successivamente pubblicata. Secondo De Vita, la diffusione degli atti avrebbe provocato «grave pregiudizio alle investigazioni», aumentato l’esposizione al rischio delle persone coinvolte e causato un danno reputazionale attraverso un utilizzo «parziale e strumentale» delle informazioni.































