Prima ancora che il Cristianesimo ne facesse un modello di vita virtuoso, l’astinenza ha affascinato altri riti che cercavano una sacralità
C’è una parola che, al di fuori di ambienti religiosi, suscita da sempre curiosità e diffidenza, stupore ma anche perplessità, evocando l’idea di affettività congelate o di rapporti “freddini” che riducono al minimo il coinvolgimento emotivo. È la castità. Non sempre compresa, a volte derisa, fino al punto da essere spesso ridotta, nell’immaginario comune, ad una semplice astinenza sessuale o ad una serie di divieti. Insomma, una parola da museo, associata a codici di comportamento del passato, la cui unica ragione sembrerebbe da ricercare nella sola religione.
La sacralità del corpo
In una dimensione marcatamente spirituale, è indubbio che il richiamo alla castità evochi alla sacralità del corpo, delle donne e degli uomini, che non deve essere ridotto a mero oggetto, ma che è anche indice della inviolabile interiorità della persona, lontana sia dal materialismo riduttivo sia dallo spiritualismo disincantato. San Tommaso d’Aquino spiega, nella “Summa”, che c’è la virtù laddove una certa tendenza è moderata dalla ragione, “qualsiasi moto dell’appetito dev’essere castigato dalla ragione” e, per questo motivo, “qualsiasi virtù morale è castità”.
La tradizione cattolica
In questo senso, la tradizione cattolica descrive la castità come una virtù che permette di vivere relazioni autentiche e rispettose, evitando che l’altro venga ridotto ad un bene di possesso o di mera soddisfazione personale. Considerazioni, quest’ultime, che nel mondo contemporaneo, in cui l’approccio con il sesso è riconosciuto come una forza fondamentale dell’agire umano, al punto da essere sfruttato e commercializzato in modi diversi, potrebbero risultare prive di senso, tanto che parlarne potrebbe considerarsi un azzardo. Eppure, la castità non è semplicemente un’imposizione teologica.
Sinonimo di integrità
La castità non riguarda soltanto chi sceglie la vita religiosa o chi non è sposato, ma può coinvolgere ogni persona, indipendentemente dalla propria condizione di vita. Nel latino antico, il termine castus non era principalmente legato alla morale sessuale, ma sinonimo di integrità.
Le Vestali
Era così per le Vestali di Roma, sacerdotesse consacrate alla dea del focolare e della famiglia, con il compito di curare la fiamma del tempio di Vesta e di rimanere caste. La loro castità era vista come un simbolo dell’integrità dello Stato. Una violazione del voto di castità era infatti severamente punita: la Vestale colpevole veniva sepolta viva. In questo senso, la castità era slegata dal celibato e non rappresentava di per sé una negazione della sessualità, ma aveva a che fare con la libertà, era un indicatore di integrità, di una personalità le cui parti si compongono in una completezza armoniosa.
Liberi dal desiderio
Andando avanti nel tempo, nella tarda antichità, la castità viene intesa come un valore che suggerisce di non essere schiavi dell’immediatezza del desiderio o della ricerca della gratificazione istantanea, ma a relazionarsi con il mondo senza bisogno di possederlo, a rapportarsi con le persone senza manipolarle o ridurle anche solo nell’immaginario ad oggetti sessuali. Castità, dunque, come l’arte di amare nella logica del dare; di costruire legami d’amore, che non si trovano già confezionati, ma esigono un cammino di maturazione, che si prolunga nel tempo, si diversifica in base all’età e al riferimento che si è scelto. Insomma, un progetto spirituale per alcuni, oppure un’etica più o meno laica, per altri.
La castità maschile
Sebbene tutte le culture del mondo tendono a ritenere più preziosa la castità femminile, talmente sacra da rendere la sua tutela spesso necessaria anche contro la volontà stessa della sua portatrice. Non mancano esempi di castità declinata anche al maschile. Era così nella narrativa cavalleresca, che raccontava la castità come una sfida di autocontrollo morale. Resistere alle tentazioni elevava il cavaliere, trasformando la sua astinenza nella misura del suo valore morale e spirituale.
Un impegno di fedeltà
Le promesse di castità tra due innamorati erano patti di fedeltà, di cui si narra in alcuni poemi del XII secolo. Si racconta che le giovani donne chiedessero al loro cavaliere di annodare la camicia intorno alla loro vita, come impegno di fedeltà. Si trattava di un patto simbolico e, soprattutto, voluto dalla donna. Un gesto squisitamente romantico e cavalleresco, che niente aveva a che fare con il famigerato strumento delle cinture di castità.
Il mito della cintura di castità
Forme di continenza forzata, a tutti note, che la leggenda vuole che venissero utilizzate dai Crociati in partenza per il Santo Sepolcro per garantirsi la fedeltà delle mogli durante la loro assenza. Ma, si tratta solo di un falso storico. Le cinture di castità sono veri e propri miti, sopravvissuti fino a noi attraverso storie e leggende che hanno alimentando la nostra immaginazione.
Il caso di Elisabetta I Tudor
Ma, la castità non è solo una virtù morale che guida e integra la dignità di una persona, potendosi talvolta atteggiare a strumento di diplomazia, per assicurare la salvaguardia di un intero popolo. È questa la strada percorsa da Elisabetta I Tudor, quando decise di abbracciare la scelta della castità. Figlia di Enrico VIII e di Anna Bolena, Elisabetta decise di non sposarsi e di rimanere vergine fino alla fine dei suoi giorni per dedicarsi totalmente alla cura del suo regno, respingendo qualsivoglia pretendente. Alle continue sollecitazioni dei suoi consiglieri di corte, che la invitavano a trovarsi un marito, determinata rispondeva che voleva rimanere casta e che suo marito era il regno d’Inghilterra.
Una scelta politica
Una decisione da non tutti compresa, per molti insolita e scandalosa, tanto da portare alcuni a sospettare sulla sua vera identità. Ma, la sua è stata una vera e propria scelta di strategia politica e di diplomazia, trasformando la sua condizione in un simbolo di indipendenza nazionale e di devozione incondizionata al suo popolo. Un obiettivo che riuscì a portare a termine, passando alla storia per aver dato vita alla famosa età dell’oro dell’Inghilterra.
La strategia di Penelope
Simbolo della castità e della fedeltà che si fonde con il sacrificio patriottico e familiare, è anche la figura di Penelope. Molti i racconti che affiancano i poemi omerici nonché le reincarnazioni letterarie in cui lei stessa prende la parola e presenta la sua versione di moglie casta e devota, mentre Ulisse vagabonda per terre sconosciute. Anche qui, la castità più che una categoria morale, è uno strumento di esercizio del potere. Penelope, nonostante non possa sottrarsi alle leggi della sua epoca: è soggetta al padre, poi al marito, infine al figlio, in uno schema classicamente patriarcale. Riesce, però, a ritagliarsi uno spazio di libera iniziativa e per questo le viene attribuito l’epiteto di astuta. Una castità, vissuta e scelta da Penelope come un’ancora di salvezza, ma anche come un baluardo contro la prepotenza dei potenti Proci.
La forza guerriera di Lucia Mondella
Una vicenda non dissimile da quella che ha visto come protagonista anche Lucia Mondella dei “Promessi Sposi”. La sua castità non è debolezza passiva, ma forza guerriera che diventa scudo morale contro i soprusi e simbolo di una salvezza guidata dalla fede nella Provvidenza. Anche Lucia come Penelope combatte l’abuso di potere perpetrato nei suoi confronti, governando l’intera storia. Motore degli imbrogli e degli sbrogli alla quale Manzoni finisce per affidare la rifinitura morale di tutta la storia.
Una questione di consapevolezza
Entrambe sono figure femminili create da una penna maschile, ma che danno voce e carattere a donne che prendono consapevolezza della loro condizione, in grado di chiedere per loro e per tutte le donne che verranno un vero riscatto. Castità, quindi, come scelta volontaria, ma talvolta anche come frutto di una imposizione, assumendo i tratti di un dovere sociale e di una prigione morale. Al punto che, la sua perdita può essere fonte di disonore e di emarginazione.
Il Romanticismo e il Verismo
Nel Romanticismo e nel Verismo, tante e diverse sono le figure femminili cresciute con l’idea che la vita casta sia naturale e conforme alla loro volontà. Una decisione, però, spesso inconsapevole, perché presa attraverso l’educazione impartita dal contesto sociale e familiare affinché si potesse considerare quella scelta come unica e personale.
“Storia di una Capinera”
È il destino di Maria, protagonista di “Storia di una Capinera” di Verga, cresciuta con l’idea che la vita casta, e monastica, sia conforme alla sua volontà, fino a quando scopre che il mondo non è fatto di un solo colore ed esiste la libertà di scegliere come viverlo. Anche se, purtroppo, questa acquisita consapevolezza non riesce a salvarla, perché la sua forza viene sopraffatta dalla passione che, in questo caso, sfocia in pazzia che la imprigiona al suo inevitabile destino, fino alla morte.
La DIvina Commedia
Diversa, ma simile nel senso, è la storia di Piccarda Donati riportata da Dante ne “La Divina Commedia”. Dopo la vocazione, Piccarda decide di prendere i voti, scelta dettata, questa volta da un volere personale, l’amore verso Dio, ma fortemente avversata dai suoi familiari che decidono di darla in sposa. In tal caso, la castità è frutto di una scelta libera e consapevole, ma brutalmente ostacolata dalla volontà della famiglia contro la quale le donne non avevano alcuna possibilità di opporsi. Così, se in un caso la castità femminile era caldeggiata quale mezzo attraverso il cui il patrimonio sarebbe rimasto illeso, dall’altro era contrastata quando si rivelava ostativa ad una possibile implementazione della ricchezza familiare.
Il Novecento
Dal Novecento fino ad oggi, complici anche le rivoluzioni del ’68 e prima ancora le novità portate dal Decadentismo che vedono la figura femminile, e non solo, iniziare ad uscire da quelli che erano gli schemi abituali in cui era rilegata, ecco che il concetto di castità è destinato ad assumere ulteriori significati. Cresciuta la consapevolezza riguardo alla necessità di superare i tradizionali ruoli di genere e gli stereotipi, la castità è stata oggetto di un profondo ripensamento: da virtù spirituale e stoica a simbolo di integrità morale, fino a convenzione sociale oppressiva.
Una scelta personale
È così che il valore della castità passa da imperativo morale e religioso imposto dalla tradizione ad una scelta di vita personale e consapevole, prendendo così avvio un processo di liberazione che si afferma prima sul piano intellettuale e successivamente sul piano sociale. Insomma, castità non più come una regola da applicare, né negazione di una parte di noi. Al contrario, castità quale simbolo di un cammino che ognuno sceglie di intraprendere, qualsiasi sia il suo stato di vita, e che forse non finirà mai di percorre del tutto, ma da cui si può sempre ripartire.































