La premio Noble Maria Corina Machado si propone di ritornare in Venezuela per aiutare nei soccorsi post terremoto ma il suo ritorno non piace agli alleati americani
«Sarò in Venezuela per contribuire a coordinare e incoraggiare gli sforzi dei cittadini durante l’emergenza». Questo è stato l’annuncio della premio Nobel per la pace Maria Corina Machado. Figura di spicco dell’opposizione venezuelana un tempo considerata la possibile leader di una transizione post-chavista.
Dopo il doppio terremoto che ha devastato il Paese, e che ha causato secondo le attuali stime circa 1700 morti, la Machado torna alla ribalta. Tentando di sfruttare il malcontento dei venezuelani verso i ritardi nell’invio di aiuti alla popolazione da parte delle autorità di Caracas. Per la politica il ritorno in Venezuela potrebbe avere un effetto positivo per il movimento anti-establishment e potrebbe persino fungere da catalizzatore di un cambio di regime. Una possibilità che, però, non piace molto ai suoi sostenitori americani.
Da tempo, infatti, tra la Machado e Washington i rapporti si sono raffreddati. Archiviato il problema Nicolas Maduro, l’attenzione del presidente Donald Trump si è spostata altrove. Per il tycoon la partita venezuelana, in fin dei conti, è stata giocata e vinta. Con Delcy Rodriguez al timone e disposta a concedere agli Stati Uniti sostanzialmente tutto ciò che chiedono, il problema Caracas è stato archiviato senza troppi indugi dalla Casa Bianca. E con esso la Machado, che a oggi non ha più nessuna utilità immediata per l’amministrazione Trump.
La logica geopolitica e il disimpegno USA
Si tratta, com’è evidente, dell’ennesima prova del fatto che al tycoon interessa molto poco dello stato delle popolazioni che, a parole, dichiara di voler aiutare. Come successo in Iran anche in Venezuela la questione umanitaria e politica lascia rapidamente il passo a ragionamenti a motivazioni di tipo economico-commerciale. Con buona pace dei sostenitori locali mobilitati di volta in volta per sostenere la causa di Washington.
Se la Machado vuole riguadagnare un po’ di margine di azione nel suo Paese, dunque, la strada al momento non sembra più quella di continuare a seguire la regia degli Stati Uniti. Il caos provocato dai terremoti apre effettivamente delle possibilità per l’opposizione anti-chavista, ancora piuttosto attiva. Ma qualunque tentativo di presa del potere non potrà che arrivare senza l’aiuto diretto di Washington e delle sue forze. E senza il sostegno a stelle e strisce lo spazio politico che si apre dopo il disastro rischia di restare tale solo sulla carta.
Un Paese sospeso tra crisi e transizione
L’opposizione venezuelana, pur rafforzata simbolicamente dalla presenza di figure come Machado e dal malcontento sociale, continuerebbe infatti a muoversi in un contesto istituzionale e militare profondamente sbilanciato, dove il potere del governo resta saldamente in mano a Caracas. In questo scenario, la possibilità che l’emergenza si trasformi in un vero punto di svolta dipende meno dall’entusiasmo delle piazze o dalle iniziative dei singoli leader, e molto di più dall’eventuale riallineamento degli equilibri internazionali.
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Ma se quel riallineamento non dovesse arrivare la crisi rischia di tradursi ancora una volta in un’occasione mancata. E così, anche questa volta, il Venezuela si troverebbe sospeso tra una transizione evocata e una stabilità imposta, con l’emergenza che apre scenari nuovi solo per richiuderli rapidamente sotto il peso delle stesse dinamiche di sempre.
































