Nel quinto giorno dopo il terremoto, a La Guaira si cerca ancora una donna viva sotto le macerie. Soccorritori italiani al lavoro senza sosta. Il Paese entra nella seconda emergenza: acqua, rifugi, medicine e ospedali allo stremo
È stato recuperato il corpo di Enzo Cuomo, l’uomo originario di Laviano disperso nel terremoto in Venezuela. Si cercano ancora la moglie Trini Adrian, 53 anni, e la figlia Isabella, 22. I tre si trovavano nell’edificio Petunia, nel quartiere Los Palos Grandes di Caracas, al momento del sisma. La vicenda è seguita con grande apprensione a Laviano, nel Salernitano, paese d’origine della famiglia.
La speranza
Il martello pneumatico è uno. I picconi sono due. Per il resto ci sono pale, martelli, secchi passati di mano in mano e centinaia di volontari che scavano quasi a mani nude. È l’immagine del quinto giorno dopo il terremoto che ha devastato il Venezuela: un Paese dove la speranza continua a sopravvivere sotto le macerie, ma dove manca quasi tutto.
A Macuto, nello Stato di La Guaira, i vigili del fuoco italiani scavano senza sosta per raggiungere una donna e due dei suoi tre figli rimasti intrappolati in un edificio crollato. Da oltre otto ore la donna continua a rispondere ai richiami dei soccorritori attraverso il geofono. È stata lei stessa a far partire i soccorsi inviando un messaggio WhatsApp a una cugina.
«Il fatto che continui a rispondere ai nostri segnali è sicuramente positivo», spiega il portavoce dei vigili del fuoco Luca Cari. «Questo ci fa pensare che la direzione che abbiamo preso sia quella giusta. Ora bisogna andare ancora più in profondità».
La speranza sotto le macerie
Non si conoscono ancora le condizioni dei due bambini che, secondo quanto raccontato dalla donna nel messaggio inviato ai familiari, sarebbero con lei e sarebbero vivi. Sul posto lavorano insieme le squadre italiane, quelle dell’Ecuador e dell’Olanda, mentre all’esterno dell’edificio attendono i parenti.
Ogni salvataggio, ormai, assume il valore di un miracolo. Nelle ultime ore sono stati estratti vivi una madre con il figlio di appena diciotto giorni e una donna rimasta intrappolata per oltre tre giorni.
Volontari al posto delle ruspe
Ma è a Caracas che emerge il volto più drammatico dell’emergenza. Nel quartiere di San Bernardino, davanti ai resti del palazzo Residencia Rita, centinaia di volontari lavorano fianco a fianco con vigili del fuoco e Protezione civile.
Le grandi ruspe sono pochissime. Molti scavano con trapani, picconi e martelli. Si formano lunghe catene umane per passare secchi pieni di macerie. Quando un soccorritore alza la mano chiedendo silenzio, tutti si fermano nella speranza di sentire una voce.
Per alcuni minuti sembra che ci sia un sopravvissuto. Due volontarie si abbracciano. Un uomo si mette a pregare. Poi arriva la delusione: sotto il cemento c’è soltanto un corpo.
La speranza lascia spazio alla crisi umanitaria
Mentre i soccorritori continuano a cercare superstiti tra le macerie, il Venezuela entra in una seconda fase dell’emergenza. Le organizzazioni umanitarie spiegano che, accanto alle operazioni di salvataggio, diventa ormai prioritario assistere le migliaia di persone rimaste senza casa.
Secondo il Norwegian Refugee Council servono rifugi sicuri, acqua potabile, cibo, materassi, medicinali e prodotti per l’igiene. «Dobbiamo concentrarci anche su chi ha perso la propria abitazione e vive nei centri di accoglienza», spiega Beatriz Ochoa, responsabile regionale dell’organizzazione. «Le persone hanno bisogno anche di privacy e di poter vivere in condizioni dignitose».
Le scuole vengono utilizzate come rifugi temporanei, ma le organizzazioni chiedono che i bambini possano tornare il prima possibile nelle aule per recuperare una parvenza di normalità. Secondo l’Unicef sono circa 680 mila i minori che hanno bisogno di assistenza umanitaria, mentre gli ospedali continuano a lavorare sotto una pressione enorme.
ll Venezuela apre agli aiuti di amici e avversari
La portata del terremoto ha abbattuto anche molte barriere politiche. Dopo anni di tensioni e isolamento internazionale, Caracas sta accettando aiuti da Paesi alleati ma anche da governi con cui i rapporti erano stati difficili. Squadre di soccorso e materiali sono arrivati dagli Stati Uniti, da diversi Paesi latinoamericani e dall’Europa, mentre anche nazioni tradizionalmente distanti dal governo venezuelano hanno offerto uomini e mezzi.
Secondo gli analisti, il Venezuela non può più permettersi di scegliere da chi farsi aiutare. Il sistema sanitario era già profondamente indebolito da anni di crisi economica e politica e il doppio terremoto ha aggravato una situazione già fragile. Per le organizzazioni umanitarie, l’assistenza internazionale sarà decisiva non solo nelle operazioni di soccorso, ma anche nella lunga fase della ricostruzione.
Machado pronta a rientrare
Nel frattempo anche la politica torna a muoversi. Dall’esilio María Corina Machado ha annunciato di voler rientrare presto in Venezuela. «È arrivato il momento. È mio dovere stare accanto al mio popolo», ha dichiarato la leader dell’opposizione e premio Nobel per la Pace 2025, spiegando di voler condividere il dolore del Paese e partecipare alla ricostruzione.






























