Non solo afa, pigrizia, tintarella, amori fugaci, solitudine e divertimenti: da secoli la bella stagione ispira pittori di ogni scuola e sensibilità
La stagione feroce del caldo che asfissia è anche la musa prediletta dei pittori di ogni epoca. L’estate mette a nudo chi siamo: passioni, turbamenti, fantasie e fantasticherie, vizi e virtù. Relazioni, libertà e solitudini. I capolavori sono così tanti che ci si potrebbe aprire un museo. Gira la testa a guardarli. È la sindrome di Stendhal. La stagione dell’oro messa su tela toglie il fiato.
Il caldo, la luce e i colori
Sarà perché abbaglia e cattura con la luce furente del suo mezzogiorno, con i miraggi da Fata Morgana che ingannano l’occhio e la mente sotto la caligine, con i colori vividi dei lunghi giorni e i cromatismi dei crepuscoli che portano dentro notti brevi e calde. Notti malandrine degli amori fugaci come le stelle di San Lorenzo o insonni per quelle inquietudini che stanno nel mezzo tra i sogni e gli incubi.
L’etimologia aggiunge e chiarisce. Estate dal latino aestas (stagione calda o calore ardente), a sua volta da aestus (calore, ardore). Entrambi risalgono alla radice indoeuropea aidh- (ardere, infiammare) la stessa che ha generato il verbo greco antico aitho (bruciare).
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Le estati dell’umanità
In una ipotetica galleria d’arte, le opere dedicate alla stagione del solleone messe insieme raccontano pure di come siano cambiate le estati dell’umanità. Gli usi, i costumi, le classi sociali, le abitudini, le mete.
Sulla tela ci finiscono le estati della fatica e del sudore impastate di terra e spighe di grano, quelle dei giardini aristocratici che profumano di fiori e fronde ombrose, quelle in riva ai fiumi e quelle dei primi bagni, quelle più popolari dei riti collettivi e delle spiagge affollate e quelle borghesi con piscine e patio. Una narrazione laterale che mette sulla tavolozza genio, luci, ombre, corpi, forme, colori, acqua e terra.
Le estati della fatica
E la terra è quella della fatica nei campi dei mietitori di Pieter Bruegel il Vecchio che nel 1565 dipinge “La Mietitura”. L’opera fa parte della serie dei Mesi, realizzata per il banchiere di Anversa, Niclaes Jonghelinck. Contadini sfiniti dalla stanchezza e dal caldo, in un pomeriggio d’agosto tra covoni di grano, falci, spighe e riparo sotto l’ombra di un albero. Lavoro e riposo nell’estate contadina fiamminga.
E c’è sempre la fatica nei campi al centro del “Mezzogiorno – Riposo dal lavoro” di Vincent van Gogh. Realizzata nel 1890, l’opera è ispirata a un disegno di Jean-François Millet. Il quadro mostra una coppia di contadini stremati.

Riposano sprofondati in un grande covone di fieno. Fazzoletto in testa lei, cappello di paglia calato sugli occhi lui. L’olandese lo dipinge tra il dicembre del 1889 e il gennaio del 1890 mentre era internato in un manicomio a Saint-Rémy-de-Provence. L’opera fa parte della collezione permanente del Musée d’Orsay, a Parigi.
Due opere lontane nel tempo. Entrambe, però, raccontano di quando l’estate del tempo libero e delle vacanze non era stata ancora inventata e il raccolto dei campi, i frutti della natura erano il dono più prezioso della stagione. Come per l’“Estate” di Arcimboldo, il cui profilo è composto da frutta e ortaggi estivi.
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I primi bagni al mare
È Giovanni Fattori, invece, a ricordarci la nascita dei primi stabilimenti balneari. Nel 1866 dipinge “La rotonda dei Bagni Palmieri”, oggi conservata alla Galleria d’Arte Moderna di palazzo Pitti, a Firenze. La scena è ambientata sulla rotonda dello stabilimento balneare. Siamo sul lungomare di Livorno, lungo quel tratto tanto amato dai macchiaioli. Sul pontile, sedute sotto un grande tendone giallo ci sono sette donne. Conversano, altre osservano il paesaggio. Fanno i bagni d’aria al mare.
Indossano cappellini e lunghe gonne coperte da mantelline. Per le signore “per bene” del tempo era sconveniente mostrarsi in costume da bagno. Per alcuni, però, il mare non basta per fare l’estate e così si presume che la scena sia ambientata in primavera o autunno e non in una torrida giornata estiva.
Resta il fatto che nell’Ottocento in spiaggia si andava coperti da mantelli chiusi fino al collo e la tenuta da bagno contemplava castigati costumi simili a buffe divise, in preferenza fatti di lana per non aderire al corpo una volta bagnati evitando così trasgressive trasparenze e forme peccaminose.
Bagnanti e corpi al sole
Sono otto i ragazzi in costume da bagno dell’olio “Scena d’estate” che Jean Frédéric Bazille dipinge nel 1869. Prendono il sole sulle rive erbose del fiume Lez o fanno il bagno immersi nelle sue acque azzurre appena imbronciate. C’è chi ricorda come tra i bagnanti siano riconoscibili Andrea Mantegna e Sebastiano del Piombo. La fonte letteraria, invece, potrebbe essere il romanzo dei fratelli Goncourt “Manette Salomon” pubblicato su “Le Temps” nel 1867. Nel romanzo, infatti, è descritta una scena all’aperto di giovani nudi illuminati dalla luce del sole.
La campagna degli impressionisti
Ci sono poi tre opere (non le uniche) da prendere a prestito per raccontare le estati in campagna: “I papaveri” di Claude Monet (1873); “Paesaggio estivo” di Pierre-Auguste Renoir (1875) conosciuto anche come “Donna con un parasole in giardino” e “Colazione sull’erba” di Édouard Manet (1862-1863). Nel dipinto di Monet viene immortalata una passeggiata campestre in un prato punteggiato dal rosso dei papaveri in un giorno d’estate.
Riposo, merenda all’aperto e conversazione all’ombra di un bosco estivo li ritroviamo in “Colazione sull’erba” di Manet. In primo piano, una ragazza nuda e due uomini in abiti borghesi. Il progetto del dipinto viene definito nell’agosto 1862 quando, ad Argenteuil, Manet vede alcune ragazze nuotare nella Senna. «Pare che io debba fare un nudo. E sia, lo farò, in un’atmosfera trasparente e con persone come quelle che vediamo laggiù». L’opera scandalizza il pubblico del tempo.
Il fiume, la Senna, i bagnanti
È Berthe Morisot nel 1879 a dipingere il “Giorno d’estate” di due donne sedute su una barca a remi, mentre è Georges Seurat a mettere su tela i “Bagnanti ad Asnières” nel 1884: alcuni ragazzi fanno il bagno e riposano sulla riva della Senna in una calda giornata estiva. Siamo nel sobborgo industriale a nord-ovest di Parigi. Sullo sfondo le ciminiere delle fabbriche fanno ipotizzare che sia il riposo semplice e a portata di mano di un gruppo di giovani operai.
Di opera in opera arriviamo a “Il bagno in una sera d’estate” (1892) di Félix Vallotton. Esposto per la prima volta al Salon des Indépendants nel 1893, il quadro desta scalpore per il crudo realismo con cui l’artista ritrae i corpi dei bagnanti. E il tema dei bagnanti è anche uno dei preferiti da Cézanne. Il pittore dedica a questo soggetto un intero ciclo. E tra le opere troviamo “Le grandi bagnanti”: un gruppo di donne nude trascorre una giornata al sole in riva a un fiume. Una nuota, le altre sembrano chiacchierare o giocare all’ombra di lunghi tronchi di alberi. È la tela più grande dipinta da Cézanne, che la elabora per sette anni tra il 1898 e il 1905 nello studio a Lauves.
Mucha, Sorolla e la stagione dell’oro
In questa galleria immaginaria e incompleta non possono mancare l’“Estate” di Alphonse Mucha (1896) e le estati di Joaquín Sorolla.
La prima è una celebre litografia e fa parte della serie decorativa “Le Stagioni”. L’opera di Mucha va dritta al cuore dell’Art Nouveau e raffigura una giovane donna dai capelli fluenti immersa in un paesaggio estivo, circondata da papaveri rossi e motivi floreali.

Nelle estati dipinte dal pittore valenciano Sorolla ritroviamo la luce, la gioia dei bambini al mare, donne sulla battigia con lunghi vestiti bianchi, gonfi dal vento. Sorolla dipinge in riva al mare. Vestito in maniera elegante, protetto da un ombrellone e paparazzato dai fotografi. Di lui si dice abbia dipinto la stagione estiva più di chiunque altro artista.
Giugno fiammeggiante
Languida e sensuale è la ragazza di “Avvampante giugno”, o “Giugno fiammeggiante” di sir Frederic Leighton realizzata nel 1895. La donna ritratta potrebbe alludere alle figure delle ninfe dormienti e delle naiadi degli antichi greci.
Nell’inventario della stagione dell’oro troviamo pure “Nel mezzo dell’estate” di Tamara de Lempicka (1928) e “Due donne che corrono sulla spiaggia” di Pablo Picasso (1922). E a proposito di Picasso, Renato Guttuso lo cita col pennello nel monumentale dipinto “La spiaggia”, conservato presso la Galleria nazionale di Parma. L’opera immortala l’affollato litorale di Ostia. Tra corpi accaldati, intrecciati e spiaggiati sotto un sole infuocato, il genio spagnolo – che Guttuso aveva conosciuto di persona – appare di profilo: abbronzato con un costume a fantasia e un telo tenuto a mo’ di mantello da torero. Picasso in quella calca di corpi appare come un bagnante appena arrivato sulla spiaggia, dopo un bagno in mare. Il rito collettivo e consumistico della vacanza balneare anticipa i tempi del boom economico.
Anche l’estate è solitudine
Ma l’estate può anche essere la stagione delle grandi solitudini. È una donna sola la “Summertime” (1943) di Edward Hopper. Indossa un vestito leggero e un cappello a falde larghe. In piedi sulla soglia di un edificio con grandi colonne bianche, sembra persa nei suoi pensieri. La luce accentua la sensazione di attesa e solitudine. Ed è sempre un’estate solitaria e silenziosa quella di “Story Sunlight” che l’artista americano dipinge nel 1960.
Due donne sul balcone del secondo piano di una casa bianca. La più anziana legge un giornale mentre la più giovane si siede sulla ringhiera. Accade anche in “Summer evening” del 1947. Qui la solitudine e il silenzio in una sera d’estate diventano protagonisti insieme alla giovane coppia ritratta nell’oscurità della notte.
Il tuffo di Hockney
Chiude David Hockney, il celebre pittore scomparso qualche giorno fa. Hockney nel 1967 dipinge “A Bigger Splash”. Oggi conservato alla Tate di Londra, è forse il suo capolavoro più conosciuto. Il quadro mostra l’attimo dopo un tuffo in una piscina. Una frazione di secondo e l’acqua esplode in uno spruzzo bianco, mentre il corpo del nuotatore è già scomparso.
L’estate come memoria
È il gioco dell’estate. Tutto appare semplice nel tempo effimero di questa stagione che arde, seduce e sorprende anche in mezzo all’inverno della vita. Spariglia le carte e si presenta invincibile, per dirla con Camus. È l’estate che fa scrivere a Emily Dickinson: «Fa ch’io per te sia l’estate/ quando saran fuggiti i giorni estivi!».
E allora, vien da pensare che anche attraverso una moltitudine di estati è possibile mettersi sulle tracce del cammino dell’umanità. Secolo dopo secolo. Memoria dopo memoria. Estate dopo estate. Quadro dopo quadro. Mosaico dopo mosaico. Come nei tasselli che compongono il puzzle di una vita. Come nella tomba del tuffatore solitario di Paestum (480-470 a.C. circa). Inizio e fine di una estate a mano libera.


























