25 Giugno 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

25 Giu, 2026

Mattarella cita De Gasperi: La “salita faticosa” della Repubblica

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella

Discorso ricco di citazioni quello del Capo dello Stato Sergio Mattarella per gli 80 anni dalla prima seduta dell’assemblea costitutente


La cosa migliore è stampare queste undici pagine, leggerle, e tenerle in tasca, una piccola cassetta per gli attrezzi per affrontare il quotidiano della nostra democrazia. Si trovano alcune parole chiave: “concordia”, “unità”, “metodo consensuale” “martiri assassinati dal fascismo”, “carta dei valori non di una parte sola ma dell’intera comunità nazionale”, “rivoluzione pacifica”, la “Repubblica è di tutti, la Carta ne è il volto e l’anima”.

Ciascuno potrà sceglierne altre. Il senso supremo è nelle parole che usò Alcide De Gasperi, ultimo presidente del Consiglio del Regno e alla guida del primo governo della Repubblica il 14 giugno del 1946 nel radiomessaggio agli italiani. C’era, allora ma come oggi – la costruzione della democrazia avviene ogni giorno – «un immenso lavoro ricostruttivo davanti a noi. La salita è faticosa. Diamoci la mano, comunque sia stato il vostro e il nostro voto (al referendum che scelse la Repubblica, ndr) perché senza questo sforzo comune non riusciremo».

Il discorso più importante

Sergio Mattarella ha lavorato molto su questo discorso, il più importante delle tante celebrazioni per gli 80 anni della Repubblica perché 80 anni fa, oggi, si riuniva per la prima volta nell’aula di Montecitorio la Costituente, il passaggio chiave per la Repubblica e la democrazia. È stata una cerimonia che alla solennità e intensità ha saputo unire la cura del dettaglio: dodici tricolori alti ciascuno una dozzina di metri esposti a corredo dell’aula, rose rosse e bianche nella fontana nel cortile d’onore, commessi con i guanti bianchi in alta uniforme, i reparti interforze schierati in piazza. Il cerimoniale scandisce i tempi al minuto.

Mattarella viene accolto dai presidenti di Camera e Senato Lorenzo Fontana e Ignazio La Russa, poi, insieme alla premier Giorgia Meloni visitano la mostra “1946: nasce la Repubblica, l’Assemblea Costituente a Montecitorio” allestita nella Sala della Lupa dove furono proclamati i risultati del referendum del 2 giugno per la scelta tra monarchia e Repubblica.
Parla venti minuti Mattarella, prima di lasciare che parlino i violini, i flauti i contrabbassi dell’orchestra del Teatro di Roma sulle note di Beethoven e di Verdi.

La sacralità dell’Aula

Nel messaggio del Capo dello Stato sono evidenti i riferimenti al clima ostile e divisivo che regna in Parlamento e in cui stamani l’Aula comincerà il dibattito sulla legge elettorale. C’è aria di trabocchetti, imboscate, sulle preferenze ad esempio, tutto il contrario di quello che dovrebbe essere quando si affronta la legge sulle regole del gioco della democrazia.
Mattarella si muove tra storia e cronaca, tra presente passato e futuro con l’abilità di chi maneggia la materia come una grande appassionante Storia. I fatti prima di tutto. Furono tanti, diversi, coloro che, «pagando un prezzo alto» consentirono agli italiani di «conquistare il diritto di dettare le regole della propria convivenza civile dopo la dittatura e la guerra».

I martiri del fascismo

Pagarono quel prezzo i partigiani, chi subì «le vessazioni naziste e della Repubblica di Salò», i militari prima lasciati allo sbaraglio e poi partecipi della Liberazione e della costruzione della nuova Italia, così come i cittadini della brigata ebraica. Nonostante il fascismo avesse «messo a rischio la stessa unità d’Italia», donne e uomini liberi non consentirono che il Paese venisse trattato come terra di nessuno.

Il Capo dello Stato parla di «rivoluzione pacifica» e cita «la salita faticosa» e il «diamoci la mano» di De Gasperi. «Concordia e unità», questo era il programma, e l’Assemblea Costituente «un atto di fede». Cita Carlo Sforza nel discorso di insediamento della Consulta (che ebbe il compito di dettare i limiti dei poteri dell’assemblea costituente) il 25 settembre 1945 quando fece appello alla memoria dei «martiri assassinati dal fascismo», Matteotti, Amendola, don Minzoni, Carlo e Nello Rosselli per concludere che «l’Italia avrebbe avuto un futuro identificando i suoi interessi con quelli di un’Europa pacificata e solidale».

I presenti

L’aula è piena, parlamentari di oggi e di ieri, i presidenti di Camera e Senato degli ultimi vent’anni, Casini, Pera, Bertinotti, Violante, Boldrini, Fini, gli ex premier Renzi e Conte. Quando Mattarella mette in fila i nomi di chi ha lavorato e dato la vita per la Repubblica, l’ala sinistra dell’aula si alza in piedi e applaude. Arriva in ritardo la parte destra dell’emiciclo. Ma perché i parlamentari di maggioranza sono pochi. I due vannacciani Sasso e Ziello lasciano l’aula per un sit in davanti alla Rai. «Peccato fossero così pochi» riflette amaro Gianfranco Fini. E ce l’ha con la sua parte politica. Anche i ministri si contano su una mano. Un ripasso di storia patria non avrebbe fatto male.

I Padri e le Madri costituenti

Mattarella loda «il lavoro di sintesi compiuto nella redazione della Costituzione» che non fu «un baratto tra i principali protagonisti, la Dc, il Psi, il Pci» ma «obbediva ad un principio elementare che si è, via via, affermato nel comune sentire dei cittadini: la Repubblica è di tutti». I 535 uomini e le 21 donne chiamate a far parte della Costituente risposero all’appello di Giuseppe Saragat: «Tocca a voi dare un volto alla Repubblica, un’anima alla democrazia, una voce eloquente alla libertà». Lo fecero, sottolinea Mattarella, con quel «metodo consensuale che ha caratterizzato, sin dalla Costituzione, la vita della Repubblica nelle occasioni più rilevanti, particolarmente nell’emergenza».

Il 22 dicembre del 1947 furono 453 i voti a favore e 62 quelli contrari. E vale allora come oggi ciò che scrisse Calamandrei a cui Mattarella riserva la citazione più lunga: «La Costituzione conserva intatto, per chi resta fedele alla Resistenza, il suo valore di messaggio. Dai suoi articoli parlano a noi le voci familiari, auguste e venerande del nostro Risorgimento». C’è Mazzini dietro l’articolo 1 e 11, Garibaldi dietro l’articolo 52, Cavour dietro l’articolo 8, Beccaria dietro l’articolo 27. Terracini concluse i lavori dell’Assemblea costituente definendo la Carta come «un solenne patto di amicizia e fraternità». La pacificazione. Saragat chiese di dare alla Repubblica «un volto umano». Il «volto e l’anima che abbiamo ricevuto e che i cittadini sentono propri – la conclusione di Mattarella – è quello della Costituzione frutto di un’assemblea di donne e uomini liberi». Stampare, leggere, applicare.

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