25 Giugno 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

25 Giu, 2026

Iran, Teheran attacca l’Italia: «Complice della guerra»

Esmaeil Baghaei

Teheran attacca l’Italia per la sua partecipazione indiretta agli attacchi americani durante la guerra in Iran, il cui portavoce degli Esteri accusa Roma di essere «complice di Washington»


Complici dell’aggressione e dunque responsabili delle atrocità contro i civili commesse. È lo sferzante giudizio il portavoce del ministero degli Esteri iraniano Esmaeil Baghaei ha dato dell’Italia dopo che il Segretario Generale della Nato, Mark Rutte, aveva sottolineato il grande ruolo del Belpaese nel sostegno alle operazioni di guerra degli Stati Uniti contro Teheran. Per l’ex premier olandese dalle basi americane in Italia sarebbero partiti almeno 500 voli militari. Tutti in supporto della guerra scatenata lo scorso 28 febbraio da Donald Trump. Un atto di «complicità attiva» nei confronti di «una guerra di aggressione illegale», lo ha definito la Repubblica Islamica.

LA GUERRA GIORNO PER GIORNO

Le accuse di Teheran contro Roma

«L’Italia e la Romania sono esplicitamente nominate dal segretario generale della Nato come partecipanti all’aggressione contro l’Iran. Essi, insieme a tutti gli altri Paesi europei che hanno sostenuto l’aggressione americano-israeliana contro l’Iran, devono spiegare ai propri cittadini e al mondo perché hanno scelto di colludere in questo palese atto di aggressione e nella commissione di atrocità di massa contro le popolazioni iraniane a Minab, Lamerd, Teheran,Isfahan, Sanandaj, Hamadan, Tabriz, Shiraz, Bandar Abbas», ha scandito Baghaei provocando un nuovo cortocircuito nella diplomazia italiana.

Il ministro degli Esteri Antonio Tajani è prontamente corso ai ripari telefonando al proprio omologo iraniano Abbas Araghchi: «Ho parlato con Araghchi. L’Italia non ha mai preso parte ad alcuna iniziativa militare e non ha mai autorizzato l’utilizzo delle basi per azioni di guerra contro l’Iran, nel rispetto più rigoroso dei trattati con gli Stati Uniti». Un testacoda che ben incarna le difficoltà della politica estera italiana nelle ultime settimane.

Nelle ultime settimane, infatti, l’Italia è stata lacerata dal tentativo di mantenere un difficile – quasi impossibile – equilibrio tra esigenze opposte: mantenere i buoni rapporti con l’alleato americano (per ragioni di dipendenza strategica), conservare un rapporto con l’Europa (buon vicinato), insistere per il dialogo con le potenze anti-occidentali (esigenze di sicurezza in quadranti fondamentali). Per questa ragione il governo italiano aveva inizialmente rifiutato di condannare l’attacco non provocato di Stati Uniti e Israele contro Teheran, per conservare i rapporti con Washington.

Il nodo delle basi militari

Salvo, tuttavia, negare l’utilizzo – oltre alle funzioni logistiche – delle basi su territorio italiano per le missioni di guerra contro l’Iran. Provocando così la stizzita reazione americana, che nella persona del presidente Trump ha insultato la stessa premier Giorgia Meloni. Dopo una ferma reazione a caldo, Roma ha cercato di ricucire con l’ingombrante alleato americano. Sottolineando a più riprese l’importante ruolo svolto dall’Italia nel sostenere l’alleato americano, condizione imprescindibile per rientrare nelle sue grazie.

Peccato che, quando Rutte prova a fare lo stesso giocando di sponda, si scontra con un altro vincolo tutto italiano: quello della legge – che vieta all’Italia di partecipare a conflitti di aggressione senza l’autorizzazione del Parlamento – e di un’opinione pubblica avversa alla guerra in generale e a quella di Trump in particolare. E’ seguita quindi la frenata – paradossale – del ministero della Difesa italiano. Che ha prontamente smentito il Segretario della Nato chiedendo una rettifica e specificando di non aver mai sostenuto operazioni offensive contro l’Iran.

Questioni di lana caprina, perché è chiaro che la logistica spostata attraverso Sigonella è servita per sganciare bombe sull’Iran, ma dietro cui si nasconde tutto il problema della politica estera italiana. Dopo anni di (colpevole) inerzia, il governo Meloni ha impresso alle attività della Farnesina un corso più deciso. Nel tentativo di rafforzare il posizionamento internazionale italiano in una congiuntura storica sempre più difficile. Ma i vincoli contrapposti del Belpaese hanno finito per intrappolare la politica estera nazionale in una sala degli specchi.

I fronti aperti di Roma

L’Italia ha cercato di porsi come garante dell’unità politica occidentale e “pontiera” tra Stati Uniti e l’Unione Europea. Finendo sostanzialmente per litigare con Washington e lasciare fredda Bruxelles. Ha appoggiato l’Ucraina aggredita ma frena sull’escalation con la Russia e sull’adesione di Kiev alla Ue, col risultato di subire le minacce russe un giorno e sì e l’altro pure e al contempo di boicottare i Volenterosi per Kiev. Poi ha rifiutato di condannare l’attacco israelo-americano all’Iran ma anche di sostenerlo, inimicandosi sia Trump che i Pasdaran.

Ha rifiutato di riconoscere la Palestina come Stato ma ha anche inanellato una crisi diplomatica con Israele dopo l’altra. Insomma, se solo fino a pochi anni fa l’Italia era conosciuta soprattutto per essere il Paese “nemico di nessuno” – quello degli accordi di Pratica di Mare tra Russia e Stati Uniti, uno Stato tra i più filoamericani d’Europa ma firmatario della Via della Seta cinese, vicino a Israele ma con storiche entrature privilegiate nel mondo arabo – oggi Roma osserva formarsi una tribuna ostile tutt’attorno a sé.

Il governo Meloni ne ha una responsabilità solo indiretta. È chiaro che i vincoli esterni dettati da una torsione internazionale sempre più difficile sta portando al pettine una serie di interessi nazionali non coincidenti. L’attuale esecutivo semmai non ha saputo dimostrarsi all’altezza della (difficile) sfida per individuare una strategia capace di far muovere con agilità l’Italia in questo scenario. Complice anche la confusione identitaria.

Quale ruolo per l’Italia?

Cos’è e a che serve la media potenza italiana al giorno d’oggi? Quale funzione ricopre attraverso la quale possono trovare soddisfazione i suoi molteplici interessi nazionali? Quella di rappresentante degli interessi americani in Europa, Difesa compresa? Quella di appendice mediterranea dell’Unione Europea? Quella – vagheggiata col Piano Mattei – di porta d’ingresso del mondo afro-arabo in Occidente? La risposta non c’è e nel vuoto tutte queste suggestioni si muovono liberamente.

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Cozzando le une con le altre ogni qual volta, a ritmo accelerato, il Belpaese si ritrova costretto in fretta e furia a dismettere i panni della recita precidente per assumere un nuovo ruolo. Col rischio però poi che nessuno voglia davvero essere amico di qualcuno che recita soltanto la postura del partner. E che sia la portavoce russa Maria Zakharova a prendersela con il presidente Sergio Mattarella o il ministro israeliano Ben Gvir che attacca la Repubblica Italiana per il suo rispetto dello stato di diritto, Trump che insulta Meloni o Baghaei che minaccia Tajani, la sensazione è che oggi all’Italia di amici al mondo ne siano rimasti ben pochi.

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