Nella grotta Rising Star, in Sudafrica, i resti di Homo naledi già dividevano gli scienziati. Ora una scoperta si aggiunge agli enigmi: i denti studiati di almeno 20 individui, non mostrano marcatori maschili. Solo donne
Era già la grotta più controversa dell’evoluzione umana, una nuova scoperta l’ha resa ancora più misteriosa. Da oltre dieci anni, nel sistema di caverne Rising Star, in Sudafrica, emergono fossili di Homo naledi, un parente estinto dell’uomo moderno, piccolo, con un cervello poco più grande di quello di uno scimpanzé e caratteristiche anatomiche che uniscono tratti primitivi e moderni.
Ora un nuovo studio aggiunge un enigma all’enigma: come riporta Cnn le analisi condotte sulle proteine dei denti ritrovati nella grotta indicano che i resti studiati appartenevano tutti a individui femminili. Non uno, non due: almeno 20 individui. Nessuna traccia, nei campioni analizzati, del marcatore proteico legato al cromosoma Y, quello che avrebbe indicato la presenza di maschi.
La scoperta nella grotta Rising Star
Homo naledi fu descritto per la prima volta nel 2015, dopo il ritrovamento di un ricchissimo insieme di fossili nella Dinaledi Chamber, una cavità profonda e difficile da raggiungere all’interno del sistema Rising Star. Da allora quel sito è diventato uno dei luoghi più discussi della paleoantropologia.
I resti risalgono a un periodo compreso tra circa 335 mila e 241 mila anni fa. La specie aveva un cervello molto piccolo rispetto a quello dell’uomo moderno, ma il contesto del ritrovamento ha spinto alcuni ricercatori a ipotizzare comportamenti sorprendenti: Homo naledi avrebbe potuto portare deliberatamente i propri morti nelle profondità della grotta. Secondo altri studi, potrebbe persino aver inciso segni sulle pareti rocciose.
Sono ipotesi estreme, contestate da una parte della comunità scientifica, perché attribuirebbero a una specie dal cervello così piccolo comportamenti simbolici e rituali che per molto tempo sono stati considerati quasi esclusivi di Homo sapiens.
I denti senza marcatori maschili
Il nuovo studio si concentra sullo smalto dentale, uno dei materiali biologici più resistenti nel tempo. La ricerca ha analizzato 23 campioni di denti. Due non hanno restituito informazioni utili e due appartenevano allo stesso individuo. Il risultato finale riguarda quindi almeno 20 individui.


Gli scienziati hanno cercato la versione maschile della proteina amelogenina, collegata al cromosoma Y. Nei mammiferi, in genere, le femmine hanno due cromosomi X, mentre i maschi hanno un cromosoma X e uno Y. Trovare la proteina legata al cromosoma Y avrebbe indicato la presenza di un maschio. Ma nei campioni analizzati quel marcatore era assente in tutti i casi.
Il risultato ha sorpreso anche gli stessi ricercatori. I dati sono stati controllati più volte e in laboratori diversi.
L’ipotesi della sepoltura separata
Per Lee Berger, il paleoantropologo che ha guidato gli scavi a Rising Star, il dato potrebbe rafforzare l’idea che Homo naledi praticasse forme di deposizione intenzionale dei morti. Se nella grotta sono presenti solo individui femminili, sostiene Berger, una possibilità è che questa specie separasse i morti per sesso o genere.
Sarebbe un’ipotesi clamorosa: significherebbe immaginare una forma di comportamento rituale ancora più complessa di quanto già proposto in passato. Non solo portare i morti in una cavità profonda e difficile, ma farlo seguendo una distinzione precisa.
La cautela degli scienziati
Lo studio pubblicato su Cell non esclude spiegazioni alternative. L’assenza del marcatore maschile potrebbe dipendere, almeno in teoria, da una mutazione o da una perdita del gene AMELY, legato alla produzione della proteina sul cromosoma Y. Fenomeni simili sono stati osservati in alcuni maschi umani viventi e persino nel Dna di un maschio neandertaliano.
Ma perché questa assenza riguardi metà dei campioni, o addirittura un’intera popolazione, sarebbe un’ipotesi molto difficile da sostenere. Per questo entrambe le possibilità restano affascinanti: o nella grotta non c’erano maschi, oppure Homo naledi aveva una particolarità biologica inattesa. In entrambi i casi, la scoperta apre una domanda profonda sulla biologia e sul comportamento di questa specie.
Il dibattito sulle sepolture
Non tutti gli studiosi accettano l’idea che Rising Star sia un sito funerario. Alcuni paleoantropologi ritengono che le prove non siano ancora sufficienti per parlare di sepoltura intenzionale o di arte rupestre. Secondo questa lettura più prudente, i corpi potrebbero essere arrivati nella grotta per altre ragioni, ancora da chiarire.
Una spiegazione alternativa è che Homo naledi vivesse o si muovesse in gruppi con una forte prevalenza femminile, oppure che piccoli gruppi di femmine, magari con piccoli, frequentassero ripari rocciosi o ingressi di grotte per proteggersi dal caldo, dalla pioggia o da altri pericoli. In questo scenario, la concentrazione di resti femminili non sarebbe necessariamente il risultato di un rituale funerario.
Berger replica che, se la spiegazione fosse una vita sociale separata per sesso, ci si aspetterebbe almeno la presenza di piccoli maschi tra i resti. Finora, però, anche tra i resti infantili analizzati non è emerso quel segnale.
Un parente umano che sfugge alle categorie
Homo naledi continua così a sfuggire alle categorie. Aveva un cervello piccolo, ma mani, piedi e postura che lo avvicinano al genere umano. Viveva in un periodo in cui sulla Terra erano presenti anche Homo sapiens e altre specie umane. È stato trovato in un luogo difficilissimo da raggiungere, in quantità sorprendente, e ogni nuova analisi sembra complicare il quadro invece di semplificarlo.
Per ora, Rising Star resta quello che il suo nome promette: una grotta piena di stelle, e di misteri.






























