In appena un anno l’euforia per l’intelligenza artificiale ha lasciato spazio a critiche e timori: Tra promesse mancate, oligarchi del Big Tech sempre più controversi e crescenti preoccupazioni sociali, ambientali ed economiche, l’IA e il futurismo che ha alimentato affrontano la prima vera crisi di consenso.
Quando il 10 aprile scorso il 20enne Daniel Moreno-Gama ha tirato una bomba molotov contro l’abitazione privata del miliardario americano Sam Altman, capo di OpenAI, una delle maggiori corporation nel campo dell’intelligenza artificiale, pochi si sono sorpresi. Eppure, fino a solo l’anno scorso sarebbe stato un gesto difficile da immaginare. Altman, come tutti i volti-simbolo dell’IA, erano sulla cresta dell’onda promettendo un futuro facile e a portata di mano, che non solo avrebbe alleggerito le nostre vite a costi irrisori ma avrebbe anche fatto compiere passi da gigante all’umanità. Nell’autunno 2025 Altman si spinse a promettere di poter molto presto curare il cancro grazie all’intelligenza artificiale. A ripensarci sembra passata un’era geologica.
Appena un anno fa il mondo era attraversato dalla seduttiva suggestione “futurista” trainata dall’alta tecnologia (spazio, elettronica, intelligenza artificiale) e incarnata politicamente dall’asse tra Elon Musk e Donald Trump. Il primo, cavalcando l’ondata populista e la sua fame di un’America di essere di nuovo orgogliosi, era appena stato nominato come direttore di un dipartimento creato ad hoc col compito di riscrivere le politiche pubbliche e tagliare la burocrazia. Il secondo, alleato di sempre delle pesanti oligarchie tra cui figuravano anche molti giganti del Big Tech, aveva stretto con questi un patto per incassare il loro sostegno in cambio di misure molto favorevoli agli affari degli interessati. La tecnologia appariva come una promessa politica e sociale, capace di mobilitare consenso e aspettative.
Il sogno americano versione transumanista
La cornice di questo nuovo assetto doveva essere la promessa teleologica dell’alta tecnologia, mischiata con le eccentriche (per usare un eufemismo) teorie transumaniste di Musk e del suo collega Peter Thiel. Un mix che Trump ha riconosciuto subito come carburante politico essenziale per la sua avventura, capace di sbloccare il desiderio dell’agognato Sogno Americano e di quella “ultima frontiera” di kennediana memoria che ha sempre fatto proseliti tra gli statunitensi. L’idea di un futuro senza limiti sembrava destinata a diventare il nuovo collante ideologico dell’America trumpiana.
Oggi lo scenario appare molto diverso. L’entusiasmo popolare per la tecnologia si è largamente spento lasciando spazio a preoccupazioni, sfiducia e dubbi etici sempre più rilevanti. Secondo un sondaggio della Quinnipiac University, infatti, appena un terzo degli americani sarebbe eccitata dall’intelligenza artificiale. Tra questi, la percentuale degli entusiasti scende addirittura al 6%. All’opposto l’80% degli intervistati confessa di nutrire preoccupazioni verso questo strumento, di cui circa il 40% si definisce estremamente preoccupata. Timori spalmati quasi uniformemente su tutte le fasce d’età, sintomo di un’avversione diffusa e trasversale che sembra travalicare anche le tradizionali linee di divisione politica.
Gli oligarchi dell’IA sotto accusa
A contribuire alla rapida disillusione hanno sicuramente concorso molti fattori. Non da ultimo l’atteggiamento degli stessi magnati dell’IA, il cui comportamento sempre più borderline ha alimentato l’impressione di una classe di oligarchi senza controllo e senza scrupoli. Altman è passato dal promettere di curare il cancro a dichiarare la sua intenzione di “privatizzare l’intelligenza” e rivenderla. Thiel e il suo braccio destro, Alex Karp, hanno iniziato a parlare in maniera inquietante dell’Anticristo mentre promettevano modelli di intelligenza artificiale militare sempre più avanzati. Musk, la cui sregolatezza lo ha alla fine allontanato da Trump, ha continuato la sua crociata contro il woke e a favore della modificazione genetica degli esseri umani.
La rapida costruzione di datacenter, il cui impatto ambientale e sociale sulle comunità circostanti si profila già come terribilmente pervasivo, non ha fatto altro che mobilitare migliaia di persone contro infrastrutture che non portano posti di lavoro e nemmeno investimenti. Le contestazioni locali sono diventate uno dei principali fronti di opposizione all’espansione dell’intelligenza artificiale e delle sue infrastrutture.
La quotazione in borsa di OpenAI di Altman e SpaceX di Musk (quest’ultimo divenuto trillionario con questa operazione) sono sembrate ai più operazioni volte a raccogliere risorse e a rilanciare l’immagine di successo di un settore appannato dalle critiche e sempre più sotto pressione da chi inizia a sospettare che quella dell’intelligenza artificiale si rivelerà una grande bolla speculativa. Il dubbio sulla sostenibilità del modello economico accompagna ormai gran parte del dibattito pubblico sull’IA.
Verso una nuova stagione di regolamentazione
E non è escluso che l’impopolarità e la preoccupazione pubblica per le ricadute sociali, ambientali ed economiche dell’IA aprano la porta all’introduzione di limitazioni al suo uso. In fondo, fino a pochi anni l’approvazione di limiti all’utilizzo dei social, dei videogiochi o dei telefonini sarebbe stata impensabile. Eppure, oggi dall’Australia alla Francia governi e opinioni pubbliche invocano nuove misure che tengano conto delle conseguenze negative sul piano emotivo, cognitivo e sociale, in special modo per quanto riguarda le nuove generazioni.
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E’ plausibile dunque che in un prossimo futuro si moltiplichino le richieste per mettere un limite all’attività IA e allo strapotere dei suoi proprietari. Dal futuro senza frontiere alla regolamentazione figlia della disillusione. «Il futuro è passato, e non ce ne siamo nemmeno accorti», diceva Vittorio Gassman in C’eravamo tanto amati. E agli oligarchi del Big Tech rischiano di restare solo i cocci. La stagione dell’entusiasmo incondizionato sembra essersi conclusa, lasciando il posto a una fase dominata da scetticismo e richieste di controllo.






























