Dopo giorni di allarmi sul petrolio e sul rischio di una crisi energetica globale e sulla possibile chiusura dello Stretto di Hormuz, la riapertura della rotta commerciale ha ribaltato completamente la narrativa del mercato
C’è stato un momento, appena l’altro ieri nel calendario emotivo dei mercati, in cui il mondo sembrava sull’orlo del blackout energetico globale. Gli aerei – si diceva con la gravità di chi annuncia l’apocalisse con Excel aperto – rischiavano di restare a terra. Il cherosene stava per diventare scarso e costoso come l’olio santo. Il petrolio, questa creatura mitologica che da sempre oscilla tra salvezza e catastrofe, veniva trattato come se fosse già stato razionato con le tessere annonarie.
Poi l’annuncio della riapertura di Hormuz dove, annuncia J.D. Vance sono già passati 12,5 milioni di barili. Improvvisamente, come sempre accade quando la realtà bussa senza preavviso, i profeti dell’emergenza si sono dissolti con la stessa rapidità con cui erano comparsi. Non un’abiura pubblica, non un “forse avevamo esagerato”: semplicemente, il silenzio operativo di chi archivia lo scenario catastrofico e passa al prossimo.
Perché il problema, adesso, è l’opposto. E anche questo, a suo modo, è un classico. Il petrolio non schizza più verso l’alto: scende. E lo fa con una certa convinzione. Dal picco di circa 110 dollari al barile, il Brent è già scivolato nell’area dei 77 dollari, e gli operatori più prudenti – quelli che non si entusiasmano mai ma raramente sbagliano in ritardo – suggeriscono che la discesa non sia affatto terminata. Anzi.
La domanda che non cresce
Il motivo è semplice e, per gli amanti della narrativa macroeconomica, quasi deludente: non c’è scarsità, ma eccesso. Secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA), il quadro della domanda globale è tutt’altro che robusto. Anzi, presenta quello che in gergo elegante si potrebbe definire un “buco”: circa 1,1 milioni di barili al giorno in meno rispetto alle attese. Tradotto: il mondo sta consumando meno petrolio del previsto, e non per un improvviso risveglio ecologista globale, ma per dinamiche industriali, prezzi, rallentamenti e aggiustamenti ciclici.
Nel frattempo, il lato dell’offerta si sta sbloccando proprio mentre la domanda rallenta. Un tempismo che i mercati, con la loro proverbiale sensibilità per l’ironia, tendono a premiare nel modo più semplice possibile: facendo scendere i prezzi. La riapertura di Hormuz – che solo pochi giorni fa veniva descritta come il possibile detonatore di una crisi energetica planetaria – ha prodotto l’effetto opposto a quello temuto. Secondo i dirigenti del settore, si libereranno tra 50 e 93 milioni di barili precedentemente “intrappolati” nel Golfo Persico. Un’inondazione controllata, o una liberazione improvvisa, a seconda dell’umore di chi racconta la storia.
E non è finita. La casa d’investimenti Kepler stima che, con l’allentamento delle restrizioni sul greggio iraniano, potrebbero tornare sul mercato altri 72 milioni di barili oggi bloccati. Il tutto mentre la flotta iraniana si rimette in movimento, con petroliere che riprendono a uscire da uno stretto che, fino a ieri, veniva evocato come il collo di bottiglia del commercio mondiale e che oggi sembra più simile a una porta girevole.
La politica entra in scena
Nel mezzo, la geopolitica ha fatto il suo consueto ingresso teatrale. Accordi di pace annunciati, firme digitali, dichiarazioni solenni e briefing in cui il vicepresidente degli Stati Uniti, JD Vance, ha spiegato con una sincerità quasi disarmante che non è un economista – e che forse è meglio così – ma che comunque i prezzi della benzina stanno scendendo. Circa 0,65 dollari al gallone in meno, dettaglio non trascurabile per chi guarda la politica energetica dal parabrezza dell’automobile.
E così, mentre la diplomazia si affretta a certificare la stabilità ritrovata, i mercati fanno quello che fanno sempre: si prendono una pausa di riflessione interrogandosi sul futuro. Le Borse europee, per esempio, hanno chiuso con un sorriso prudente e leggermente contraddittorio. Parigi +0,44% a 8.467 punti, Francoforte +0,37% a 25.028, Milano +0,18%, mentre Londra ha perso l’1,04% a 10.399, zavorrata dalle major energetiche, che improvvisamente scoprono che il petrolio in discesa non è sempre una buona notizia per chi lo estrae.
Mercati ai massimi storici
Il tutto mentre i listini restano ostinatamente vicini ai massimi storici. Una situazione che, tradotta dal linguaggio tecnico a quello umano, suona più o meno così: «non sappiamo benissimo perché siamo così in alto, ma per ora funziona, quindi non facciamo domande».
La Federal Reserve, dal canto suo, ha lasciato i tassi invariati, osservando con interesse questa combinazione quasi paradossale di energia in calo e mercati azionari in assetto da record. La Bank of England ha seguito lo stesso copione, votando 7-2 per il mantenimento dei tassi al 3,75%, mentre continua a monitorare un’inflazione che scende ma non troppo, rallenta ma non abbastanza, e soprattutto resta legata – come sempre – al prezzo dell’energia.
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E proprio qui si chiude il cerchio narrativo. Per mesi, l’energia è stata raccontata come il detonatore di una nuova fiammata inflazionistica globale. Ora è diventata, improvvisamente, il suo opposto: un freno. Le Borse restano a guardare appollaiate su indici mai così alti. Con l’aria di chi ha appena guardato un film di catastrofi che si è trasformato, senza preavviso, in una commedia degli equivoci.




























